Insofferenza spazzata via da un’amica che è venuta a darmi una bella notizia. Mi guardo dentro con una certa ansia. Spero di essere all’altezza delle mie aspettative, di comportarmi come credo sia giusto. Lo stesso in fondo vale anche per un’altra situazione, molto diversa, che sto vivendo. Riuscirò davvero a non provare la tentazione di essere meschina? Persino vendicativa, magari? Per ora non mi pare di vedere in me strani impulsi. Ma se mi conosco bene, temo che qualcosa nel profondo sia un po’ bloccato. Come se avessi paura di lasciarlo libero.


Una tranquilla notte di capodanno carica di ricordi e soprattutto libera dalla presenza del fratello di Nizam. Tutto il 2008 è trascorso con qualcun altro in casa e in una casa che non lascia grande possibilità di manovra. Un paio di DVD, un polpettone, un pandorino da due (un po’ secco), spumante dolce e schifido come piace a me e pistacchi. Mi sono un po’ rilassata ed era certo la soluzione migliore. Questo 2009 si apre con qualche preoccupazione sulla salute, sia mia che della piccola. Sono una fifona, lo so. Ma (magari per l’ansia) non mi sento affatto bene e questa settimana di antibiotici non ha migliorato sensibilmente la situazione. Quanto alla piccola, lei sembra scoppiare di salute, ma la febbriciattola non l’ha ancora abbandonata. Io ho una pediatra fortunatamente scrupolosa, che la monitora attentamente. Oggi ce la porta Nizam, lunedì mattina io. Speriamo che non spunti fuori nulla. L’anno degli incidenti e dei malanni doveva essere il 2008, VERO???

Circolo vizioso


Sono acciaccata, nevrastenica e un po’ provata per la malattia di Meryem, che i costringe a lunghe sessioni da reclusa. Nizam, che è in vacanza, cerca di godersela e trascorre buona parte del suo tempo fuori dal lazzaretto. Io mi inferocisco. Lui a quel punto prende ancora di più il fugone, sostenendo (a ragione) che stare a casa a sentir me che mugugno non è il massimo. E via così, di male in peggio. Allora ho deciso di mettere uno stop. Oggi pomeriggio, (santa) tata mi darà il cambio e io mi vado a fare un giro. A pranzo da mia sorella, a parlare di Omero e Schliemann ai nipotini e poi a farmi una cera, che una capra tibetana in confronto a me è glabra. Vediamo se torno umana.


Dopo un Natale e un Santo Stefano un po’ difficili, oggi sono uscita un paio d’ore per un funerale. Vorrei essere in grado di fissare la sensazione che ho provato, ma so di non essere in grado. Era alla parrocchia che ho frequentato per molti anni, diciamo dalla seconda/terza media fino al penultimo anno di liceo. Sono stati anni di cui non andrei oggi particolarmente fiera, molto adolescenziali, ma di cui adesso vedo l’importanza. Molti ricordi oggi erano lì, in quella chiesa popolare affollata di gente, come se facessero parte del mio DNA. Ricordo, ad esempio, quando (ero ancora più piccola, forse in prima media) siamo andati lì con tutta la classe per il funerale di un bambino della nostra scuola. Uno dei miei compagni, figlio di atei convinti e nemmeno battezzato (allora non era tanto comune) si aggirava a naso in su, leggendo le scritte sulle pareti. Gli affreschi sono piuttosto bruttini, ma le frasi scelte non sono consuete e, forse per averle lette tante volte, sono le parole del Vangelo che più spesso mi tornano in mente: "Guardate gli uccelli del cielo, non seminano e non mietono… Guardate i gigli del campo, non tessono e non filano, eppure nemmeno Salomene può competere con loro" (cito a memoria, non mi va di cercare le parole esatte).

