Dentro, fuori

Un invito ricevuto per il prossimo sabato mi ha riportato indietro nel tempo, agli anni dell’adolescenza. Premetto doverosamente che no, non li rimpiango affatto. Guardando indietro, con il famoso senno del poi, realizzo di aver sofferto molto perché non mi sentivo parte di gruppi, non necessariamente ben definiti o realmente esistenti, che all’epoca mi parevano importanti per sentirmi realmente considerata. Ero sempre, inesorabilmente, “fuori”. Ero sempre “troppo”. Troppo alta, troppo grassa, ma anche troppo intellettuale, troppo complicata, troppo pesante e cervellotica.

Mi ero trovata, però, il mio microgruppo, un paio di amiche con cui facevo quelle cose “troppo impegnate” che ci facevano sentire adulte, ma allo stesso tempo ci divertivano: mostre, cinema seriosi, ma anche weekend e viaggi “culturali” che sono rimaste delle pietre miliari nei miei ricordi (uno era un ponte di novembre per visitare la mostra dei Fenici a Palazzo Grassi – e qui solo qualche mio ex collega orientalistica può capire che portata ebbe per me quella gita, anche se all’epoca non potevo saperlo). Il mio microgruppo, che poi era un trio, era stato definito da qualcuno “la TBC”, dalle nostre iniziali. A noi in fondo piaceva, ma credo la dicesse lunga sul nostro grado di integrazione.

Stranamente scopro che anche da adulti l’appartenenza a gruppi, gruppetti e gruppuscoli è sentita come rilevante. La piazza allargata di Facebook non fa che strizzare l’occhio a questa adolescenziale tendenza: gruppi chiusi, gruppi segreti. Di alcuni faccio parte, di molti non conosco neanche l’esistenza. Ne riconosco la funzionalità, entro certi limiti. Ma non finisce mai di stupirmi quando qualcuno sbandiera (con opportune e trasparentissime allusioni) la propria appartenenza a uno di essi, manco fosse la tessera di un club esclusivo. Peraltro mi risulta che dei club davvero esclusivi non si dovrebbe neanche conoscere l’esistenza, no? [Prima regola del Fight Club: non parlate mai del Fight Club. Seconda regola del Fight Club: non dovete parlare mai del Fight Club…. Ma quel film, confesso, non l’ho nemmeno visto].

Insomma, siamo davvero destinati a non diventare mai adulti?

Postilla. Ripensando poi al trio della mia adolescenza e alle attività a cui ci dedicavamo, realizzo oggi che alcune le trovavo noiosissime. I concerti di musica classica, ad esempio, spesso accompagnati dal pensiero ricorrente: “Ma quando finisce?”. Alcuni spettacoli a teatro,che Dio mio, ci vuole giusto l’entusiasmo dei 16 anni per lanciarcisi (ricordo distintamente la sensazione di sgomento che ha accompagnato l’annuncio “terzo tempo” a una rappresentazione, francamente non imperdibile, de “Le tre sorelle” di Checov al Teatro Argentina. Oddio, i tempi possono essere più di due?). La tendenza al masochismo culturale  è proseguita anche all’università, anche grazie all’insuperabile filone della filmografia iraniana, meglio se in lingua originale con sottotitoli in francese. Ma ricordo anche un film al cinema, più di cassetta, che era talmente lacrimevole (un trapianto al cuore, forse?) che a me e alla mia amica Marta ci prese una ridarola incontrollabile, mentre la mia amica Cristiana (che forse mi legge) si commuoveva il giusto e avrebbe voluto strozzarci (cos’era Cristiana, ti ricordi?). E allora mi chiedo pure: ma perché godevo, godevamo nel fare necessariamente scelte che non sempre pagavano in termini di appagamento reale? Era una questione di aspettative che le nostre famiglie avevano per noi? Era desiderio di differenziarci consciamente e volutamente da chi ci avrebbe comunque differenziato? Comunque, che bello essere abbastanza grandi e scafati per poter dire, con libertà, questo film è una noia mortale. Non trovate? Obietterete che avrei potuto farlo anche prima. Mah, chissà, forse. Ma non sarebbe stata la stessa cosa.

5 thoughts on “Dentro, fuori”

  1. che vuol dire essere adulti… io credo che sia un mito, noi siamo più o meno sempre noi, credo che la “adulthood” esista come (1) concetto biologico (come maturità di un organismo fisico) e (2) come concetto sociale-collettivo, cioè… messi tutti insieme, siamo adulti, concepiamo, come società, pensieri adulti, come swarm intelligence, insomma 🙂

  2. bella riflessione…leggendoti ho pensato che io mi sento ancora piuttosto “outsider”…la differenza rispetto a quando di anni ne avevo sedici e’ che ora, in realta’, mi diverto molto di piu’ (lavoro anche di piu’..); questo credo sia una di quelle cose che mi fa dire…si, l’adultita’ esiste (e non e’ poi cosi male!!!) e, forse, l’eta’ e’ un po’ come le bambole russe : una dentro l’altra.

  3. Ti ho già detto diverse volte che sono assolutamente in sintonia con te e abbiamo vissuto anche esperienze simili, io stessa non mi sono mai sentita parte di un gruppo ma devo dire che mi sento un po’ outsider anche adesso. Mi guardo intorno e vedo mamme aggregate, che socializzano, che organizzano e a me sembre di essere in disparte come quando avevo 16 anni…

  4. Vi vedo: tu e Marta con la ridarella e Cristiana con la lacrimuccia che vorrebbe seguire il film… un ritratto perfetto (e conoscendo le protagoniste, viene da ridere anche a me!)
    Comunque viva l’ “adultità”, più mi ci inoltro e più mi convinco che valeva la pena soffrire durante l’adolescenza per arrivarci.

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