Ogni tanto Meryem si sveglia di notte. Roba da poco, basta farle ritrovare il ciuccio e si riaddormenta. Stanotte pensavo che persino in questo c’è un lato positivo. Il momento di invilarsi di nuovo nel calduccio del letto, accanto a Nizam, non ha prezzo. Ti permette di assaporare ancora una piacevolezza di cui, quando dormi ininterrottamente, non sei davvero consapevole.

Un saluto a padre Fantola, che ci ha lasciato. Ricordo le nostre chiacchierate agli incontri della rete territoriale, il suo accento settentrionale, la sua severità da nonno. Uno di quelli che davvero si è fatto in quattro, in prima persona, per difendere i diritti dei rifugiati che incontrava. In un contesto difficile come Vicenza, facendo la spola con Trento. Ha seminato con pazienza, sentendosi dire molti no, facendo lunghe file a tutti gli uffici. Uno di quelli che ha agito "secondo la verità nella carità", come direbbe san Paolo. Se ne sentirà la mancanza, in questo mondo in cui l’assurdo diventa normale.


084Evidentemente c’è un meccanismo di sicurezza, tipo salvavita, che scatta quando le mamme sono arrivate al limite. Dopo una settimana di risvegli notturni, pianti, strepiti, capricci di ogni genere, pasti saltati e sostituiti da spuntini improbabili (Fruttolo, fetta di pane in cassetta, un rigatone, mezza banana, etc), ieri è successo qualcosa. Sono tornata a casa a piedi, causa traffico impazzito, mi sono storta una caviglia inciampando in una buca piena d’acqua: ero insomma in uno stato pietoso e mi preparavo all’ennesima serata con la bimba più lagnosa del secolo. Rassegnata come solo una mamma depressa riesce ad essere. Prima  (forse) illuminazione: preparo una pappa a forma di pappa. Proprio da lattante: semolino, brodino Milupa, omogeneizzato pollo/vitello. La fanciulla si siede a tavola e, cucchiaino dopo cucchiaino, da sola, se lo spolvera coscenziosamente.

Procedo al bagnetto, che non osavo da giorni tre, data la situazione (avete presente quant’è piacevole detergere un gatto selvatico urlante?). Sorrisi, risate, spruzzi. Tutto ideale. Ci mettiamo a tavola noi. Lei si siede composta sul suo seggiolino, chiacchiera un po’ e, dopo pochi minuti, reclina la testina e praticamente cade addormentata (ore 19.45 circa). La prelevo e metto a letto. Dorme ininterrottamente fino a stamattina e avrebbe continuato se non l’avessi svegliata io (dopo essermi vestita con calma e aver persino fatto un accenno di colazione).

079Le preparo una pappa lattea diluita nel latte (c’è bisogno di dire che anche la colazione era una battaglia?). Lei sorridente si risiede al suo seggiolino e trangugia anch’essa, un cucchiaino alla volta, senza il mio aiuto. La vesto, ancora senza lagne, usciamo. Mi chiede solo di portare con sé "lalla" (una pallina azzurra che non so da dove sia spuntata). Glielo concedo. Al nido baci, sereni saluti, ciao ciao con la manina.

Mentre mi allontanavo alla volta dell’ufficio mi chiedevo: sogno o son desta? Speriamo che duri. Ma anche se non durasse, mi sono data una bella ricaricata.


Sono rimassa più scossa di quanto pensassi del brutto episodio in ufficio venerdì. Ancora adesso sono in preda ad emozioni contrastanti. Da un lato, razionalmente, so che è assurdo dare tutta questa importanza alla cosa. Dall’altro, è come se qualcosa mi si fosse rotto dentro. Non so neppure cosa vorrei, idealmente. Scuse? Per carità. Il solo pensiero mi fa venire la nausea. Un pubblico riconoscimento del mio ruolo, della stima che i miei capi hanno di me? Francamente, non saprei che farmene. E allora cosa? Perché fatico tanto a girare pagina?

Forse non oggi


Oggi mi pare che sia meglio stendere un velo pietoso. Migliorerà, migliorerà. Forse non oggi, ma migliorerà.


Notte infame, sera precedente anche peggio. Il virus ha riacchiappato la guerrigliera e vi risparmio i particolari scabrosi. Come un tragico binario parallello, in ufficio si moltiplicano le rogne. E oggi mi sono inaspettatamente trovata in una situazione sgradevolissima, in cui un tizio si è sentito autorizzato ad urlarmi addosso. Finché mi vomita addosso mia figlia, passi. Non mi piace, ma sono disposta a sopportarlo. Ma sentirsi vomitare urlacci in faccia da chicchessia oggi è molto al di là di quanto possa sostenere. Solo una cosa potrebbe disgustarmi di più: che venga da me a riparlarne.


Ieri ho provato una strane sensazione. Meryem si è addormentata presto, Nizam voleva fare una piccola commissione in quartiere e mi ha proposto di accompagnarlo. Abbiamo lasciato la guerrigliera dormiente a casa con lo zio e abbiamo fatto una rapida passeggiata di una mezzoretta, senza peraltro avere la possibilità di fare quello che avevamo in mente perché il negozio era chiuso. Ma questa mezzora di libertà inaspettata mi ha fatto un gran bene. Abbiamo riso, chiacchierato (anche della piccola, che è in piena fase "versi degli animali") e ci siamo sentiti leggeri leggeri per un po’. Perché non farlo, ogni tanto? Basterebbe così poco. Ci succede, ovviamente, di uscire separati. Ma uno spazietto in due senza pupa, ecco, ogni tanto ci vuole anche questo.