Sull’altare c’era ancora il vecchio parroco, ora in pensione. Poco dopo aver iniziato a frequentare la parrocchia, partecipai alla festa per celebrare i suoi venticinque anni a Donna Olimpia. Ora ne sono passati a spanne altri venti e lui è uguale ("Tranne che per il fatto che ora ho 85 anni e prima non li avevo", ha ribattuto lui oggi, quando glielo ho detto). Un viso espressivo, un fisico imponente (si vociferava che prima di farsi prete facesse il pugile, chissà se è vero), un modo di fare il pastore di altri tempi, semplice, diretto, a volte un po’ burbero. Ricordo quando ci confessavamo da lui. Ci faceva sedere accanto a lui, in un banco e quasi non ci faceva parlare: "Ma cosa potete avere da confessare voi, figli benedetti? Pregate, state contenti, cercate di rimanere puliti come adesso". Una volta, durante un campo-scuola in Trentino, ci portò a passeggiare su un ghiacciaio. Me lo ricordo ancora, come si stagliava contro il cielo azzurro intenso, con lo zaino con l’altare portatile sulle spalle, intento ad aiutare uno per uno ragazzini, catechiste anche il giovane pretino di fresco arrivo che oggi ha preso il suo posto. Il vescovo che mi ha cresimato era stato in seminario con lui. Arrivò con il macchinone e lo trattò dall’alto in basso. Io me la legai al dito e quando allungo la mano perché gli baciassi l’anello, deliberatamente gliela strinsi. Vendicai così chi, con parole meno forbite ma con spiritualità molto più alta, mi aveva preparato al sacarmento.

E la parrocchia? Mi sono sentita libera quando l’ho lasciata. Un ambiente un po’ paesano, ristretto. Dove la scelta di studiare all’università non era capita del tutto, dove avevano preso a considerarmi troppo libera (intellettualmente, non di costumi!), persino "atea". Oggi lo rivedevo quell’ambiente, dopo tanto tempo. Sembra avere retto alla prova del tempo. I miei coetanei erano lì, con i loro figli. Le "vecchiette" del coro ancora lì, con le loro permanenti immutate dagli anni Ottanta. Tra i banchi i ragazzini di allora, oggi padri di famiglia. Un paese vero, a dieci minuti da casa. Sono stata tentata di ritornare all’ovile, almeno di tanto in tanto. Penso che a mia figlia mancherà quel senso di comunità che, anche se mi è stato stretto, mi ha sostenuto quando senza esserne consapevole ne avevo bisogno. Penso a figure importanti incontrate lì che non ci sono più (una, in particolare). Ma poi i saluti dopo le esequie mi hanno portato sulla terra. Quella di oggi è un’occasione particolare, perché speciale era la donna che andavamo a salutare: una donna energica, certo non perfetta, ma piena di carattere e personalità. Impossibile da dimenticare e che ha avuto il pregio di ricomporre per un’oretta frammenti di un tempo passato, al suono delle campane (vere, quelle con la corda) che tante volte io stessa ho suonato.

Meryem non ha bisogno dei ricordi sfuocati della mia adolescenza e delle magagne che mi porto dietro da allora. Avrà la sua, spero serena (magari più serena della mia) chissà con che immagini, con che colonna sonora, con quali ricordi.


E così Meryem ha la febbre (non altissima, per fortuna) e io come minimo una brutta bronchite (antibiotico per una settimana), ma il dottore mi ha prescritto anche una bella rx del torace, perché sente "strani rumori". E la schiena? Vabbé, già che ci sono posso farmi una rx anche di quella. Sarà un nuovo anno ricco di raggi. Il primo appuntamento che ho trovato coincide con il primo giorno di lavoro dopo le vacanze. Alla faccia del tempismo.

Con questo bollettino medico e raccogliendo le energie, che iniziano a scarseggiare, faccio i nostri migliori auguri ai fedeli lettori di questo blog. Cercheremo in queste vacanze di rimettere insieme i pezzi. Promesso. Un bacio a tutti!