Vivere pericolosamente… Oggi siamo stati a Villa Pamphili, a far imbrattare di fango la bimba e il suo passeggino. Al ritorno, Nizam carica in macchina il passeggino. Poi andiamo a cercare della pizza, poi integriamo con dei samosa alla rosticceria indiana e, tornati a casa con il bottino… colpo di scena! Le borse, mia e del passeggino, erano state lasciate a terra, al parcheggio della villa. Nizam schizza lì, lasciando me e Meryem davanti alla porta chiusa. Non riuscivo a crederci fino in fondo, speravo fosse uno degli scherzi curdi che non apprezzo mai fino in fondo. Nella borsa c’era, semplicemente, tutto: chiavi di casa, dell’ufficio e di casa di mia madre, documenti, bancomat, carta di credito, agenda, pennetta USB…. Non riuscivo neanche a arrabbiarmi. Annaspavo e basta. Nizam chiama (il telefono era l’unica cosa che avevo in tasca): niente, il luogo è deserto. Ed ecco il deus ex machina. Alto, con berretto di lana e figlio sporco di fango della villa. "Sei tu? Sei fortunata!" mi dice, avvicinandosi con la mia carta d’identità in mano. Per fortuna che esistono ancora persone così. Non l’ho ringraziato abbastanza, stordita com’ero. Ma ha tutte le mie benedizioni, di cuore.


Da quando è stata male, a dicembre, Meryem è discretamente inappetente. Ora è guarita del tutto, ma l’appetito non le è tornato. Ogni pasto è una specie di tortura cinese. Mangiucchia ogni tanto qualcosina e solo quel che dice la sua testa. La tata il pomeriggio si ingegna in ogni modo per dargli qualcosa (latte, spremuta, qualche volta crackers e stracchino…), ma poi la cena è una partita persa. Il pranzo a scuola qualche volta lo salta. La colazione è tornata ad essere un optional (Fruttolo o yogurt, solitamente; il latte e biscotti e la pappa lattea ormai sono il più delle volte snobbati). Ora: io sono consapevole che non devo forzarla, che si autoregola e che difficilmente morirà di fame. Ma non c’è niente da fare. Il senso di colpa della mamma scrausa è lì in agguato. E’ colpa mia. I pasti non sono appetitosi. Forse la sera è stanca, visto che si alza così presto. Io dovrei tornare prima. Forse dovremmo mangiare tutti insieme (ma allora il punto precedente? Lei spesso e volentieri alle sette e mezzo è mezza addormentata)… Insomma, mi affliggo per una cosa che probabilmente richiede solo che io stia lì ad aspettare che passi. Per vedere il lato positivo, ora che è guarita dorme bene, quasi sempre senza interruzioni. E da quando ho dovuto comprare un’altra macchina per l’aerosol (soprassediamo sulle maledizioni che ho mandato per il salasso), riesco persino a farglielo. Resto convinta che è inutile, ma glielo faccio.


Nonostante la sconcertante scarsità di notizie sui media su quello che sta succedendo a Lampedusa (che, per la cronaca, è di una gravità eccezionale: potete leggere qualcosina qui), ieri è stata una delle poche volte in cui il mio interlocutore ha dimostrato di avere una vaga idea di cosa sia il mio lavoro – quello che ottengo in genere è un generico "ah, interessante". Pranzavo al solito baretto stile familiare ruspante, dove c’è l’abitudine, in caso di affollamento, di abbinare i clienti soli per economizzare i tavoli. Katia, la proprietaria, non rinuncia a cercare un minimo di affinità tra i commensali forzati e pilota accuratamente la logistica con frasi del tipo: "Pippo, mi ospiti Genoveffa? Lui è Pippo, lei è Genoveffa, buon appetito!". A me è capitato un gentile signore di una decina d’anni più di me, da Katia chiamato "Professore" (chissà di cosa). Alla mia risposta a "che lavoro fai?", la conversazione si è animata: "ah, quelli di Lampedusa!". E da lì, per tutta la durata di un piatto di tortellini in brodo, si è discusso di lavoro nero, incidenti sul lavoro, sfruttamento dei migranti clandestini e assenza dello Stato dalle questioni reali (alla faccia di tutte le iniziative spot che non fanno che aggravare il caos, fisico e normativo, che ci contraddistingue). Dopo l’ultimo boccone, ci siamo salutati amichevolmente. Non so come si chiama, né che lavoro faccia davvero (sospetto qualcosa tipo ingegnere, vista la competenza in fatto di ispezioni sulla 626), ma so che è pugliese e che non ha gli occhi foderati di prociutto. Consolante.


