"Mamma, papà è proprio bello… Assomiglia a un altro bimbo!" "Ah sì, Meryem? E a chi?" "A Francesco!". Il figlio della maestra  – quello che vedendo il finale di Robin Hood si vanta che "anche lui sposerà Meryem" – ha riguadagnato punti sul pretendente Adriano, evidentemente.

Il Carnevale si avvicina a grandi passi. "Vieni a tavola, amore?". "No ‘amore’: Cappuccetto Rosso!".


Stasera la mia maternità più che un sogno mi si è configurata come un incubo. Sul tram, davanti a me, erano seduti due adolescenti. Ributtanti. Musica a tutto volume, parolacce a ogni pié sospinto, spintoni e cazzotti. Completa incuranza di tutti quelli che, come me, erano sul tram di ritorno da una giornata di lavoro e si sono dovuti sorbire quello show di pessimo gusto, condito anche di alcuni accidentali spintoni ai vicini di posto. Erano talmente sgradevoli che, appena sono scesi, si è scatenata una sorta di solidarietà tra i quattro (tra cui io) che avevano passato buona parte del tragitto a sentirsi raccontare presunti staccamenti di piercing sulla lingua da parte di fanciulle focose e di svariati dettagli di pratiche di sesso orale, non si capiva se effettive o solo auspicate. Eravamo due uomini e due donne, tutti coetanei o quasi. "Anche noi eravamo orridi, ma non così", è stato il giudizio umano. Noi si trascendeva talora sull’allusione sconcia (ma mai così esplicita) giusto se si faceva proprio branco, in gruppi numerosi. Colpa dei genitori? La domanda sorge spontanea. Un fattore mi getta nel dubbio: "ai miei tempi" anche chi dai genitori era seguito poco o nulla non era così stomachevole. Magari era direttamente un delinquente. Ma così molesto, no.

E allora mi chiedo: comesarà essere madre di un potenziale mostro di quell’età? Ce la faremo? Certo questo aspetto mancava in toto dalle mie (scarsine, a dirla tutta) fantasticherie sulla maternità.

P.S. Volete sapere qual è l’unico sogno che avevo sulla maternità (e che coltivo ancora)? Di andare insieme, io e mia figlia, in India quando lei compirà 20 anni. Insomma, sul lato piccoli mi sentivo straordinariamente poco attrezzata. Avevo anche un certo timore a prendere in braccio un neonato, o a intrattenere un bambino. E invece sono stata meno peggio di quanto credessi, vi dirò.

Questo post partecipa al blogstorming


Esperienze,esperienze. Oggi ho scroccato un pranzo (e che pranzo!) di pesce in un (dicono) celebre ristorante romano, letteralmente tappezzate di foto di vip. Offriva il direttore di un noto mensile cattolico con cui, un paio di volte, ho collaborato. Curioso stare a conversare di varia attualità con un gruppetto ben variegato, tra un aneddoto a sfondo vaticano e un fritto misto. Mi sentivo fuori posto? Non saprei rispondere. Diciamo che certamente lo ero, ma non mi ci sentivo.


Sarà bene che mi arrenda all’evidenza: a mia figlia la festa tamarra dello scorso 13 dicembre, quella con lo stereo a palla e "scarta la carta" l’ha mandata in visibilio. Fa parte dei suoi miti assoluti, insieme alla piscina di Marielou (dove è stata solo due volte, una delle quali non ha voluto neanche toccare l’acqua). Ero sicura che ne avesse un ricordo un po’ confuso, anche se la nomina a ogni pié sospinto. Oggi, per pura curiosità, le ho chiesto: "Ma cosa ti è piaciuto di più della festa di Giacomo?". E lei, prontissima: "La musica, la canzone del coccodrillo, la vasca con tutte le palline colorate. E poi tu mi guardavi sempre. E c’era anche Zora. Sai, il suo papà si chiama Markus". "Marco?", ho chiesto io sovrappensiero. "Ma no, mamma! MarkUS". Vero, è l’olandese. Io in realtà ne so il nome solo perché a un certo punto ci siamo scambiati le mail. Comunque la Guerrigliera ricorda tutto in ogni dettaglio, compreso il fatto che Nizam ci ha accompagnato lì in macchina e se l’è squagliata. Alla faccia delle feste diseducative e poco adatte ai bimbi di quell’età.

