Decisamente splatter – In ospedale

A grande richiesta, lusingata dal successo del post precedente (letto addirittura in diretta radio), continuo il surreale racconto dell’episodio che mi è valso sul lavoro l’epiteto “piedino fatato”, da cui dubito mi affrancherò facilmente.  Prima, qualche doverosa precisazione. Mi avete lasciato, alla fine del post precedente, appena atterrata all’interno di un’ambulanza del 118. La frase relativa agli abbrancicamenti è stata pronunciata dal portantino, mica da me. Ma vi pare che, in via di dissanguamento, mi mettevo pure a fare avances a baffuti operatori sanitari, sia pur ammirevolmente ironici? Seconda precisazione: l’ostetrica passava per caso, mica me l’hanno mandata dall’ospedale. Vabbè che la sanità italiana è quella che è, ma non esageriamo. In questo caso, nonostante le pietose condizioni in cui versavo, non sono riuscita a trattenermi e le ho detto che, quando ho partorito, una sua collega mi è svenuta sulla pancia. Sicuramente non mi avrà preso sul serio e forse è meglio così.

Torniamo dunque all’avventura. A sirene spiegate guadagniamo il Policlinico. La ragazza dell’ambulanza, quella che mi aveva misurato la pressione giudicandomi poi priva di sensi, mi intrattiene raccontandomi le sue disavventure contrattuali, nonché le sue recenti vacanze, accertandosi frattanto, con discrezione, che io continui a respirare. All’arrivo, mi forniscono di una sedia a rotelle e mi parcheggiano in sala d’attesa. Il Paladino sopraggiunge di lì a poco, con la scarpa insanguinata in un sacchetto di plastica. Ci accomodiamo, preparandoci a una lunga attesa, come usa in questi casi. L’infortunato romano sa bene che, per il solo fatto che è cosciente e  consapevole del trascorrere del tempo, al Pronto Soccorso molti, quasi tutti, stanno peggio di lui e dunque passeranno avanti. Si dispone dunque all’attesa e cercherà, almeno per la prima mezzora, di adeguare la sua espressione facciale a una compunta e rispettosa serietà, come si conviene al luogo e alla circostanza. Mi hanno etichettata come “urgenza minore” e dunque io, il Paladino e la busta sanguinolenta abbiamo cercato una collocazione semipermanente, la sedia a rotelle parcheggiata accanto alla sediolina di plastica libera più vicina.

Disclaimer: lungi da me voler ridere delle disgrazie altrui. Pur tuttavia, sono una strenua sostenitrice della tesi che in tutte le situazioni ci sia del comico. Anche durante l’organizzazione del funerale di mio padre abbiamo colto alcuni elementi irresistibili (la bara che abbiamo scelto si chiamava Messalina, per dire. A chi può venire in mente di chiamare così un modello di bara?) e sono certa che lui stesso non se ne sia avuto a male. Le situazioni che vado a descrivere, nella loro maggiore o minore tragicità, erano anche comiche. A questo titolo ne parlo.

Il fulcro dell’attività della sala d’attesa è una barella su cui giace un signore anziano. Dà un po’ nell’occhio a causa della folla che si va assiepando intorno. Volenti o nolenti, presto siamo diventati parte di una saga familiare. Il signore, infatti, oltre che di moglie è ben dotato di figlie (tre, quattro) con relativi mariti, nipoti ambosessi di varie fasce d’età, parenti vari e amici di famiglia. Tutti (ma soprattutto tutte) prodighi di buone parole per il congiunto e ansiosi che le buone parole suddette superino ogni possibile impedimento uditivo dell’interessato. Una caciara pazzesca. Interessante, peraltro. Col proseguire della conversazione deduciamo che il patriarca si apprestava a celebrare il Capodanno ebraico con tutti, ma proprio tutti, i suoi parenti. Le fasi del rito ci vengono incidentalmente illustrate dagli intervenuti, in forma di esortazioni (“dài, che ora torniamo a casa e facciamo una bella berakà… domani ci mettiamo a fare un bel seder tutti insieme, come tutti gli anni…”).  La concomitanza ha dunque favorito la partecipazione di tutti i congiunti all’evento imprevisto.

