Chi ci ripensa…

Questo fine settimana mi ha dato l’occasione di confrontarmi con altre mamme, più o meno avanti sul percorso scolastico, rispetto allo scoramento e al disincanto che condividevo un paio di post fa (qui). Leggo poi, in serata, questo articolo pieno di ottime intenzioni e forse di quel pizzico di zelo che io devo aver perso tra una riunione e uno scambio di battute con le maestre di mia figlia, mesi fa. Ripensando alla questione, mi sento di poter dire che le madri  che conosco (parlo di Roma, per comodità) sono da tempo rassegnate alle strutture fatiscenti, alle risorse mancanti, anche a quella tipica mancanza di flessibilità che accomuna la gran parte delle scuole pubbliche (e ingrossa le casse delle private). Quello a cui proprio non riusciamo a rassegnarci è l’evidente scadimento delle risorse umane impiegate. E, almeno io, non parlo strettamente di cultura (anche se un minimo di proprietà di linguaggio e la piena padronanza del lessico di base sarebbe sicuramente auspicabile). Fatte salve le molte, moltissime felici eccezioni che tutte voi potrete citarmi per confortarmi, l’esperienza mia e delle mie amiche è piuttosto scoraggiante. Io penso che ci sia anche una questione di dignità del lavoro, di smantellamento di un ruolo.

Non so quanti di voi hanno notato che nel film Pinocchio di Walt Disney, al primo giorno di scuola del burattino Geppetto gli consegna una mela. Ma non per la merenda, come immaginavo io. No, lo dice chiaramente: la mela è “per il maestro”. E’ ovvio che non si può certo auspicare che si torni a avvolgere il maestro di un’aura di superiorità classista che, oltre a essere del tutto fuori luogo al giorno d’oggi, non aveva evidentemente alcuna valenza  didattica di per sé, anzi. Però non posso fare a meno di notare che la maggior parte dei genitori, più o meno implicitamente, guardano i maestri dei loro figli alla luce di due considerazioni: sono persone che guadagnano poco e, nell’opinione comune, lavorano anche poco (o, peggio, perché guadagnano poco valgono poco – quanto lavorano magari non conta affatto). Fare il maestro, o anche il professore, ha perso ogni appeal sociale. E’ considerato un lavoro da sfigati. Sì, lo so, magari esagero. Protestate pure. Ma io ho la sensazione che quest’aura di disistima diffusa, anche se in massima parte non detta, abbia generato una sorta di autoassoluzione collettiva in cui molti di quelli che oggi insegnano si sentono legittimati a sguazzare.

Io la mattina guardo le maestre della scuola di mia figlia e non posso fare a meno di pensare che non mi pare che pretendano molto da loro stesse, professionalmente. Sarà che il livello è basso, sarà che il lavoro è usurante. Certo è che non fanno nulla per non dare l’impressione di stare lì proprio perché non avrebbero potuto ambire a altro. Sarà così? Magari no. Però al momento vedo sprazzi di entusiasmo professionale solo in alcune maestre di sostegno.

Che voglio dire con questo? Non lo so, forse nulla. Mi faceva pensare quello che scriveva Barbara in un commento al suo post: “Se non altro qui [in Olanda] il sistema prevede tante figure professionali”. Sarebbe meglio? Non lo so. Quello che so è che, oltre a tutta la giusta battaglia per le risorse economiche, credo che sia il caso di realizzare che oltre ai tagli abbiamo un problema di sgretolamento delle personalità degli insegnanti. Che magari in potenza sono tutti ottimi e qualificati (voglio pensarlo). Ma che in atto fanno cilecca e spesso non sembrano neanche particolarmente angustiati della cosa: o perché la cosa fa parte della loro tragedia personale di cui non potrebbero più fare a meno, o (spero che sia una sparuta minoranza) perché non se ne rendono proprio conto (come le “doRci” maestre di Meryem), o perché da quel dì hanno rinunciato a un ideale superiore al timbrare il cartellino e attenersi al minimo sindacale visto che il sistema tanto è tutto uno schifo. E intanto in quelle classi ci sono i nostri figli. Non so voi, ma sono angosciata.

Leggete anche questo, che ieri non avevo visto.

12 pensieri riguardo “Chi ci ripensa…”

  1. come sai la cosa mi preme assai. io sono angosciata sotto diversi punti di vista, in particolare mi sembra assurdo che non ci si ponga il problema in senso “collettivo”. che senso ha una scuola concepita così? ho salvato e riletto mille volte il post che citi. credo sia l’ora di unire le nostre angoscie e farne qualcosa di strutturale….
    ce la possiamo fare.