Liberazione


Oggi mi sono goduta alcuni miracoli (come tali, praticamente inspiegabili per la scienza) e, precisamente:

– Il portatile ha ripreso a funzionare dopo che Meryem ieri aveva approfittato di un mio momento di distrazione per versarci DENTRO, attraverso i buchini delle casse, una bella bicchierata d’acqua (“Mamma, stavo solo pulendo!”).

– Meryem per la prima volta dalla nascita non ha pianto quando le ho versato dell’acqua in testa per lavarle i capelli.

– Pare che i due “graditi ospiti” che mi occupano la casa da due anni stiano traslocando. Peraltro ho contribuito all’arredamento della nuova casa con due divani inutili e ingombranti quanto loro (tra cui spicca il terrificante futon Ikea, il divano più scomodo che la storia ricordi, nonché il letto più complicato da estrarre).

Aaaaaaaaaah.


Ho un po’ ripreso il controllo, che ieri mi era sfuggito. La bambina sta sotto antibiotico e migliora, la tata non deve (come per un attimo pareva) operarsi domani e stare un mese in convalescenza (!!!!), le cose più infami al lavoro sono momentaneamente rietrate, ieri non ho neanche dovuto saltare il mio cinema bimensile (anche se A Serious Man non mi ha soddisfatto granché) e stamattina sono riuscita persino a dare una pulitina ai pavimenti. Che voglio di più dalla vita?


Amarezza massima, lavorativa (ma di questo non vale neanche la pena di parlare) e politica. Il caso Vendola in Puglia fa emergere, con assoluta evidenza, che i politici sono molto più interessati ai laboratori di alleanze che a quanto viene fatto sul territorio. La gente, nonostante tutto, ancora (come può, con il peso specifico ridicolo che ha) reagisce. Sempre il popolo bue, rincoglionito dalla TV di Berlusconi? Che brutto segno quando "il partito" non capisce, non vede, non sente, sostanzialmente non si interessa della vita degli elettori. Chiusi a farsi i conticini, a calcolare quanti mesi mancano alla ragazzetta di turno ("ma tanto comunicativa, eh"?) ad assicurarsi per sempre la pensione da parlamentare. Sono disgustata, letteralmente. Che speranza c’è per questa Italia?


L’ultimo bacio mi è sempre sembrato un film squallido, troppo per essere vero. Oggi, rivedendone spezzoni, mi sono trovata a pensare che spesso, più spesso di quanto uno si aspetti, è la vita ad essere squallida. Non è un bel pensiero. Alla fine ci si sente in balia di qualcosa di indefinito. Meglio pensare di avere davvero la possibilità di fare qualcosa, o meglio affidarsi al fato e alla fortuna? Io oggi mi attacco all’immagine di Nizam che lancia in aria Meryem, a mo’ di amuleto. Ma chissà cosa dobbiamo vedere ancora.


Penso a Daniela, preoccupata (e ne ha ben donde) per la sua amica. E a me, che sono preoccupata per la mia. La differenza è che io potrei chiamarla. Se sapessi cosa dirle. Forse basterebbe dirle che la penso.

Quanto godi?


Cosa c’è che mi infastidisce nell’espressione “godersi i bambini”? Un’amica che dice che lavora, che i bambini “se li gode poco”. E io scricchiolo. E perché mai, mi chiedo oggi? In fondo se qualcuno mi dicesse che si gode la mia compagnia non mi offenderei affatto. Certo, difficilmente direbbe che si gode me, ma in fondo fa tanta differenza? Ho il dubbio che ci sia qualcos’altro sotto questo mio fastidio sproporzionato. Forse immagino che per qualcuno trascorrere del tempo con i bambini sia di per sé un puro godimento, mentre per me talora è anche noia, fatica, frustrazione? Orsù, Chiara, è solo un modo di dire. Anche le madri del Mulino Bianco qualche volta provano sentimenti diversi dal godimento quando devono cambiare da capo a piedi la bambina nell’istante esatto in cui stavano per varcare la porta di casa. O quando devono trascorrere 16 ore filate sole con lei, con un tempo da lupi e chiuse in una casa che ha ben poco di accogliente. Vero?