Sulla Turchia


“Ma perché Erdogan ha tanti sostenitori? Li paga? Sono figuranti? Sostiene la classe media?”. Durante il weekend del fallito golpe in Turchia, oltre a tirare tutti i sospiri di sollievo possibili per aver a suo tempo deciso che Meryem una settimana di vacanza con il padre non l’avrebbe fatta proprio ora (“Secondo me se Meryem era qui con me tu saresti impazzita. Non mi stupirebbe se avessi noleggiato un aereo per venirla a prendere”, ha commentato il curdo, che un po’ mi conosce), ho ricevuto molti messaggi, telefonate e mail in cui mi si chiedeva un parere. Vi ringrazio di avermi promosso a opinionista, la cosa mi lusinga. Non ne ho le competenze, ma certo, incoraggiata dal livello di quel che si vede in TV, qualcosa mi sento di dirla anche io, magari con qualche link di consiglio.

  • La situazione è preoccupante? 
    Certamente. Lo è da molti punti di vista e lo era anche prima del tentato golpe. In estrema sintesi, la prossimità della guerra in Siria e le pressioni dei vari attori internazionali coinvolti (non ultima l’Unione Europea, pronta a tutto pur di tener chiuso il “rubinetto dei migranti” – ma che espressione deliziosa, vero? L’ho sentita usare almeno tre volte in dieci minuti in tv), stanno complicando a dismisura un passaggio politico già di suo estremamente complesso. Ricordate sempre, tipo mantra: la Turchia è grande, popolosa, complicata, con una storia pesante e conflittuale già al suo interno. Per giunta è storicamente e geograficamente in una posizione di confine tra Asia e Europa, sul suo territorio ci sono le sorgenti dei due fiumi che dissetano il Medio Oriente più i passaggi di tutti i possibili canali di rifornimento di gas, petrolio e chi più ne ha più ne metta, per non parlare della base NATO. Come ha ben scritto Michela Murgia, “se niente sembra semplice in Turchia è perché non lo è”.
    Il rischio più grave in questo momento per tutti, a partire dai cittadini turchi, è la guerra civile. Come dicono alcuni amici turchi, provate a immaginare se la situazione in Turchia diventasse come quella in Siria.
  • Come ce la stanno raccontando i media?
    Beh, almeno quelli italiani piuttosto male. Ricordo che già dall’elezione di Erdogan sui giornali italiani si parlava di islamizzazione, estremamente a sproposito peraltro. Per noi, o per i nostri giornalisti, pare che l’islam sia il maggiore se non unico problema della Turchia. Questa nostra fissa, accentuata dalle recenti questioni (ISIS, terrorismo, etc) ci ha portato in varie occasioni, non ultima questa, a augurare ai turchi un bel golpe militare come un tempo. Un golpe pulito, elegante, efficace, che ci assicuri la laicità. Qui mi sento di farvi una rivelazione: la percentuale di turchi che si augura un regime militare, laico o no, è attualmente piuttosto esigua. Mi pare che lo abbiano peraltro dimostrato in ogni modo: tutti i partiti politici, inclusi quelli di opposizione (anche piuttosto dura) a Erdogan, si sono immediatamente e pubblicamente espressi contro il colpo di stato. Da giorni le piazze della Turchia sono piene di gente che manifesta con lo slogan Hakimiyet milletindir “la sovranità appartiene alla Nazione”. [Da leggere anche questa seconda nota di Michela Murgia].
    Certamente è in corso una dura e preoccupante repressione, peraltro perfettamente in linea con il trend dettato da tempo da Erdogan. Il quale, per inciso, è il Presidente della Repubblica e non il Capo del Governo: sta però mettendo in atto nei fatti già da tempo il regime pienamente presidenziale che vuole ratificare modificando la costituzione, come mostrano le recenti dimissioni del premier Davutoglu. Però certamente anche fatti preoccupanti in sé vengono riportati sempre con una sfumatura palesemente islamofobica: le sospette torture, che certamente vanno denunciate come tali (ci mancherebbe!), nel rimbalzo sui social diventano curiosamente “fustigazioni” e addirittura “decapitazioni”, con un immaginario tutto ISIS. Per non parlare della bufala della pedofilia legale, condivisa anche dai miei amici più attenti alla verosimiglianza delle fonti. [Aggiornamento: su questo punto in particolare però oltre all’episodio di gennaio riportato da Wired è successo anche altro e, per la precisione, una decisione assai discutibile della corte costituzionale turca che non rende legale la pedofilia, evidentemente, ma certo desta molta preoccupazione perché ammetterebbe la possibilità che un atto sessuale che coinvolge un minore tra 12 e 15 possa essere considerato consensuale. La decisione, che dovrebbe entrare in vigore dal prossimo 23 dicembre, è giustamente oggetto di denunce e contestazioni. Alla luce del fatto che i matrimoni combinati in alcune zone della Turchia sono ancora oggi tutt’altro che rari e che io stessa conosco persone che si sono sposate a 14 anni è evidente che il possibile impatto di una modifica del genere è assolutamente rilevante. Ringrazio la mia amica Chiara per la segnalazione. Ulteriore approfondimenti su una questione comunque controversa li trovate qui http://www.butac.it/annullato-reato-pedofilia-turchia/%5D.
