Stress e resilienza

Il blogstorming del sito Genitori Crescono, per novembre, è dedicato allo stress. Sono un paio di settimane che mi trattengo dallo scrivere questo post, perché temo di sembrare saccente. Lo conosco anche io, lo stress quotidiano del genitore. Vivo a Roma, mi sposto con i mezzi pubblici. Corro, metto toppe, improvviso, come brillantemente descritto dalla fiction Una mamma imperfetta. Ma non c’è niente da fare, quando sento la parola stress a me viene ormai in mente tutt’altro. Mi viene in mente una sigla, sconosciuta e anche un po’ contestata da alcuni specialisti: PTSD, Post Traumatic Stress Disorder, Disturbo Post Traumatico da Stress.

E’ già un sottoinsieme molto particolare del grande mondo dello stress, mi rendo conto. Per giunta io penso a una specifica casistica del PTSD, quella che riguarda i rifugiati. Non frequentavo psichiatri quando io stessa, nel mio piccolo, ho assistito a un attentato, a Gerusalemme. Non frequentavo psichiatri quando ho iniziato la mia esperienza al Centro Astalli e la scoperta di questo mondo mi ha travolto come un tir in corsa. Magari avrei saputo dare il nome a tanti giorni dolorosi, ma non credo che la traiettoria della mia vita sarebbe cambiata sostanzialmente. Anche oggi, a tanti anni di distanza, non penso che etichettare qualcosa la risolva. Dare un nome alle cose rassicura. Ma mi sono convinta che non è tanto dare un nome all’effetto che contribuisce a farci progredire, ma piuttosto dare nome alle cause dello “stress”.

Devo al mio amico Giancarlo Santone la riflessione sui tre grandi “cassetti” in cui classificare le esperienze che i rifugiati che arrivano da noi ci raccontano: traumi pre-migratori, traumi migratori (le peripezie del viaggio, chiamiamole così), traumi post-migratori (quelli che arrivano in Italia, a causa delle difficoltà oggettive, delle porte in faccia, ma a volte anche solo una apparentemente innocua telefonata a casa).

Ma non sono le loro storie di cui vorrei parlare in questo post. Qui mi interessa condividere quello che ho scoperto ascoltandole e che mi aiuta anche nelle mie personali odissee quotidiane. Non certo, badate bene, che i miei problemi sono piccoli rispetto a quelli, sbalorditivi, di tanti altri. Nessuno si conforta pensando a disgrazie maggiori, così nessuno si sazia pensando che al mondo c’è chi ha più fame, o addirittura muore di fame. Le classifiche aiutano poco in generale e sono, in questo caso specifico, particolarmente irritanti. Un dolore è un dolore. Tra l’altro uno dei pochi elementi più o meno chiari che mi pare di aver capito, nel ginepraio di definizioni del PTSD, è che “non colpisce le persone più deboli o fragili: spesso persone apparentemente fragili riescono ad attraversare senza conseguenze eventi traumatici abbastanza importanti, mentre persone solide si trovano in difficoltà dopo eventi che hanno un significato personale o simbolico particolarmente difficile da elaborare”. Mi permetto di aggiungere, alla luce della mia esperienza personale, che a volte anche la stessa persona può superare con straordinaria facilità tragedie immani e poi schiantarsi davanti a un intoppo “minore”.

Tuttavia certamente il mio lavoro mi ha aiutato a riconoscere un meccanismo straordinario che entra in gioco in questi casi. La chiamano “resilienza”. Ci sono tante definizioni, ma io la visualizzo pensando a tanti straordinari processi della natura: una ferita che si rimargina, la coda della lucertola che ricresce, le radici nuove che si formano da un rametto spezzato (le talee di Pietro e Paola Maria). Ciò che accomuna molte delle definizioni di “resilienza” che si trovano qua e là, applicate ai campi più diversi, è la parola “inaspettato”. Perché no, non ce l’aspettiamo che si possa davvero ricominciare a vivere.

Chiunque ha vissuto un grande dolore, uno sconforto profondo lo sa: in quel momento pensiamo con tutta la nostra anima e con tutta la nostra mente che nulla sarà più come prima. A volte fa fatica anche il pensiero di respirare. Però, mi dico sempre, per fortuna sono tante le cose che non dipendono dalla nostra volontà. In quel libretto sorprendente che è il Piccolo Principe riscopro una frase tremendamente vera: “E quando ti sarai consolato (ci si consola sempre), sarai contento di avermi conosciuto. Sarai sempre il mio amico. Avrai voglia di ridere con me”.

Ci si consola sempre. Solo che spesso non abbiamo abbastanza fede in questa verità in qualche modo biologica. Non ci rassegniamo. E allora sì che rischiamo di perdere tutto davvero.

P.S. Questo post mi sa che non partecipa al blogstorming, però. E’ davvero finito un po’ troppo lontano dal punto di partenza.

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