Non capisco

Quarantotto eravamo, e sono uscita viva soltanto io. Molte di loro le ho viste morire, di altre so che fine hanno fatto. Come raccontare a una madre, a un padre, che la loro figlia di vent’anni è morta di cancrena per le botte ricevute da una Kapò? Come descrivere la pazzia di alcune di quelle ragazze a coloro che le amavano? Adesso molti dei genitori, dei fratelli, dei mariti, non ci sono più; le ferite non sono più così fresche. A quelli che restano spero di non fare troppo male. Ma adesso devo mantenere la promessa che ho fatto a quarantasette ragazze che sono morte ad Auschwitz, le mie compagne di lavoro. E a tutti gli altri milioni di morti dei Lager nazisti.

(Settimia Spizzichino, Gli anni rubati)

Ieri sono andata al Teatro Palladium, per uno spettacolo in occasione della Giornata della Memoria. Era dedicato al ricordo di Shlomo Venezia, scomparso pochi mesi fa. Sono stati letti alcuni brani tratti da questo libro, che penso che mi procurerò. Per i primi venti minuti, corrispondenti più o meno all’introduzione degli organizzatori o poco più, mi sono trovata a fare i conti con un pensiero che non mi è del tutto nuovo. Aveva a che fare con la testimonianza, e specificamente con la testimonianza dell'”indicibile”. Non posso fare a meno di pensare alle persone che arrivano, oggi, ora, in questo momento nella mia città e sono sopravvissuti alla tortura. Non a traumi, a violenze, a difficoltà, a violazioni dei diritti umani. Proprio alla tortura strutturata, organizzata, quella che fa riferimento a metodi specifici in tutto il mondo. Non posso fare a meno di pensare che ci sia un nesso tra queste testimonianze: quelle, ormai poche, della Shoah e quelle, per lo più non raccolte né ascoltate, di un numero piccolo ma non insignificante di uomini e donne delle più varie origini.

Un nesso ovviamente non vuol dire precisa corrispondenza o equivalenza. Già mi sento risuonare in mente le proteste, non necessarie, sull’unicità della Shoah e sulla sua irriducibilità a qualunque altra esperienza, sia essa personale o storica. E tuttavia mi colpiscono le parole della moglie di Shlomo Venezia, Marika, riguardo allo straordinario e devastante dolore che a suo marito dava quella testimonianza, necessaria. Il senso di colpa del sopravvissuto. L’immagine del campo che non ti lascia mai, in ogni istante della vita successiva. E visualizzo altri volti, molto diversi tra loro e da quello di Shlomo Venezia.

Credo che il lavoro sulla memoria della Shoah fatto in molte scuole italiane sia eccellente. Mi colpisce la volontà sincera di “passare il testimone” alle generazioni future, perché ciò che è accaduto non diventi mai un fatto storico qualunque, remoto, risolto, come le guerre puniche. Tuttavia credo anche che sarebbe importante riflettere su cosa rende profondamente urgente e importante fare questo. Non  solo l’esigenza di contrastare e arginare chi nega che ciò sia stato. Soprattutto, io credo, si tratta di spiegare a chi non l’ha vissuto che quello che è successo ha una valenza universale. Che riguarda ciascun uomo, in ogni periodo storico e in ogni luogo. E forse il modo più efficace per farlo sarebbe allungare lo sguardo anche alle vittime di oggi. Ai genocidi che non hanno una cultura millenaria capace di tradurne l’assurdo in parole, poesia, musica, danza. Ai familiari che non sono confortati da nessuno nel loro sostegno improbo a chi non è in grado di raccontare cosa gli è stato fatto da altri esseri umani. Intenzionalmente. Scientificamente.

Ma cos’è che non capisci, mi direte a questo punto voi? Non capisco come Evelina Meghnagi e l’Ashira Ensemble non siano in cima alle classifiche musicali di tutti i Paesi del mondo. Non capisco e non mi capacito del fatto che mi sia ancora possibile assistere ai loro spettacoli facilmente, a due passi da casa e spesso pure gratis, quando sarei disposta a comprare il biglietto su internet sei mesi prima. Non capisco perché chi mi sente nominarli pensa che sia la solita roba da nicchiona, non fruibile per i più.

Dicevo che gli aggrovigliati pensieri di questo post li ho fatti nei primi venti minuti. Per tutto il resto del tempo la musica mi ha portato via, fuori dalla sfera delle parole. Sentitela, la voce di Evelina. Sentite la luce che sprigiona, fatevi portare attraverso la pienezza e la complessità della vita nelle sue minime sfumature. Ma non cliccate su un video qualunque. Andateci, di persona. E poi ne riparliamo.

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