  • Sulla sospensione della Carta Europea dei Diritti Umani
    Questo è assolutamente vero e allarmante: giorni fa il governo turco ha decretato lo stato di emergenza, poi approvato ieri dal Parlamento (voti dell’Akp e del partito nazionalista Mhp); in più, è stata decisa la sospensione temporanea della Convenzione europea per i diritti dell’uomo. Però credo che anche questa allarmante notizia vada inquadrata correttamente. Si tratta (ancora) di una misura che avviene nella legalità. Lo stato di emergenza è una misura temporanea – della durata di 3 mesi – prevista dalla costituzione turca qualora approvata dal parlamento; la sospensione della convenzione europea per i diritti dell’uomo, poi, è prevista dalla convenzione stessa, ovviamente entro certi limiti. L’art. 15 della convenzione, relativo alla “Deroga in caso di stato d’urgenza”, prevede infatti che “in caso di guerra o in caso di altro pericolo pubblico che minacci la vita della nazione, ogni Alta Parte contraente può adottare delle misure in deroga agli obblighi previsti dalla presente Convenzione, nella stretta misura in cui la situazione lo richieda e a condizione che tali misure non siano in conflitto con gli altri obblighi derivanti dal diritto internazionale”. Questo, come ha prontamente ricordato Erdogan, ha fatto la Francia dopo gli attentati di Parigi. Va da sé dunque che tale sospensione, per essere veramente legale, non deve comportare deroghe rispetto al diritto alla vita (art. 2 “salvo il caso di decesso causato da legittimi atti di guerra”), alla proibizione della tortura (art. 3), alla proibizione della schiavitù e del lavoro forzato (art. 4) e al rispetto dell’art. 7 (“Nessuno può essere condannato per una azione o una omissione che, al momento in cui è stata commessa, non costituiva reato secondo il diritto interno o internazionale. Parimenti, non può essere inflitta una pena più grave di quella applicabile al momento in cui il reato è stato commesso”). Se si verificassero o si fossero già verificate violazioni in tal senso, va da sé che la difesa di Erdogan rispetto alla legittimità del provvedimento sarebbe assolutamente ingiustificata. La cosa resta comunque preoccupante, anche se applicata nei limiti della legge, in Turchia, così come in Francia o altrove.
  • Perché Erdogan ha tanto seguito?
    Iniziamo col dire che ce l’ha davvero. Chiunque viaggi in Turchia, fuori da alcune strettissime cerchie di Istanbul, si renderà conto che i suoi non sono milioni di figuranti pagati dal regime. Alle ultime elezioni c’è stato oltre l’87% di affluenza alle urne (in un Paese di quasi 75 milioni di abitanti) e il suo partito ha superato il 50%. Io su uno dei possibili motivi mi sono fatta un’idea. Avete vissuto mai in un Paese dove la moneta si svaluta ogni giorno? Dove le condizioni economiche sono così disastrose che il potere di acquisto del tuo stipendio ogni mese si riduce praticamente della metà? La Turchia negli anni ’90 era così. Io da turista, che arrivavo con i dollari, diventavo più ricca ogni giorno. I miei amici che avevano la borsa di studio del Ministero turco, stanziata l’anno precedente, il giorno dell’arrivo andavano a ritirare i soldi previsti per due mesi e ci facevano a stento una cena dal kebabbaro. I prezzi erano espressi in milioni. La situazione di oggi è assai diversa. Ieri un commentatore in tv ha detto: “”Scendono in piazza a difendere il loro benessere e non i loro diritti. E non se ne rendono conto”. Credo che sia assolutamente corretto. Ma temo anche che questo è quello che ormai avviene in tutto in mondo. Tutti ormai troviamo normale difendere il nostro bene privato anche a scapito del bene comune. E se poi il bene privato di molte migliaia di persone coincide, il gioco è fatto.
  • “… e non se ne rendono conto”
    Ecco, forse questa è la chiave. L’aspetto davvero preoccupante in Turchia, secondo me, molto più dell’islamizzazione vera o presunta, è la mancanza di libertà di pensiero, di opinione, di stampa. Una mancanza di libertà che si accompagna a un populismo davvero preoccupante, che fa sì che la censura sociale in molti contesti scatti anche prima di quella, pur efficientissima, dello Stato.

