Parlare di trascendente senza trascendere

Oggi è stato pubblicato un guestpost che avevo scritto giorni fa per Genitori Crescono. Confesso che sono un po' perplessa per la piega che ha preso la discussione, tanto che mi sono chiesta come mai questa volta mi pare di non essere riuscita a comunicare quasi per nulla i punti che mi stavano a cuore. Sono stata accusata persino di intolleranza grave e sono sinceramente cascata dalle nuvole, su cui forse mi ero addentrata eccessivamente. Riflettendoci, credo che abbiano giocato due fattori. Da un lato, il tema mi sta a cuore parecchio. Ci ho pensato a più riprese in momenti diversi della mia vita, coinvolge molti miei interessi culturali e emotivi, per cui forse tendo a dare troppe cose per scontate. Dall'altro lato, però, vedo che parlare di religione mette molti genitori a disagio, a prescindere. Notavo, in una discussione collaterale, il commento di un padre: "la religione mi sembra una cosa troppo seria per raccontarla a bambini in età fra 3 e 5 anni due ore alla settimana". Mi ha colpito molto. Mi sono chiesta di quale altro argomento lo penseremmo. Qui ovviamentesi sovrappone la questione scuola, che è tuttaltro che facile e che ha ovviamente messo in crisi anche me (non solo per la religione, a dire il vero): chi è la persona deputata a parlarne ai bambini? come lo fa? lo farà come lo farei io, ovvero rispettando almeno le basi di un'impostazione che ritengo accettabile? Ebbene, questo è un problema eterno della scuola. No, probabilmente no. La delega in questo caso è particolarmente scomoda e la percepiamo addirittura come pericolosa, potenzialmente traviante.
Mi sembra quindi di poter dire, abbastanza serenamente, che noi percepiamo la religione come tema particolarmente sensibile. E questo è tanto più vero quanto più i genitori hanno deciso di rinnegare l'educazione religiosa a suo tempo ricevuta. In un certo senso, questo mi pare ovvio e logico. Però è vero anche l'opposto. Conosco chi, ad esempio, essendo convintamente credente e praticante, "non si fida" di far fare religione a scuola ai figli, per un motivo simile: non poter essere sicuri dell'informazione che viene data, della sua "correttezza" o aderenza alle proprie convinzioni personali. Controllo, mi pare in entrambi casi il concetto base. Timore che i bambini possano essere influenzabili (si parla spesso di "lavaggio del cervello") e quindi avviati in una direzione diversa da quella che abbiamo pensato. Qui in genere si inserisce l'argomento già menzionato: l'importanza, la difficoltà di questo tema.
E' a questo punto del ragionamento che qualcosa non mi torna. Ma la religione è davvero così importante nelle nostre vite? Pensiamo davvero di dedicare più di due ore a settimana a parlare ai nostri figli di questi temi, comunque li si intenda? Non sarà che saremmo più a nostro agio se non se ne parlasse affatto?
Perché a questo punto il problema è più complicato di quello che mi sembrava in un primo momento e mi suscita due riflessioni. La prima è che, comunque la vediamo, noi sentiamo la nostra identità personale fortemente marcata dalla religione, o dalla non religione. Azzarderei a dire più che in passato, forse anche a causa di percorsi personali più o meno dolorosi e incasinati delle persone della mia generazione o giù di lì. Il che, evidentemente, non ci semplifica affatto la vita quando si tratta di rapportarci con gli altrie tanto meno con familiari e figli. Perché questa marchiatura appare tutt'altro che serena, almeno a giudicare dal tenore e dalla natura dei commenti che fanno capolino qua e là quando si toccano questi temi: discriminazione, pericolo, plagio, rischio, sono le parole frequentemente usate.
La seconda riflessione è che mi pare che alcuni ritengano che se ai bambini non parliamo di religione, loro non saranno condizionati e si avvieranno verso un ateismo sereno quanto e più del nostro (nel caso siamo atei, ovviamente). Mi pare una prospettiva utopica e poco realistica. Intanto perché immaginare che nessuno in una società variegata e complicata come quelle in cui viviamo tocchi l'argomento con i nostri figli mi pare un'ingenuità. E poi perché (ma questa è la mia personale impressione) le domande dei bambini spesso ti spingono su un terreno su cui, se vuoi essere sincero, qualche volo pindarico oltre il mero tangibile potresti essere portato a farlo. E se decidi di non farlo è una scelta precisa di disciplina personale. Già sento i mormorii. No, non vi risentite. E' che i bambini sanno essere così concreti e poetici davanti alle domande della vita che a me pare che certe volte rispondere a suon di sola realtà materiale sia riduttivo. Però ok, questo è davvero un problema mio, quindi se avete fatto obiezione la vostra obiezione è accolta. 
Forse capire come la pensiamo davvero su questi temi è più impegnativo e potenzialmente frustrante di compiacerci di quanto siamo illuminati in tema di multiculturalità (ma attenzione: da quel discorso le religioni non si possono proprio tenere fuori…) o di omosessualità. Però io credo davvero che se siamo convinti di qualcosa sia quello, e non altro, che dovremmo insegnare ai nostri figli. Parlargli con convinzione della nostra fede (o non fede), per poi lasciare che ascoltino fin da piccoli anche tutte le altre campane. Tutte quelle che la vita porrà loro davanti. Abbiamo paura che sentano qualcosa che li attrae di più, ma che riteniamo sbagliato? Vorrà dire che glielo confuteremo.  Come ci comportiamo con la pubblicità che non approviamo? Così faremo (anzi, in questo caso lasciatemi dire "farete") con la religione. E se da piccoli fossero fuorviati, crescendo capiranno meglio come la pensiamo e saranno liberi di relazionarsi con noi e con gli altri. Non fare l'ora di religione a scuola, così come non iscriverli a catechismo, fa parte delle nostre scelte educative. Facciamolo serenamente, se e quando ci pare il caso. L'importante è che ognuno trovi una sua verità davanti a se stesso, per poter essere un genitore onesto. Verità provvisoria, articolata, complessa fino alla contraddizione (come la mia) oppure incrollabile e non negoziabile. Non importa. Ma fare la fatica di definircela temo che rientri nei nostri doveri di genitori. Proprio perché è vero che è una questione importante e che impatta potenzialmente con la vita sociale e relazionale, nostra e dei nostri figli. Ma proprio per questo non deve essere un tabù. 

