Sulla Turchia

“Ma perché Erdogan ha tanti sostenitori? Li paga? Sono figuranti? Sostiene la classe media?”. Durante il weekend del fallito golpe in Turchia, oltre a tirare tutti i sospiri di sollievo possibili per aver a suo tempo deciso che Meryem una settimana di vacanza con il padre non l’avrebbe fatta proprio ora (“Secondo me se Meryem era qui con me tu saresti impazzita. Non mi stupirebbe se avessi noleggiato un aereo per venirla a prendere”, ha commentato il curdo, che un po’ mi conosce), ho ricevuto molti messaggi, telefonate e mail in cui mi si chiedeva un parere. Vi ringrazio di avermi promosso a opinionista, la cosa mi lusinga. Non ne ho le competenze, ma certo, incoraggiata dal livello di quel che si vede in TV, qualcosa mi sento di dirla anche io, magari con qualche link di consiglio.

  • La situazione è preoccupante? 
    Certamente. Lo è da molti punti di vista e lo era anche prima del tentato golpe. In estrema sintesi, la prossimità della guerra in Siria e le pressioni dei vari attori internazionali coinvolti (non ultima l’Unione Europea, pronta a tutto pur di tener chiuso il “rubinetto dei migranti” – ma che espressione deliziosa, vero? L’ho sentita usare almeno tre volte in dieci minuti in tv), stanno complicando a dismisura un passaggio politico già di suo estremamente complesso. Ricordate sempre, tipo mantra: la Turchia è grande, popolosa, complicata, con una storia pesante e conflittuale già al suo interno. Per giunta è storicamente e geograficamente in una posizione di confine tra Asia e Europa, sul suo territorio ci sono le sorgenti dei due fiumi che dissetano il Medio Oriente più i passaggi di tutti i possibili canali di rifornimento di gas, petrolio e chi più ne ha più ne metta, per non parlare della base NATO. Come ha ben scritto Michela Murgia, “se niente sembra semplice in Turchia è perché non lo è”.
    Il rischio più grave in questo momento per tutti, a partire dai cittadini turchi, è la guerra civile. Come dicono alcuni amici turchi, provate a immaginare se la situazione in Turchia diventasse come quella in Siria.
  • Come ce la stanno raccontando i media?
    Beh, almeno quelli italiani piuttosto male. Ricordo che già dall’elezione di Erdogan sui giornali italiani si parlava di islamizzazione, estremamente a sproposito peraltro. Per noi, o per i nostri giornalisti, pare che l’islam sia il maggiore se non unico problema della Turchia. Questa nostra fissa, accentuata dalle recenti questioni (ISIS, terrorismo, etc) ci ha portato in varie occasioni, non ultima questa, a augurare ai turchi un bel golpe militare come un tempo. Un golpe pulito, elegante, efficace, che ci assicuri la laicità. Qui mi sento di farvi una rivelazione: la percentuale di turchi che si augura un regime militare, laico o no, è attualmente piuttosto esigua. Mi pare che lo abbiano peraltro dimostrato in ogni modo: tutti i partiti politici, inclusi quelli di opposizione (anche piuttosto dura) a Erdogan, si sono immediatamente e pubblicamente espressi contro il colpo di stato. Da giorni le piazze della Turchia sono piene di gente che manifesta con lo slogan Hakimiyet milletindir “la sovranità appartiene alla Nazione”. [Da leggere anche questa seconda nota di Michela Murgia].
    Certamente è in corso una dura e preoccupante repressione, peraltro perfettamente in linea con il trend dettato da tempo da Erdogan. Il quale, per inciso, è il Presidente della Repubblica e non il Capo del Governo: sta però mettendo in atto nei fatti già da tempo il regime pienamente presidenziale che vuole ratificare modificando la costituzione, come mostrano le recenti dimissioni del premier Davutoglu. Però certamente anche fatti preoccupanti in sé vengono riportati sempre con una sfumatura palesemente islamofobica: le sospette torture, che certamente vanno denunciate come tali (ci mancherebbe!), nel rimbalzo sui social diventano curiosamente “fustigazioni” e addirittura “decapitazioni”, con un immaginario tutto ISIS. Per non parlare della bufala della pedofilia legale, condivisa anche dai miei amici più attenti alla verosimiglianza delle fonti. [Aggiornamento: su questo punto in particolare però oltre all’episodio di gennaio riportato da Wired è successo anche altro e, per la precisione, una decisione assai discutibile della corte costituzionale turca che non rende legale la pedofilia, evidentemente, ma certo desta molta preoccupazione perché ammetterebbe la possibilità che un atto sessuale che coinvolge un minore tra 12 e 15 possa essere considerato consensuale. La decisione, che dovrebbe entrare in vigore dal prossimo 23 dicembre, è giustamente oggetto di denunce e contestazioni. Alla luce del fatto che i matrimoni combinati in alcune zone della Turchia sono ancora oggi tutt’altro che rari e che io stessa conosco persone che si sono sposate a 14 anni è evidente che il possibile impatto di una modifica del genere è assolutamente rilevante. Ringrazio la mia amica Chiara per la segnalazione. Ulteriore approfondimenti su una questione comunque controversa li trovate qui http://www.butac.it/annullato-reato-pedofilia-turchia/%5D.