Dubbi turchi


Qualcuno di voi, mosso da eccessiva stima nei miei confronti, mi ha chiesto una lettura dei fatti di Istanbul (e non solo). Vi dirò, al momento più che risposte ho domande. Non sono (a differenza di Nizam) una ammiratrice di Erdogan. Non riesco tuttavia a paragonarlo ad altri capi di Stato della regione, il cui affermarsi è basato unicamente su corruzione e spregiudicato uso dell’esercito. Ero in Turchia, tanti anni fa, durante la campagna elettorale che lo portò alla prima affermazione come presidente del consiglio. Ho visto la differenza, nella vita di molti turchi, tra avere una moneta che si svaluta rispetto al dollaro ogni mattina (letteralmente) e godere di un periodo di crescita economica e di prestigio internazionale. Non sono un’esperta, sia chiaro. Ma a marzo ho sentito parlare di riforma della costituzione e di passi concreti, per la prima volta, per una pace in Kurdistan.

Nel dubbio e nella confusione di queste ore, in cui tanto ottimismo sembra essere messo in forse, vorrei solo condividere due perplessità, due punti a cui stare attenti nel nostro descrivere, riassumere e giudicare.

1. Il popolo protesta contro l’eccessiva islamizzazione del Paese. Penso che sia importante tenere presente cosa la Turchia oggi è e cosa, soprattutto, non è. E’ vero, alcuni provvedimenti di Erdogan sono volti a ridurre la laicità alla francese in vigore nel Paese: ma abolire il divieto di indossare il velo all’università non vuol dire obbligare tutte a indossarlo ovunque, come è stato scritto su alcuni giornali italiani. L’ultimo provvedimento contestato, che vieta la vendita di alcolici dopo una certa ora di sera, è ai miei occhi eccessivo se applicato a un Paese intero. Forse sarebbe stata una misura più adeguata – e probabilmente ugualmente contestata – se fosse stata limitata alle sole metropoli. Sia come sia, siamo ben lontani dallo Stato teocratico. E comunque, le elezioni si avvicinano. Basta non votarlo.

2. Ho letto anche che si sente la mancanza dell’esercito, che nella storia turca è sempre stato pronto a intervenire con piccoli e eleganti colpi di stato per richiamare i governi di turno al rispetto dello status quo. Mi pare bizzarro rimpiangere colpi di stato come correttivi agli esiti di libere elezioni. E lo status quo che si manteneva non è che fosse questo prodigio di meraviglie: mafia, corruzione, tangenti, speculazione… Avrà i suoi amici anche Erdogan, ci mancherebbe. Uno che ha un passato di sindaco di Istanbul e progetti edilizi così ambiziosi certo di soldi ne fa girare molti. Ma non invochiamo l’esercito che non ha più il potere di una volta, vi prego. Lo può fare davvero solo chi non ha mai avuto l’occasione di viverne le conseguenze, di quel potere.

Negli articoli vedo anche riferimenti al malcontento per la politica di Erdogan rispetto alla Siria (sostegno all’esercito dell’Opposizione e grande protagonismo nelle trattative per la pace) e per il tragico attentato di Reyhanli (51 morti e oltre 100 feriti). Aggiungiamo che il la situazione alimenta anche una tensione tra sunniti e aleviti in Turchia, che più che religiosa è politica: alevita è il capo del partito di opposizione, strenuamente kemalista, e il conflitto siriano viene tirato in ballo, da una parte e dall’altra, senza esclusione di colpi già da diversi mesi. Figuriamoci adesso.

