Insegnare al principe di Danimarca

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Quando leggo un libro, soprattutto se lo devo recensire, ho l’abitudine di fare una piccola orecchia alla pagina quando qualche frase mi colpisce, mi fa pensare, merita di essere riletta e ripresa. Alla fine della lettura di questo libretto, vedo che le orecchie sono quasi ad ogni pagina e in qualche caso avrei voluto anche farne due. Ho l’urgenza di parlarne qui sul blog, non in forma di recensione strutturata, ma per fare il punto di tutte le riflessioni, intuizioni, a tratti illuminazioni che vi ho trovato dentro. Sul progetto Chance dei Maestri di Strada potete documentarvi altrove. Sono troppe le cose che si dovrebbero scrivere e io non sono persona qualificata per farlo. Qui vi propongo di riguardare insieme qualcuna delle orecchie che ho fatto in lettura. Le ho fatte, soprattutto, pensando al lavoro sociale, che fa parte della mia attuale professione. Se fossi un’insegnante, o un’attivista politica, avrei fatto altrettanto orecchie, probabilmente non le stesse.

“Non dobbiamo presentarci ai ragazzi pieni di idee, aspettative, progetti, altrimenti non abbiamo lo spazio dentro di noi per accogliere quello che ci propongono i ragazzi”. Un gruppo di persone profondamente coinvolte in un progetto significativo e innovativo come Chance spesso trova il suo peggior nemico, paradossalmente, nella propria ferrea motivazione. Che, coinvolgendo del tutto anche la sfera emotiva (necessariamente e a ragion veduta), a un certo punto finisce per appannare la vista e il giudizio. Un primo concetto importante è quello, espresso qua e là, che “dovremmo dare meno noi perché possano dare di più loro”. Ovvero: la reciprocità onesta, quella in cui si crede sul serio. Tutti i progetti sociali grondano reciprocità retorica: impariamo dai rifugiati, addirittura “questo progetto ci dà tanto” (impersonale, rigorosamente). Essere convinti sul serio che ognuna di quelle singole persone che accompagniamo possa insegnare qualcosa a me è tutta un’altra storia. Richiede umiltà, interesse, attenzione e, quel che è cruciale, tempo espressamente dedicato a questo. Tra l’altro non c’è nulla di più pericoloso della reciprocità. Esiste (ed è comunissima) la reciprocità malsana. La pagina 207 dovrebbe essere trascritta integralmente e affissa sulla bacheca di tutte le associazioni di volontariato, grandi e piccole.

“La camera di decompressione può ospitare contemporaneamente tante concomitanti e conflittuali infelicità”. Anche qui fin troppo spesso casca l’asino. E’ fin troppo logico sentire l’esigenza di fare una scelta tra le infelicità presenti, specialmente se una di esse è nostra, e di giudicare di conseguenza. Essere accoglienti rispetto a bisogni legittimi e infelicità che cozzano violentemente tra loro è un esercizio zen, che credo riesca a pochi. Ma già la consapevolezza che sarebbe necessario è un’acquisizione importante. Perché nel lavoro sociale si sceglie continuamente e la scelta contiene un giudizio. Tenere ciascuno di questi singoli giudizi davvero libero è una fatica quasi disumana.

Ultima considerazione per questo post. Tra i parametri per definire se una relazione è “sufficientemente buona” viene citato quello delle parole: “non bisogna usare parole senza significato”. Qui si critica l’uso e abuso della retorica da parte della sinistra, con il conseguente “aver tolto significato alle parole, cioè di dire parole anche buone ma in maniera retorica”. Esempio molto calzante: la terminologia dell'”altro”, del “diverso”. Crea lustro, fa immagine, ma non fa sostanza, non dice la fatica che c’è dietro l’incontro con un diverso. “E guardate che il primo diverso sono i nostri figli, il primo diverso è il nostro vicino di casa…”. Da un lato quindi, non farsi belli di presunte fittizie “differenze”e “multietnicità”. Dall’altro prendere piena consapevolezza che il lavoro serio non può cominciare da una diversità negata, ma deve piuttosto, faticosamente, prendere le mosse da una diversità ammessa, accolta, digerita. “Se io non riesco a prendere atto – e questo è faticoso -della differenza che c’è tra me e lui o lei, primo, non riesco a dargli una mano vera a superare questo abisso invisibile; secondo, non riesco a rendermi conto di quanto sia difficile per lui, e ancor più per lei”.

Non mancano pagine di meravigliosa, anche se amara, ironia. Insuperabile la descrizione della discussione in sala professori (oppure in un ufficio amministrativo della USL), pp. 212-216. Riporto solo la conclusione: “Si nota infine che la maggior parte delle persone qui descritte non sono stupide. L’intelligenza è evaporata per necessità di cose, forse sta conservata da qualche parte in attesa che a qualcuno venga in mente, chissà, che possa servire a qualche cosa”.

10 pensieri riguardo “Insegnare al principe di Danimarca”

  1. ciao chiara, non so se conosci edmond jabès, se così non fosse te lo consiglio caldamente. filosofo-poeta ebreo egiziano, lingua e paese d’accoglienza la francia, ha scritto diverse cose sullo straniero, l’erranza, il deserto, il Libro. un po’ in tutta la sua produzione rimarca la necessità di diventare stranieri (anche) a se stessi come conditio per poter accogliere profondamente l’altro, l’altro straniero in quanto estraneo (il ‘tu’ è diverso dall”io’, banale apparentemente ma nelle nostre interazioni quotidiane ce lo ricordiamo?). cerca ‘il libro dell’ospitalità’ in biblioteca (in libreria è difficile trovarlo), lo apprezzerai senz’altro.
    un abbraccio,
    francesca

      1. pensa anche solo alla parola ‘straniero’ in francese: entran-je. l’ estranietà a se stessi compresa nella parola straniero: entusiasmante! 🙂
        ah, se poi Jabès dovesse prenderti è anche molto interessante la raccolta di saggi a cura di Alberto Folin: Hospes, il volto dello straniero da Leopardi a Jabès.
        ciao Chiara, buona neve! 🙂

  2. Ora che ho letto il libro, leggo anche il post. Ho un solo breve trascorso nel mondo del volontariato, in un’associazione che lavorava con gli stranieri. Me ne sono andata perché c’era personalizzazione e veramente poca volontà, e non so quanta capacità, di ricevere dagli altri (volontari, persone che si incontravano che venivano ecc. proprio da tutti): si presentava un progetto, una serata, un’azione e così era; li si realizzava in modo impermeabile a qualsiasi influenza che non fosse quella di chi gestiva l’associazione. Il mio giudizio non era così preciso, così articolato. Me ne sono andata perché sentivo a pelle che se quello doveva essere un modo di dare una mano agli stranieri, quello non era il mio modo. Leggere queste pagine mi ha aiutato a mettere a fuoco qualcuno di quei confusi sentimenti. Grazie del consiglio di lettura.

  3. Grazie Chiara! Leggo ora questa tua scheda. Vedere come hai stabilito con questo libro un ‘dialogo di vita’ mi ripaga della fatica e del dolore che mi è costato mettere assieme queste pagine e mi riempie di commozione: vedo le parole e i pensieri di Carla far parte di un’altra persona e sento che è viva e vivrà ancora anche se mi giro e vedo che non c’è: è irrimediabilmente andata via.
    Cesare Moreno

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