Oggi c’è stato un momento in cui mi sono sentita proprio Calimero. Dopo una giornata pesantissima in ufficio (che seguiva a una serata in cui mi sentivo malissimo e un risveglio a dir poco movimentato…), durante la quale sono stata vittima del collasso di gmail proprio mentre stavo tentando di condurre delicate trattative in merito a un partenariato europeo (è uno dei compiti che odio di più, dopo quello di ufficio stampa), esco un po’ prima per passare dalla pediatra. Sorpresa. Il tram non passava. Gli autobus sostitutivi nemmeno. Altri autobus, neanche. Mi incammino a piedi. Inizia a diluviare. Proprio forte forte. Continuo indefessa, pensando all’orario della pediatra. Arrivata davanti al Ministero della Pubblica Istruzione trovo una manifestazione di pericolosissimi addetti alle pulizie delle scuole pubbliche (lo apprendo ora da internet: io non ne ho visto neanche uno) e una quantità spropositata di poliziotti in assetto da guerra, con camionette e persino elicotteri. Sembrava la fine del mondo. Si rifiutano di farmi passare. Ora, se conoscete un po’ la geografia della Capitale, saprete che la mia unica alternativa passava per un’erta salita chiamata via Dandolo. Ripida e lunga, faticosissima. Per andare dove dovevo andare semplicemente proseguendo dritto, mi dovevo arrampicare e poi ridiscendere. Ero zuppa ed esausta. Provo a insistere con il poliziotto che, evidentemente un po’ nervoso, mi fa presente che potrebbe arrestarmi seduta stante. Arrivata al secondo tornante della salita, ho pensato davvero, quasi letteralmente: "Capitano tutte a me…".

Ma facciamo il gioco di Pollyanna (ormai tra Barbara e Pietro sono rimasta contagiata). Ho scoperto che tra l’ufficio e casa, passando per la strada più lunga, litigio con poliziotto incluso, c’è un’ora di strada. Credevo di più. E, soprattutto, le analisi di Meryem erano perfette. "Sembrano quelledi una bambina che non è mai stata male", ha detto la dottoressa. L’avrei baciata. E poi ha continuato: "Almeno una bella notizia gliel’ho data. Le dare volentieri anche un phon, anche perché ha una tosse niente male, ma purtroppo non lo ho". Forse pensava anche alla pozzanghera che il mio cappotto aveva nel frattempo creato suyl suo pavimento, ma l’ho trovata una frase gentile, sul momento. Con calma bisognerà fare accertamenti, perché parrebbe portatrice di microcitemia, ma se ne parla tra un annetto. Quanto alle urine, mi haconsigliato di rilassarmi e riprovarci sabato.

Sono tornata a casa dalla mia piccola Winnie Poo, che oggi era fierissima di sfoggiare il suo travestimento al nido. Ha ripreso a mangiare pochino, ma direi che ci possiamo accontentare.


Non sono nata per fare l’ufficio stampa. Non vedo l’ora che la mia cara collega ritorni dalla maternità e si riprenda in carico questi soggetti inquietanti che sono i giornalisti. Telefonata di poco fa. "Pronto, sono Pincopallina di Radio XYZ. Volevo registrare un’intervita sull’iniziativa Tal dei Tali. Ma devo avere conferma immediatamente". Provo a spiegare alla signorina che deve esserci un errore: non mi risulta che organizziamo nulla del genere. "Sì, lo so", risponde lei un po’ scocciata. "L’iniziativa è organizzata dall’Associazione XXX. Ma lei è l’ufficio stampa, no?". Chiarisco che sono l’ufficio stampa del Centro Astalli, non dell’Associazione XXX. Questo non la induce a desistere. Argomento che non siamo minimamente coinvolti, che non saprei proprio che dirle. Le mie certezze iniziano a incrinarsi leggermente davanti a cotanta sicurezza. "Ok, verifico se aderiamo all’iniziativa e la richiamo", arrivo a dire. "Sì, ma in fretta, grazie". Verifico in fretta, quasi all’istante. Non abbiamo nulla a che fare con ciò. Chiamo Pincopallina: "No, mi dispiace, non posso proprio aiutarla". "Ma lei quindi dice che dovrei chiamare direttamente l’Associazione XXX?". Direi di sì. E comunque cancella il mio numero dalla tua rubrica, grazie.


Ancora non ci credo che lo sto facendo davvero. Per farvela breve, mia sorella, insegnante di liceo, porterà le sue classi in gita a Istanbul. Quella scapestrata ha convinto la preside della sua scuola che la partecipazione mia e di Nizam sarebbe un grandissimo valore aggiunto, perché io potrei sostituire la guida in molte occasioni e lui può fare da traduttore se ce ne fosse bisogno. L’ha convinta talmente bene che la preside ha detto che se noi ci andiamo viene anche lei. Insomma, non è ancora sicuro al 100%, ma oggi ho montato una bella faccia di bronzo e ho chiesto cinque giorni di ferie alla fine di marzo. Una follia, visto il lavoro che c’è, e le scadenze, e a marzo devo già partire due volte per lavoro, e… Me le hanno date. Non hanno fatto i salti di gioia, ma me le hanno date. Unica condizione: accorciare di un giorno il viaggio a Bruxelles inizialmente previsto dal 18 al 20, in modo di essere (almeno) venerdì 20 in ufficio. Detto fatto, ho già cambiato il biglietto.