Insomma, la tensione è molta. Ci tengo a sottolineare che la repressione brutale di libere manifestazioni è sempre condannabile. Ma ho la sensazione che sia in ballo ben di più di un pur importante parco cittadino. Io suggerisco di abbandonarsi meno alla poesia a sfondo naturalistico e di seguire con attenzione quello che succederà nei prossimi giorni.

Pace in Kurdistan, pensieri


Non sono un’esperta di politica internazionale, mi sembra giusto premetterlo. Tuttavia la mia vita mi ha portato a incrociare più e più volte le vicende del popolo curdo (io preferisco questa grafia, italiana e un po’ retrò, senza k iniziale: lasciatemi questo vezzo), uno dei più famosi popoli senza patria della storia contemporanea (insieme ai palestinesi). Non mi lancerò qui in un’esposizione dettagliata della questione. Se proprio siete digiuni, date una letta qui. Oggi mi interessa raccontarvi un po’ quello che ho pensato lo scorso Newroz (21 marzo), data in cui è stata dichiarata la pace tra curdi turchi, rappresentati dal loro leader Ocalan, e il governo turco. Se la cosa regge (per ora pare di sì) è la fine di un conflitto civile durato decenni, con migliaia di vittime, per lo più giovanissime, e di una storia di negazione di identità ancora dolorosissima fino a pochi anni fa.

Parto da un breve commento del testo della lettera di Ocalan, letta in curdo e in turco alle celebrazioni del Newroz a Diyarbakir/Amed (capitale del Kurdistan turco), alla presenza di una folla immensa. Inframezzerò qualche considerazione, ricordandovi che sono italiana, ho frequentato in una prima fase della mia vita turcologi e turcofili e, in una seconda fase, sia pur più superficialmente, molti curdi a Roma. Capisco un po’, mi sono fatta qualche idea, mi sono fatta spiegare alcune cose da Nizam (che pure ha le sue idee e le sue letture di fatti e situazioni, peraltro cambiate nel tempo). Insomma, per farvela breve: non prendete tutto come oro colato.

Chi è Ocalan? Non è una domanda facile. Come molti personaggi contemporanei e controversi, una descrizione implica di per sé un giudizio. Wikipedia è mediamente neutra, anche se tra le righe, secondo me, si legge: “una volta era uno tosto (magari non l’agnellino che alcuni dipingono), ora è rincoglionito: sarà stato il carcere”. Io ho vissuto da vicino la storiaccia del mancato asilo politico in Italia e le mie fonti di allora (il traduttore della commissione centrale per il riconoscimento dello status di rifugiato) mi dicevano che il documento depositato a corredo della domanda era densissimo di politica e di letteratura, niente affatto burocratico o dimesso. Velleità letterarie, del resto, il personaggio le ha sempre avute. Non saprei dire, e questo era quello che più mi lasciava perplessa in questi anni, quanto il seguito enorme che i curdi turchi gli riconoscono passasse attraverso le sue posizioni intellettuali, spesso assai complesse. A me, dall’esterno, sembrava (e sembra) piuttosto un culto della personalità, con tanto di bandiere con il suo ritratto e celebrazioni in contumacia per il suo compleanno. L’altra sera dicevo a Nizam: “Ma se fosse andata diversamente, non credi che l’atteggiamento dei curdi verso un Presidente Ocalan in carica sarebbe molto simile a quello di certi turchi nei confronti di Atatürk?”. Lui ne conveniva. Sono del resto due figure che hanno fatto grandi cose in modo autorevole. Il problema probabilmente è nato (per Atatürk) e nascerà (per Ocalan) soprattutto dopo la morte dei leader. I successori hanno legittimato come “eredità di Atatürk” praticamente qualunque cosa, estremizzando, manipolando e non di rado distorcendo le posizioni di lui. Non è improbabile che quando Ocalan non sarà più in scena avvenga qualcosa di simile. Comunque, torniamo a noi. Per ora Ocalan è vivo e vegeto e ha condotto con notevole costanza una trattativa con Erdoğan, il carismatico primo ministro turco.

