Qualcuno spiega a Meryem che gli scoiattoli non ululano? Capisco che non riusciamo a proporle una valida alternativa (ma come fanno gli scoiattoli?)… E già che ci siamo, è anche convinta che il verso del coccodrillo sia "boh!". Comunque mi fa molto ridere in questo periodo. Cerca di ripetere tutto, ma ha anche delle certezze inamovibili. Il cane è "ane" o "bau", ma se è troppo grande diventa un "allo" (cavallo). Il turco mi pare che lo capisca (se ad esempio il padre le dice "chiudi gli occhi", lei lo fa), ma lo ripete poco e in modo ancor più buffo dell’italiano. Ma quello che più le piace è decisamente cantare!


Vivere pericolosamente… Oggi siamo stati a Villa Pamphili, a far imbrattare di fango la bimba e il suo passeggino. Al ritorno, Nizam carica in macchina il passeggino. Poi andiamo a cercare della pizza, poi integriamo con dei samosa alla rosticceria indiana e, tornati a casa con il bottino… colpo di scena! Le borse, mia e del passeggino, erano state lasciate a terra, al parcheggio della villa. Nizam schizza lì, lasciando me e Meryem davanti alla porta chiusa. Non riuscivo a crederci fino in fondo, speravo fosse uno degli scherzi curdi che non apprezzo mai fino in fondo. Nella borsa c’era, semplicemente, tutto: chiavi di casa, dell’ufficio e di casa di mia madre, documenti, bancomat, carta di credito, agenda, pennetta USB…. Non riuscivo neanche a arrabbiarmi. Annaspavo e basta. Nizam chiama (il telefono era l’unica cosa che avevo in tasca): niente, il luogo è deserto. Ed ecco il deus ex machina. Alto, con berretto di lana e figlio sporco di fango della villa. "Sei tu? Sei fortunata!" mi dice, avvicinandosi con la mia carta d’identità in mano. Per fortuna che esistono ancora persone così. Non l’ho ringraziato abbastanza, stordita com’ero. Ma ha tutte le mie benedizioni, di cuore.


Da quando è stata male, a dicembre, Meryem è discretamente inappetente. Ora è guarita del tutto, ma l’appetito non le è tornato. Ogni pasto è una specie di tortura cinese. Mangiucchia ogni tanto qualcosina e solo quel che dice la sua testa. La tata il pomeriggio si ingegna in ogni modo per dargli qualcosa (latte, spremuta, qualche volta crackers e stracchino…), ma poi la cena è una partita persa. Il pranzo a scuola qualche volta lo salta. La colazione è tornata ad essere un optional (Fruttolo o yogurt, solitamente; il latte e biscotti e la pappa lattea ormai sono il più delle volte snobbati). Ora: io sono consapevole che non devo forzarla, che si autoregola e che difficilmente morirà di fame. Ma non c’è niente da fare. Il senso di colpa della mamma scrausa è lì in agguato. E’ colpa mia. I pasti non sono appetitosi. Forse la sera è stanca, visto che si alza così presto. Io dovrei tornare prima. Forse dovremmo mangiare tutti insieme (ma allora il punto precedente? Lei spesso e volentieri alle sette e mezzo è mezza addormentata)… Insomma, mi affliggo per una cosa che probabilmente richiede solo che io stia lì ad aspettare che passi. Per vedere il lato positivo, ora che è guarita dorme bene, quasi sempre senza interruzioni. E da quando ho dovuto comprare un’altra macchina per l’aerosol (soprassediamo sulle maledizioni che ho mandato per il salasso), riesco persino a farglielo. Resto convinta che è inutile, ma glielo faccio.


Nonostante la sconcertante scarsità di notizie sui media su quello che sta succedendo a Lampedusa (che, per la cronaca, è di una gravità eccezionale: potete leggere qualcosina qui), ieri è stata una delle poche volte in cui il mio interlocutore ha dimostrato di avere una vaga idea di cosa sia il mio lavoro – quello che ottengo in genere è un generico "ah, interessante". Pranzavo al solito baretto stile familiare ruspante, dove c’è l’abitudine, in caso di affollamento, di abbinare i clienti soli per economizzare i tavoli. Katia, la proprietaria, non rinuncia a cercare un minimo di affinità tra i commensali forzati e pilota accuratamente la logistica con frasi del tipo: "Pippo, mi ospiti Genoveffa? Lui è Pippo, lei è Genoveffa, buon appetito!". A me è capitato un gentile signore di una decina d’anni più di me, da Katia chiamato "Professore" (chissà di cosa). Alla mia risposta a "che lavoro fai?", la conversazione si è animata: "ah, quelli di Lampedusa!". E da lì, per tutta la durata di un piatto di tortellini in brodo, si è discusso di lavoro nero, incidenti sul lavoro, sfruttamento dei migranti clandestini e assenza dello Stato dalle questioni reali (alla faccia di tutte le iniziative spot che non fanno che aggravare il caos, fisico e normativo, che ci contraddistingue). Dopo l’ultimo boccone, ci siamo salutati amichevolmente. Non so come si chiama, né che lavoro faccia davvero (sospetto qualcosa tipo ingegnere, vista la competenza in fatto di ispezioni sulla 626), ma so che è pugliese e che non ha gli occhi foderati di prociutto. Consolante.


Beh, più che una decisione è una presa di coscienza. Premettendo che sono pronta a ricredermi, direi che, contrariamente a quanto immaginavo fino ad ora, sto prendendo seriamente in considerazione la possibilità che Meryem resti figlia unica. L’idea non mi è mai piaciuta e tuttora non mi piace. Ma forse è il momento di fare i conti con la realtà. L’impegno economico è già oltre i limiti, anche a causa dell’oggettiva mancanza di aiuti gratuiti (mia madre è troppo anziana, le sorelle troppo occupate, gli altri nonni, zii, etc in Turchia). Mia madre contribuisce economicamente, ma anche questo ha dei limiti e poi non durerà per sempre. Il lavoro che ho, per quanto teoricamente flessibile, in realtà lo è piuttosto poco. Quando leggo di chi sta serenamente a casa per la malattia dei figli, mi pare di vivere in un altro pianeta. Io non ho questa possibilità e la cosa mi stressa oltre ogni limite. Nizam oggettivamente mi aiuta molto, ma non sarebbe un uomo se non si concedesse le sue libertà… e quando gli arresti domiciliari si protraggono oltre ogni limite ragionevole, come è stato questo mese, fa come ha fatto ieri: mi pulisce ben bene la casa, ma poi saluti e baci fino a sera. A tutto questo si aggiunge un problema idiota, ma che pesa altrettanto. Mi sento molto sola. Internet un po’ ovvia, ma non basta. A volte sto fisicamente male dalla voglia di farmi una chiacchierata. Insomma, mi pare che le mia attuali condizioni di vita non consentano di aprire fronti ulteriori (e ometto per semplicità anche tutta l’enorme questione "lavoro alternativo: possibilità o ennesima pia illusione?"). Mettiamoci anche l’età, che comincia ad essere quella che è…

Insomma, mi rendo conto che questa lunghissima malattia di Meryem mi ha provato molto e forse vedo le cose troppo nere. Ma d’altronde forse è saggio riconciliarsi con il mondo reale, tanto per cambiare. No?