E ora? Non resta che sperare che la cosa vada effettivamente in porto e… convivere con i sensi di colpa! Meryem sarebbe affidata alle cure di nonna e tata, con eventuale supporto di zie. Soluzione già collaudata con successo quando dovetti andare a Berlino in assenza di Nizam.

Ce la farò davvero? Certo che, calvinista come sono, non è neanche da me averci provato. Ma quando ci ricapita? Andremmo due al prezzo di uno e per giunta a tariffe da gita scolastica…


Non ci siamo sottratti alla sfilata delle mascherine del quartiere. Queste sono le circostanze in cui apprezzo Nizam. E’ tornato dal lavoro alle due e mezza, ha fatto appena in tempo a mangiare e farsi una doccia e poi ha assecondato l’idea malsana che mi era balenata in testa all’ultimo momento. La giornata era splendida, Meryem non è malata (non è detto che martedì sia ancora così) e allora ci siamo sfoggiati il vestito da Winnie the Poo prestato da un collega. Ci siamo ritrovati con mia sorella, vecchie conoscenze del quartiere, persino mia zia con i nipotini, mia madre che ci ha raggiunto alla fine della sfilata. "Non ero mai stata a una festa di Carnevale", ha confessato. Beh, c’è sempre una prima volta. Il nostro vestito non era certo originale come quello da camaleonte di mio nipote, ma Meryem lo portava con una certa convinzione. Seguiranno foto, quando mia sorella me le manderà. E’ stato bello vedere mia figlia in spalla al suo papà guardare ipnotizzata le maschere sui trampoli, in particolare un grosso panda con i piatti. Siamo stati come tutti gli altri, per una volta.

P.S. Ho ritirato le analisi, ma ovviamente non ci capisco granché. C’è qualche valore sballato, ma non saprei dire se e quanto la cosa sia preoccupante.


Stasera ho la testa piena di pensieri pesanti. Pensieri che sporcano, rimuginamenti, incombenze da aggiustare. Soprattutto ho in mente il testo di una mail scritta in azzurro. Sei-sette righe di attacco violentissimo, in risposta al comunicato stampa del Tavolo Asilo su quello che sta succedendo a Lampedusa. Non è la prima volta, negli ultimi mesi, che ci arrivano messaggi di insulti. Ma questo è firmato, da un personaggio abbastanza autorevole del giornalismo. Cosa spinge un professionista a scrivere un messaggio del genere, in caratteri azzurri? Il clima culturale? La sicurezza di essere inattaccabile? La pura e semplice arroganza e maleducazione?

C’è qualcosa che non va. Non so chiarire meglio questa sensazione, che però si fa più netta ogni settimana che passa.

Mi ha fatto piacere restare sola a casa con Meryem questa sera. Non aver bisogno di parlare, di cucinare, di fare altro a parte darle da mangiare,coccolarmela, farle l’aerosol e vederla addormentarsi trale mie braccia. Potere andare ora, di tanto in tanto, a vedere il suo bellissimo profilo sul cuscino, sentire il suo respiro tranquillo che riempie la cameretta.


Io solitamente ho grandi difficoltà a ricordare in che anno sono successe le cose (compresa, ad esempio, la data in cui mi sono diplomata o laureata…), ma per il resto delle date ho una certa insolita memoria. Il 18 febbraio di moltissimi anni fa (facevo al seconda media) ho fatto per la prima volta "sega" a scuola (e qui potremmo aprire un capitolo sulle folkloristiche espressioni regionali in uso per indicare assenza non autorizzata dalle lezioni… bigliare? marinare?). Lo facevo, udite udite, per andare al Campidoglio a vedere una mostra su Ebla. Inguaribile, fin da piccola. Posso solo aggiungere a mia discolpa che nel gruppetto di secchioncelli sovversivi c’era un ragazzetto che ci piaceva a tutte molto, contraddistinto dal look di gran moda (maglioncino rosso a V e t-shirt bianca!) e che naturalmente ho ritrovato puntualmente su Facebook…

Errata corrige: a pensarci bene, era il 17 febbraio. Vabbé, fa lo stesso. In compenso posso essere più precisa sull’anno e sul titolo della mostra: Da Ebla a Damasco. 10.000 di archeologia in Siria, Roma, febbraio-marzo 1985. Avevo dunque dodici anni e qualche mese. Meditate gente, meditate…