E qui si impone un’altra parentesi. Chi è questo Erdoğan? Vale quanto osservato prima. Una descrizione implica un giudizio. Io non sono una ammiratrice particolare dello stile, vagamente populista, del politico in questione. Gli va però riconosciuta una personalità, una innovatività e un coraggio non comuni. Se la rischia, a volte (ma dopo calcoli attentissimi), e di solito vince. Basti pensare alla vicenda della nave Mavi Marmara: ha gestito tutta la crisi, complicatissima, in modo magistrale, con fermezza ma senza scadere nel becero antisemitismo, che pure è un problema serio nel Paese (io stessa in quei giorni assistevo basita a approfonditi documentari sulle reti nazionali turche che avevano per oggetto le comunità ebraiche di Turchia, in cui si sottolineava che gli ebrei sono cittadini turchi da sempre, alternati a rassicurazioni e inviti a non farsi scoraggiare rivolti a turisti israeliani e ebrei in genere). E’ infine riuscito a farsi chiedere scusa ufficialmente. Anche rispetto alla questione curda, ha fatto dei passi coraggiosi. Alla vigilia di una sua visita a Diyarbakir, anni fa, fece trasmettere in prima serata, selle reti nazionali, un programma tutto dedicato alla denuncia esplicita delle torture praticate per anni dai militari turchi nel carcere di quella città. Nizam quella sera era davvero scosso, non solo per la crudezza delle testimonianze, ma per l’assoluta novità del gesto. Immaginate che fatti del genere sono stati ufficialmente negati per decenni. Ovviamente non parliamo di un paladino dei diritti umani, ma piuttosto di un politico ardito, addirittura spregiudicato: non fa atti del genere per nobiltà di cuore, ma per consolidare e ampliare i suoi immensi consensi, all’interno del Paese, ma anche all’estero.

Ci voleva comunque fegato a condurre una trattativa con quello che per molti nazionalisti turchi è Colui che non Può Essere Nominato. Ed ecco il risultato, la lettera.

Saluto uno fra i popoli più antichi delle terre sacre di Mesopotamia e Anatolia…. Stilisticamente parlando, siamo davvero nel Vicino Oriente (antico, moderno e contemporaneo). Metafore, geografiche e non, come se piovesse. Retorica a palate. Ma immaginate una piazza con centinaia di migliaia di persone in abiti tradizionali: rende, indubbiamente. Che i popoli stiano tornando alle loro radici non so né se sia vero, né se sia una bella notizia. Ma un filo di fondamentalismo, orsù, non guasta mai.

Ma veniamo al cuore del messaggio. Questa lotta, che è cominciata come la mia ribellione individuale contro l’ignoranza, la disperazione e la schiavitù in cui ero nato, ha provato a creare una nuova coscienza, una nuova comprensione e un nuovo spirito. Oggi vedo che i nostri sforzi hanno raggiunto un nuovo livello. La nostra lotta non è stata e non potrà mai essere contro una determinata razza, religione, setta o gruppo. La nostra lotta è contro la repressione, l’ignoranza e l’ingiustizia, contro il sottosviluppo imposto e contro ogni forma di oppressione. Oggi ci stiamo risvegliando verso una nuova Turchia e un nuovo Medio Oriente. Ai giovani che hanno accolto il mio invito, alle donne che hanno dato ascolto alla mia chiamata, agli amici che hanno accolto il mio discorso e a tutte le persone che possono sentire la mia voce: Oggi comincia una nuova era. Il periodo della lotta armata sta finendo, e si apre la porta alla politica democratica. Stiamo iniziando un processo incentrato sugli aspetti politici, sociali ed economici; cresce la comprensione basata sui diritti democratici, la libertà e l’uguaglianza. Debite precisazioni  (rispetto alla razza e alla religione) e annuncio: da oggi si cambia. [Per Barbara: i giovani e le donne a cui ci si riferisce sono, posso supporre, i combattenti guerriglieri, notoriamente ambosessi].

E che, dunque, abbiamo scherzato? Affatto. Abbiamo sacrificato gran parte della nostra vita per il popolo curdo, abbiamo pagato un prezzo molto alto. Nessuno di questi sacrifici, nessuna delle nostre lotte, è stato vano. Grazie a questo, il popolo curdo ha conquistato ancora una volta la propria identità e le proprie radici.

