Certe volte uno si trova a guardare la vita che scorre come se  fose acquattato nell'angolo buio di una stanza. Non so se vi è mai capitato. Una fatica enorme a rialzarsi, a ributtarsi nelle cose di tutti i giorni, che pure stanno lì. I pensieri che si prendono tutto lo spazio intorno, uscendo dai legittimi confini della testa del pensante. A me questa cosa, quando mi succede, fa proprio paura. Specialmente, ovvio, da quando sono madre. Con tempismo ammirevole, ho scelto di leggere sull'aereo "I giorni dell'abbandono". Lettura azzeccata quanto "Patrimonio" di Roth dopo la malattia e morte di mio padre. Come in questi casi capita, se ero partita un po' sbilenca, sono tornata del tutto fuori asse. Un po' per intoppi reali, un po' per sberloni emotivi che un po' il destino si accanisce a dare, un po' forse sei tu stesso ad attirarti, quando inizi a barcollare. E poi rieccoti qui, pienamente presente a te stessa (o almeno non meno del solito). Con la consapevolezza che quell'abisso in cui si pareva di sprofondare è una buca di piccole-medie dimensioni. Il che ovviamente non toglie che tu, maldestra da sempre, possa spaccartici una gamba o strapparti un legamento. Ma alla fine sei di nuovo qui ed è questo che conta.

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