  • Sulla sospensione della Carta Europea dei Diritti Umani
    Questo è assolutamente vero e allarmante: giorni fa il governo turco ha decretato lo stato di emergenza, poi approvato ieri dal Parlamento (voti dell’Akp e del partito nazionalista Mhp); in più, è stata decisa la sospensione temporanea della Convenzione europea per i diritti dell’uomo. Però credo che anche questa allarmante notizia vada inquadrata correttamente. Si tratta (ancora) di una misura che avviene nella legalità. Lo stato di emergenza è una misura temporanea – della durata di 3 mesi – prevista dalla costituzione turca qualora approvata dal parlamento; la sospensione della convenzione europea per i diritti dell’uomo, poi, è prevista dalla convenzione stessa, ovviamente entro certi limiti. L’art. 15 della convenzione, relativo alla “Deroga in caso di stato d’urgenza”, prevede infatti che “in caso di guerra o in caso di altro pericolo pubblico che minacci la vita della nazione, ogni Alta Parte contraente può adottare delle misure in deroga agli obblighi previsti dalla presente Convenzione, nella stretta misura in cui la situazione lo richieda e a condizione che tali misure non siano in conflitto con gli altri obblighi derivanti dal diritto internazionale”. Questo, come ha prontamente ricordato Erdogan, ha fatto la Francia dopo gli attentati di Parigi. Va da sé dunque che tale sospensione, per essere veramente legale, non deve comportare deroghe rispetto al diritto alla vita (art. 2 “salvo il caso di decesso causato da legittimi atti di guerra”), alla proibizione della tortura (art. 3), alla proibizione della schiavitù e del lavoro forzato (art. 4) e al rispetto dell’art. 7 (“Nessuno può essere condannato per una azione o una omissione che, al momento in cui è stata commessa, non costituiva reato secondo il diritto interno o internazionale. Parimenti, non può essere inflitta una pena più grave di quella applicabile al momento in cui il reato è stato commesso”). Se si verificassero o si fossero già verificate violazioni in tal senso, va da sé che la difesa di Erdogan rispetto alla legittimità del provvedimento sarebbe assolutamente ingiustificata. La cosa resta comunque preoccupante, anche se applicata nei limiti della legge, in Turchia, così come in Francia o altrove.
  • Perché Erdogan ha tanto seguito?
    Iniziamo col dire che ce l’ha davvero. Chiunque viaggi in Turchia, fuori da alcune strettissime cerchie di Istanbul, si renderà conto che i suoi non sono milioni di figuranti pagati dal regime. Alle ultime elezioni c’è stato oltre l’87% di affluenza alle urne (in un Paese di quasi 75 milioni di abitanti) e il suo partito ha superato il 50%. Io su uno dei possibili motivi mi sono fatta un’idea. Avete vissuto mai in un Paese dove la moneta si svaluta ogni giorno? Dove le condizioni economiche sono così disastrose che il potere di acquisto del tuo stipendio ogni mese si riduce praticamente della metà? La Turchia negli anni ’90 era così. Io da turista, che arrivavo con i dollari, diventavo più ricca ogni giorno. I miei amici che avevano la borsa di studio del Ministero turco, stanziata l’anno precedente, il giorno dell’arrivo andavano a ritirare i soldi previsti per due mesi e ci facevano a stento una cena dal kebabbaro. I prezzi erano espressi in milioni. La situazione di oggi è assai diversa. Ieri un commentatore in tv ha detto: “”Scendono in piazza a difendere il loro benessere e non i loro diritti. E non se ne rendono conto”. Credo che sia assolutamente corretto. Ma temo anche che questo è quello che ormai avviene in tutto in mondo. Tutti ormai troviamo normale difendere il nostro bene privato anche a scapito del bene comune. E se poi il bene privato di molte migliaia di persone coincide, il gioco è fatto.
  • “… e non se ne rendono conto”
    Ecco, forse questa è la chiave. L’aspetto davvero preoccupante in Turchia, secondo me, molto più dell’islamizzazione vera o presunta, è la mancanza di libertà di pensiero, di opinione, di stampa. Una mancanza di libertà che si accompagna a un populismo davvero preoccupante, che fa sì che la censura sociale in molti contesti scatti anche prima di quella, pur efficientissima, dello Stato.

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