Io seguo con un certo interesse storico-religioso, ma sono distratta da un altro vecchietto, che mi siede accanto. Prima sbuffa con discrezione, poi sbuffa con molta meno discrezione, infine sbotta: “Ma insomma, io vado dentro e fuori dall’ospedale e mia figlia, quella disgaziata, manco una telefonata!”. Ora, io capisco il suo disappunto, ma non colgo immediatamente il nesso. Incoraggiato dal mio sguardo interrogativo, il signore prosegue: “E queste, invece, tutte qui. Tutte a frignà. Manco fosse morto. E se moriva, che facevano?”. Imbarazzata, cerco di far cadere il discorso, ma a quanto pare il signore si è reso interprete e portavoce dei sentimenti di molti altri astanti. Favoriti dal fatto che il patriarca viene finalmente portato alla visita, tutti si scatenano. Un ragazzo dall’aria mansueta apostrofa il vecchietto da lui accompagnato: “A nonno, qui stiamo a sfigurà. Vuoi che chiamo qualcuno e ci mettiamo a fà un po’ di casino pure noi?”. Io a questo punto mi sento di rassicurare tutti sul fatto che l’imminente arrivo di mia sorella terrà alto il livello di intrattenimento per tutti. Magari cambiamo genere, ma non ci annoieremo.

Un’infermiera, che mi aveva chiamato mezzora prima e poi, rassicurata della mia esistenza in vita, era risparita, ricompare sulla porta. “Ah, ma lei sta qua?”. Essì. Nessuna evasione. Io e il Paladino siamo tipi ligi al dovere. “A signò, ma lo sa che è un po’ sfortunata lei?”. Non ci crederà, ma lo avevo sospettato. “Perché sa, urgenze minori è bloccata da un detenuto. Finché non se lo riprendono in consegna è tutto fermo”. E mentre noi immaginavamo scenari allarmanti (l’evaso con la bava alla bocca intento a incatenare tutti gli ortopedici del Policlinico uno a uno), risparisce per un’altra mezzoretta.

Ce l’abbiamo fatta, alla fine. Mi hanno visitato, smucinato per controllare i tendini, siringato, ricucito, non senza prendermi per il culo come si conveniva (“Signò, adesso urli. Ce la dia un po’ di soddisfazione. Non urla? Ma non geme nemmeno un pochino? Sì, gliela abbiamo fatta l’anestesia, ma che fa? Qui ci offendiamo se nun ce fa almeno un urletto. No, la sedia ce riserve. Ma sì che può camminà. Magari non appoggi tanto il piede. Tanto per zozzo era zozzo anche prima, sa? La scarpa nun ce l’ha? Beh, veda di recuperarla. Arrivederci, baci ai pupi”).

E ora vi lascio. Vado alla medicazione. Nuove avventure mi aspettano. Magari mi spezzo il naso contro il ramo di un platano.

7 thoughts on “Decisamente splatter – In ospedale”

  1. Se non ti conoscessi, penserei che te lo sei inventato 🙂
    Oddio, Chià, m'hai fatto schiantare dalle risate.
    PS: Se può consolarti, io un mese fa mi sono quasi rotta il naso schiantandomi a terra a faccia avanti. E preciso che non ci sono platani a casa mia… 

    Frase cult del post:  "E queste, invece, tutte qui. Tutte a frignà. Manco fosse morto. E se moriva, che facevano"
    Mi spiace essere un filino di parte, ma lo strepitoso sarcasmo romanesco nun se batte!!!

  2. Oddio!!! Non avevo capito che ti fossi fatta male! Mi disoiace!
    Però sei una grande, non hai fatto nemmeno un gemito! 😉
    E poi hai anche culo, scusa, altro che sfigata…ti sei beccata pure il teatrino in ospedale!!!
    Spero comunque che tutto si risolva presto,
    Un abbraccio, paola

  3. Mannaggia alla miseria, avevo visto la foto ma non mi ero letta ancora il resoconto, poradonna.

    Comunque le battute che hai riferito mi fanno morire, dici che le usano al posto dell' anestertico?

    Rimettiti,  cocca.
    Mammamsterdam

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