  2. Trovi che questi articoli esprimano un punto diverso dal mio, Cinzia? “Ora che la scuola è più povera di persone e risorse, più mortificata nel prestigio di cui ha bisogno, con gli studenti e nella società, più attaccata, più sola?”. Forse esprimono speranza nelle risorse che ancora ci sono, e in quelle voglio sperare anche io. L’esperienza di Chance mi pare importante, l’ho scritto nel post dedicato al libro Insegnare al principe di Danimarca. Proprio in quel libro ho trovato anche una favolosa e efficacissima descrizione di cosa il sistema scolastico può fare alle persone che ci lavorano, però. Convincerle che l’intelligenza è inutile e non va dunque utilizzatanel contesto lavorativo. Il che è un po’ quello che intendevo anche io.

    1. A dire la verità, Chiara, te li ho spediti perchè mi sembrava che seguissero un pochino il corso dei tuoi pensieri, visti dal punto di vista di chi è all’interno della scuola, rispetto a noi che vediamo la scuola come genitori e quindi mi sembravano,mi sembrano un piccolo germoglio di speranza… 🙂

      1. Ah, allora grazie 🙂 Scherzi a parte, sono convinta che ci siano tante persone valide nel mondo della scuola, molte più di quanto appare a prima vista. Ma l’insieme, decisamente, vacilla. E non ne farei esclusivamente una questione economica, anche se ovviamente ha la sua importanza.

  3. Io vorrei spostare l’ottica da un altro punto di vista. Forse, ma la butto lì, la questione più grossa è che crescere ed educare i figli spetta, ora come ora, soprattutto ai genitori. La società non se ne fa carico se non in maniera marginale. E’ considerato un fatto eminentemente privato. Chi nasce in una famiglia disagiata,se non è particolarmente fortunato, non avrà grosse chances di migliorare la propria vita. Ma crescere un cittadino eccellente, dovrebbe essere compito di ogni stato che vuole eccellere. L’altro giorno un mio collega ha avuto la faccia tosta di dirmi che, noi donne, professionalmente siamo state penallizzate dalla natura , perchè “naturalmente” deputate alla crescita della prole. Ma della prole, in uno stato degno di questo nome, dovrebbe farsi carico la civitas, a mio parere.
    Solo in quest’ottica la scuola divverrebbe il vero luogo di crescita del cittadino. Solo in quest’ottica le risorse alla scuola sarebbero considerate linfa allo stato futuro. Solo in quest’ottica l’insegnamento riacquisterebbe nuova dignità. Perchè avrebbe il compito di crescere “homines novi”, a prescindere dalle condizioni sociali di base. Mentre ora sappiamo che così non è. La scuola non da, se non in casi eccezionali, nessuna vera possibilità di riscatto sociale. E viene spesso considerata inutile, così come inutili, di conseguenza, gli insegnanti. E, ancora di conseguenza, molti insegnanti si appiattiscono su questa constatazione.
    La famiglia, in poche parole, è ancora troppo importante nella realizzazione futura del cittadino italiano. Se non si cambia questo, la scuola non potrà mai aspirare al ruolo che le spetta, che è quello, primario, di spazzar via le differenze sociali di base e dare a tutti una possibilità di una vita migliore di quella della famiglia di origine. Ci vorrebbe forse un’ottica più “spartana” dello stato, non so se sono riuscita a farmi capire. L’argomento è davvero appassionante!

  4. Come sai, ho avuto esperienze sia buone sia pessime all’interno della stessa scuola. Il che mi ha confermato che la scuola la fanno le persone. Per esempio, le attuali maestre di Ettore lavorano da 15 anni e sono ancora entusiaste, le prime maestre di Amelia erano più giovani di me e tiravano a campare (e a torturare l’italiano).
    Il problema è che una struttura pubblica non dovrebbe basarsi sulla buona volontà delle persone, sulla loro voglia di lavorare bene nonostante la struttura stessa.
    E il guaio è che le stesse considerazioni si possono fare all’interno dell’università, il che mi sembra anche più grave sotto certi aspetti.

  5. Mi aggiungo ai commenti solo ora perchè non avevo una buona connessione, ma avevo seguito con interesse sia questo post che il precedente.
    Come forse vi avevo detto, quest’anno ho spostato Fagio dalla materna comunale a 200 metri da casa alla privata confessionale sempre a 200 metri da casa. La motivazione è stata esattamente quella che tu Chiara descrivi così bene. Nella classe dell’anno scorso ho visto insegnanti non più giovani, quindi cd. esperte, rassegnate ad un ruolo delimitato da paletti. Lo stereotipo delle impiegate pubbliche. Il bambino a scuola si annoiava e questo era diventato un problema. Quando è stato distribuito nelle classi del materiale pubblicitario e nessuno ha fatto ba (nè le maestre, nè la preside da me consultata nè i genitori) allora abbiamo toccato il fondo.
    Penso che la scarsa autostima degli insegnanti sia sicuramente alla base di un certo lassismo nonchè il posto fisso che – va detto – acuisce la tendenza in alcuni soggetti predisposti. Alla fine perchè vado alla privata (a parte che me lo posso permettere)? Ci vado perchè compro un SISTEMA che mi garantisce. Mi spiego: se anche alla privata ci sono maestre migliori e maestre peggiori, so che esiste una direzione scolastica che dà l’indirizzo, che garantisce un minimo di gestione concordata nelle classi di fronte a certe problematiche. Purtroppo nella mia esperienza di scuola pubblica, la dirrigente scolastica non ha mostrato una visione del suo ruolo. E questo è molto grave. poi certo, ci sono i genitori più consapevoli e quelli che non vogliono/non sono in grado di percepire queste sfumature. Il discorso è lungo e potrebbe continuare. A suo tempo, un po’ inviperita, avevo scritto questo http://managerdimestessa.com/2011/04/12/sono-una-che-non-si-accontenta/