Attenzione: non è (solo!) una resa quella che viene proposta. E’ un nuovo programma, molto più ambizioso. Qui si introduce un concetto importantissimo: non vogliamo uno stato indipendente per i curdi. Vogliamo costruire una nuova Turchia con tutte le altre minoranze etniche, linguistiche e religiose. Questa è terra di tutti.  Siamo ora giunti al punto in cui “le armi devono tacere e lasciare che parlino le idee e la politica”. Il paradigma modernista che ci ha ignorato, escluso e negato è stato raso al suolo. Che si tratti del sangue di un turco, un curdo, un circasso o un laz – il sangue versato scorre da ogni essere umano e dal ventre di questa terra.

Specificamente: E’ tempo di ritirare le nostre forze armate al di fuori dei confini. Questa è dura. In modo semplice e diretto, ordina ai guerriglieri di lasciare il territorio turco (previo accordo con i curdi iracheni). Ma poi ritorna subito sul concetto del Paese plurale, una vera rivoluzione in un contesto del genere.

Questa non è la fine, ma un nuovo inizio. Non si tratta di abbandonare la lotta, ma di cominciarne una nuova e diversa. La creazione di aree geografiche “pure” basate sull’etnicità e mono-nazionali è una fabbricazione disumana della modernità che nega le nostre radici e le nostre origini.

Ecco, non so se funzionerà e non so neanche se davvero sia questo il vero centro dell’accordo politico. Ma un’affermazione del genere in un Medio Oriente in costante deflagrazione etnica mi pare degna di nota. Certo, ha la sua valenza tattica: uno delle motivazioni della spasmodica affermazione dell’identità turca, a scapito delle altre e spesso del buon gusto e della decenza, aveva la pragmatica motivazione di tenere compatto un territorio che è un vero continente, dal punto di vista della varietà. Già avere una minoranza di svariati milioni di persone qualche ansia la crea, capite bene. Resta però un guizzo, che a me piace considerare non solo retorico: Una grande responsabilità ricade su tutti noi per costruire un paese giusto, libero e democratico di tutti i popoli e le culture, che si addica alla storia del Kurdistan e dell’Anatolia. In questa occasione del Newroz invito gli armeni, i turcomanni, gli assiri, gli arabi e tutti gli altri popoli così come i curdi a rispettare la fiamma della libertà e dell’uguaglianza – il fuoco che si accende qui oggi – e abbracciarla come propria.

Amen. Poi iniziano le bacchettatine, garbate, al popolo turco, a partire dal ricordo della millenaria vita in comune (lo sapete che Saladino era curdo?). Nonostante tutti gli errori, gli ostacoli e i fallimenti degli ultimi novant’anni, ancora una volta stiamo cercando di costruire un modello di società con tutti i popoli, le classi e le culture che sono state vittime e hanno sofferto a causa di terribili disastri. Chiedo a tutti voi di fare passi in avanti e contribuire al raggiungimento di un’organizzazione sociale egualitaria, libera e democratica… L’ampiezza e la completezza del concetto di “NOI” ha un posto importante nella storia di questa terra. Ma nelle mani di ristrette élites dominanti, il “NOI” è stata ridotto a “UNO.” E ‘il momento di dare al concetto di “NOI” il suo spirito originario e di metterlo in pratica.

Scusate se è poco. Sul finale, una meravigliosa composizione di retorica antica e moderna. Notate, per dire, il fascino quasi biblico di questa frase: Coloro che non riescono a comprendere lo spirito dei tempi finiranno nella pattumiera della storia. Coloro che resistono alla corrente cadranno nell’abisso.

Ultimo punto, anch’esso interessante. Le verità nei messaggi di Mosè, Gesù e Mohammad vengono rivitalizzate oggi secondo le nuove tendenze. Le persone stanno cercando di recuperare ciò che hanno perso. Non neghiamo i valori della contemporanea civiltà dell’Occidente nel suo complesso. Raccogliamo infatti i valori dell’Illuminismo, l’uguaglianza, la libertà e la democrazia, e per attuarli ne facciamo una sintesi  con i nostri valori esistenziali e i nostri modi di vita. Qui davvero io vedo l’ambizione di superare gli schemi: occidentale-orientale, religioso-laico, politico-religioso…. Non so se la realtà turca abbia, almeno a tratti, compiuto questa sintesi nuova, o se riuscirà a compierla in misura significativa nel prossimo futuro. Di una cosa sono ragionevolmente certa: se pure fosse, i nostri media non riusciranno mai a raccontarcela.