Dagli States, via chat, gli amici mi sommergono di sorrisi. Gioia, trionfo, tripudio. Meglio delle previsioni più rosee. Un bel colpo per la democrazia americana. Io li invidio con tutto il cuore. Non tanto perché sono lì, come mi ha chiesto uno di loro. Ma perché riescono ancora a sperare nella politica. Ad essere ottimisti. Io affogo nel cinismo, ormai. Credo che per smuovere qualcosa qui ci vorrebbe un miracolo e non riesco neanche ad immaginare di quale natura.

Come madre, credo che questo sia grave. Penso che abbiamo il dovere di cercare una prospettiva e di costruire qualcosa. Ma è più facile a dirsi che a farsi. Ti guardi intorno e vedo facce tutte uguali, atteggiamento comune, obiettivi piccini. Ma come cambiare davvero qualcosa? Come ritrovare un po’ di fiducia? Anche gli sporadici tentativi on-line alla fine mi hanno lasciato un po’ l’amaro in bocca. Come se fossero cose gradevoli, un po’ autocompiaciute, senza nulla di davvero tangibile. Sia chiaro, è un’osservazione che non vuole essere una critica a nessuno. Cerco solo di dire che la rete di per sé non è necessariamente un valore aggiunto per la qualità dei rapporti. Amplifica ciò che c’è, dificile che crei. E un’adesione tiepida amplificata non diventa un’adesione calda.

Voi che ne dite? Ne dite qualcosa?


Il weekend è stato funestato da un terribile virus gastrointestinale. Di quelli che ti stendono con un cazzotto sul naso e ti calpestano con gli scarponi chiodati per 48 ore. La piccola untrice sta molto meglio. Io mica tanto. E da stamattina abbiamo steso la nonna un numero imprecisato di zie e cuginetti. Credo che la mia popolarità in famiglia in questo momento sia pericolosamente bassa.

Batman, Robin e l’incendio condominiale


Sebbene il reality sia concluso, non ci facciamo mancare la giusta componente di avventura. Ieri sera, appena messa a letto una guerrigliera particolarmente iperattiva, quando stavamo per goderci un meritato tè turco con relativa frutta secca e altri calorici accessori, scoppia il caos. Urla, concitazione e un denso fumo maleodorante dal vialetto condominiale. Una macchina parcheggiata ha preso fuoco proprio sotto la nostra palazzina. Un’improvvisata quanto colorita squadra di pronto intervento si è attivata all’istante, attraverso un efficace tamtam sonoro da balcone a balcone.

Casa Susan ha contribuito con la versione curda di Batman e Robin. Batman in ciabatte (mie), pantaloni della tuta e maglia nera da supereroe; Robin, più attento al look, indossava invece un’appropriatissimo maglioncino arancione. Gli altri condomini contribuivano a modo loro, ciascuno secondo le proprie specifiche attitudini: l’architetto dell’attico supervisionando pensoso; il mio dirimpettaio facendosi venire un mezzo infarto; la gattara della palazzina 2 fornendo contenitori di ogni genere, che venivano riempiti d’acqua dagli abitanti dei piani terra e dei primi piani (tra cui la sottoscritta, che sfoggiava una camicia da notte Calida in pile bianco, sgraziata e funzionale come solo un capo svizzero riesce ad essere).

Le fiamme sono state domate in una ventina di minuti, fortunatamente prima dell’esplosione del veicolo stesso. I vigili del fuoco sono arrivati, a piedi, circa 40 minuti più tardi (il vialetto, dove peraltro non si potrebbero parcheggiare veicoli, era per questo inaccessibile al camion dei pompieri). Robin/zio curdo è tornato trasognato, perso nell’ammirazione per un’esilissima signora della palazzina 2 che si sarebbe particolarmente illustrata nell’azione. La curdina ha continuato a dormire atarassica, fino alle 5.50, ora ufficiale di risveglio delle ultime settimane. “Mammma? Mamma! Mammaaaa!”. E via un’altra giornata.


La mia vita di ufficio stampa a tempo perso è piena di emozioni, non sempre postive. Poco fa ho toccato con mano (non per la prima volta, ahimé) che spaventoso effetto boomerang possa avere una dichiarazione ingenua anche nelle mani di un giornalista "amico". Dio mio, che fatica improba. E soprattutto ingrata, il più delle volte. L’ho già detto una volta: sarà per le mutate condizioni di lavoro, la precarizzazione che avanza, il free-lance come scelta obbigata… ma devo ancora incontrare (forse con una eccezione) un giornalista che abbia tempo, voglia e sufficiente capacità intellettuale per capire la questione di cui vuole scrivere. Il problema è che capire richiede tempo. Il risultato dell’analisi poi difficilmente ha i giusti contrasti, la necessaria semplicità manichea per essere comunicato efficacemente. Molto più facile farsi già un’idea di dove si vuole andare a parare e procurarsi le necessarie pezze d’appoggio. Non è che non capisca le ragioni. Ma se si pensa a quanta straordinaria importanza possa avere un titolo o un passaggio televisivo, mi si gela il sangue nelle vene.

Non ci si preoccupa affatto di scrivere strafalcioni di ogni genere (contenutistici, ma talora persino ortografici). E la televisione…. Anche qui con un paio di lodevoli eccezioni, i giornalisti televisivi con cui ho avuto contatto professionalmente (anche indirettamente, attraverso la collega che al momento sostituisco) hanno anche più urgenza, più fretta, più requisiti da soddisfare in termini di vendibilità del prodotto. Difficile ottenere che un contenuto faccia capolino dal rutilante contenitore. Che peccato.