    1. Avevo letto a suo tempo il tuo post, Veronica, ma a rileggerlo oggi ha tutto un altro sapore. Credo che tu abbia centrato esattamente alcuni aspetti essenziali. Io il dilemma pubblico/privato non me lo pongo, e non solo per questioni “ideologiche”: non me lo posso permettere e il privato logisticamente accessibile da casa mia è comunque pessimo. Il punto forse però è: come si potrebbe pretendere che questi punti organizzativi siano presi seriamente in considerazione? Esistono associazioni credibili di tutela della qualità dell’istruzione (evidentemente diverse dalle realtà sindacali varie)?

    2. concordo con la visione negativa che hai della dirigente scolastica, molto dipende da lei/lui, ma ora non ho, purtroppo, la possibilità di scrivere altro….ma la discussione è molto interessante e spero di poter aggiungere qualcosa ai vostri interventi estremamente ragionati nei prossimi giorni

  6. Quando abbiamo scelto la scuola per i nostri figli, l’abbiamo visitata, abbiamo parlato con le insegnanti,abbiamo partecipato a tutte le riunioni e ci sembrava una bella scuola: scuola a tempo pieno (oramai, pochissime), mensa con una dieta all’avanguardia (presa come modello da tutte le mense cittadine DIECI ANNI DOPO CHE QUESTA SCUOLA L’AVEVA “INVENTATA”), atelier e laboratori, il mercoledì sportivo (nel senso che il mercoledì era dedicato allo sport, non tutto il giorno, (magari !!!!) ma un paio d’ore, a fare attività che normalmente i bambini non fanno o perchè i genitori non possono portarli in giro a palestre o piscine o perchè sono attività / sport “cari”, anni fa gli alunni hanno fatto baseball, vela, tennis, nuoto, basket, rugby, bocce (!!!!). La scuola veniva definita “gioiosa”: i bambini potevano girare liberi per i corridoi e si comportavano bene, benissimo, i bambini della quinta facevano da tutor a quelli delle prime….ecc ecc ecc Dopo un anno che siamo arrivati noi e i nostri figli, tutto un pò alla volta ha cominciato a sgretolarsi….intanto è cambiata la dirigente scolastica…dopo un paio d’anni che se ne è andata siamo venuti a sapere che era sì adorata e glorificata dai genitori, ma molto odiata da qualche insegnante..perchè? perchè le faceva correre, perchè le faceva produrre, perchè le metteva continuamente in gioco, perchè per lei scuola era formare i ragazzi,non solo riempirli di nozioni….la dirigente attuale, certo portando come scusa che ci sono stati tagli (questa parola è tirata fuori come scusa in tutte le riunioni scolastiche) ha gradualmente tolto tutto….ora sono rimaste 8 ore di scuola (senza laboratori, atelier, con uscite didattiche ridotte, il mercoldì sportivo quasi del tutto eliminato (è rimasto solo il nome). Lei più volte ci ripete che il suo compito è quello di istruire i suoi alunni “quando escono da qui devono saper leggere, scrivere e far di conto, il resto non è affar mio” e cita statistiche e indagini secondo cui le scuole italiane sono il fanalino di coda tra le scuole europee, che i nostri ragazzi non sanno la matematica rispetto ai ragazzi danesi o olandesi… altra frase sua è “la famiglia deve educare, non la scuola….perchè voi genitori volete scaricare su di noi la formazione dei vostri figli?” e ancora “io non avrei mai inserito i miei figli in questa scuola pubblica…” detto da lei, dirigente in una scuola pubblica…fa accapponare la pelle….ecco perchè dicevo che tanto, molto, dipende dalla sensibilità e intelligenza e voglia di fare della dirigente scolastica…ecco perchè ho voluto riportare, più sopra due articoli di una dirigente scolastica, nonchè scrittrice e anima bella che, per fortuna, rema in tutt’altra direzione….Ora, altro che scuola gioiosa….la preside gira per le classi intimando ai bambini di non andare troppo spesso in bagno (!!!!) “perchè i bagni si sporcano e io non ho bidelli per pulire”, è la stessa che ha intimato ai genitori di non parlare con le insegnanti al mattino all’arrivo e al pomeriggio all’uscita…è la stessa che ha fatto una circolare, nella scuola media dello stesso comprensivo, per ricordare agli alunni che “è fatto obbligo riporre lo zaino sotto alla propria sedia” ….ma dove ci stiamo perdendo????

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