Beh, più che una decisione è una presa di coscienza. Premettendo che sono pronta a ricredermi, direi che, contrariamente a quanto immaginavo fino ad ora, sto prendendo seriamente in considerazione la possibilità che Meryem resti figlia unica. L’idea non mi è mai piaciuta e tuttora non mi piace. Ma forse è il momento di fare i conti con la realtà. L’impegno economico è già oltre i limiti, anche a causa dell’oggettiva mancanza di aiuti gratuiti (mia madre è troppo anziana, le sorelle troppo occupate, gli altri nonni, zii, etc in Turchia). Mia madre contribuisce economicamente, ma anche questo ha dei limiti e poi non durerà per sempre. Il lavoro che ho, per quanto teoricamente flessibile, in realtà lo è piuttosto poco. Quando leggo di chi sta serenamente a casa per la malattia dei figli, mi pare di vivere in un altro pianeta. Io non ho questa possibilità e la cosa mi stressa oltre ogni limite. Nizam oggettivamente mi aiuta molto, ma non sarebbe un uomo se non si concedesse le sue libertà… e quando gli arresti domiciliari si protraggono oltre ogni limite ragionevole, come è stato questo mese, fa come ha fatto ieri: mi pulisce ben bene la casa, ma poi saluti e baci fino a sera. A tutto questo si aggiunge un problema idiota, ma che pesa altrettanto. Mi sento molto sola. Internet un po’ ovvia, ma non basta. A volte sto fisicamente male dalla voglia di farmi una chiacchierata. Insomma, mi pare che le mia attuali condizioni di vita non consentano di aprire fronti ulteriori (e ometto per semplicità anche tutta l’enorme questione "lavoro alternativo: possibilità o ennesima pia illusione?"). Mettiamoci anche l’età, che comincia ad essere quella che è…

Insomma, mi rendo conto che questa lunghissima malattia di Meryem mi ha provato molto e forse vedo le cose troppo nere. Ma d’altronde forse è saggio riconciliarsi con il mondo reale, tanto per cambiare. No?


Giorni fa, parlando con un giornalista con cui collaboriamo, ho detto una cosa intelligente, su cui potrei scrivere un libro di grido. In politica internazionale si parla sempre della classificazione dei Paesi in termini economici (PIL, reddito pro-capite) e di forma di governo (sono democratici o non lo sono – con alcuni aggiustamenti di comodo). Secondo me un dato ben più rilevante sarebbe il TMC ("Tasso Medio di Civiltà"). Quello, ben più di tanti altri indicatori, può rivelare cosa aspettarsi sullo scenario internazionale. Non basta essere una repubblica per essere un Paese modello: anzi, se le elezioni sono davvero libere, gli elettori sceglieranno chi, nel bene ma anche nel male, li rappresenta. Tra l’altro sono le condizioni di vita, ma soprattutto il sistema educativo, i modelli, i valori, che fanno civile una Nazione: e queste cose, in condizioni avverse, si deteriorano (anche se la Costituzione resta quella). Solo così mi spiego gli israeliani che vanno a fare le foto ricordo di Gaza bombardata: anni e anni di educazione alla guerra, all’odio, ma anche alla precarietà e alla paura, creano prodotti che non possono che lasciare a bocca aperta.

Al contrario, credo si possa dire che in Iran, nonostante la democrazia latiti, il TMC è molto alto: l’educazione al rispetto, all’ospitalità e alla cortesia che l’iraniano medio riceve è di livello nettamente superiore alla media (poi magari, a livello di individui, ci sono persone molto antipatiche e culturalmente arroganti: ma difficilmente passano davanti a te in una fila). I Paesi dovrebbero monitorare il proprio TMC molto più attentamente dell’inflazione: se si scende sotto certi livelli di guardia (e alle volte ho l’impressione che in Italia ci siamo vicini) poi c’è ben poco da fare per rimediare. 


Una cosa che mi piace di me è la capacità di recupero. Ieri tornando a casa ho tirato un bel respiro, ho fatto mente locale, ho fissato la tata per un altro paio di giorni e poi si vedrà, ho parlato con la pediatra e ho ridimensionato un po’ la tragedia. Intanto anche Nizam è stato colpito e affondato dall’influenza. Al lavoro sono un po’ in affanno e le cose continuano ad accavallarsi ma alla fine va tutto bene. Avevo appena finito di fare queste considerazioni filosofiche, avevo messo a letto la bambina e suo padre e sistemato quel minimo la cucina quando ho deciso di dare un’occhiatina alla mail. Leggo esterrefatta che il marito di una mia collega è morto improvvisamente, giovane e in salute. Quella coppia ne aveva passate già più del giusto, da ogni punto di vista, ma la cosa stupenda era che erano ancora innamorati come il primo giorno. Checché ne possa dire io quando sono in fase lamentosa, le sfighe non sono ripartite equamente e la parte maggiore certo non è toccata a me.