3 pensieri riguardo “Parlare di trascendente senza trascendere”

  1. Io ti ho letta di la senza commentare perche mi eri sembrata cristallina, ma qui tocchi inb effetti altri punti che forse sono pure utili (aspetta il mio di guest post, loro dicono che gli e piaciuto, io mi sento cosi inadeguata)

    Mammamsterdam

  2. Quel padre che hai citato è un grande! Spesso mi scandalizzo un po' di come i cattolici sviliscano la loro religione, relegandola a 2 orette a scuola e un'oretta di catechismo: se credessi, la religione sarebbe parte della mia vita, così come invece lo è l'ateismo. E non mi piacerebbe delegarne l'insegnamento, non mi piacerebbe vivere il catechismo come una rottura di balle da sopportare per convenzione.
    Se i miei figli fossero più ricettivi (si vede che son proprio nati col gene del materialismo), parlerei volentieri con loro di religione e spiritualità. E penso che, come io ho trovato la mia via nonostante il dispiacere e la disapprovazione dei miei, anche loro troveranno la loro. L'importante è che non lo facciano per smettere di pensare con la loro testa, ma questa è una cosa che può succedere in tutte le religioni e in nessuna.

    PS: ho approfondito l'argomento neopaganesimo in questo weekend. Penso che per te conoscere la mia amica e la sua corrente sarà una piacevole sorpresa!

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