Kony 2012

Non credo di potermi esimere dal parlare di questo esperimento/iniziativa/fenomeno. Sia per l’argomento, che mi tocca molto da vicino, sia per le implicazioni (numerose e interessanti) che ha. I fatti li trovate raccontati qui. In sintesi: Joseph Kony, un signore della guerra ugandese, da più di 25 anni terrorizza, rapisce e stupra impunito. Le sue vittime preferite sono i bambini e le loro terribili storie hanno spinto Jason Russel, fondatore di Invisible Children e autore di questo video, a lanciare una campagna per rendere “famoso” Joseph Kony. Il gruppo sta cercando l’appoggio di personaggi celebri e di politici (Janet Jackson e Rihanna hanno già aderito, Obama ha inviato un centinaio di militari in Uganda) e sta preparando una giornata intera dedicata a Joseph Kony per il prossimo 20 aprile.

I fatti non solo sono assolutamente veri, ma sono ben noti non solo a me, ma a chiunque lavori sul tema dei diritti umani. In ufficio ho incontrato, negli anni, vittime del Lord’s Resistance Army. Mi sembra molto interessante e importante che si sia deciso di rendere social e anche trendy, in qualche modo, questo tema.  La cosa sembra inatti avere un certo successo e non posso che rallegrarmene. E devo anche fare i conti con un cumulo di domande che mi trovo a fare a me stessa (e dunque condivido con voi). Ne estrapolo, nel marasma, tre.

1) Ma come cavolo ci si riesce a fare una cosa così? Perché io, noi, registi amici o animati da analoghe intenzioni, attivisti che dedicano la vita a queste cose (e potrei continuare) non riusciamo mai a attirare l’attenzione in modo significativo? Mi rallegro del fatto che ciò possa accadere, non ci avrei scommesso. Le risposte a queste domande esistono, ovviamente, e qualcuna riesco anche a immaginarla. Ma per ora mi basta pormi il problema.

2) Quanto conta, per la popolarità, il fatto che tutto ciò avvenga altrove? E che l’idea sia, fondamentalmente, di fare pressione perché qualcuno intervenga altrove? Come ci poniamo rispetto al fatto che alcune di queste vittime ugandesi (poche) possano riuscire a bussare alle nostre porte, in Europa (negli Stati Uniti, obbiettivamente, la possibilità è più remota)? Lo contempliamo? Questo cambierebbe la nostra percezione del problema? O, piuttosto, rafforzerebbe la nostra convinzione di sposare la causa?

3) E’ triste, si dice da qualche parte nel video italiano, che così tanti giovani rinuncino a priori a voler cambiare il mondo. Questo è vero, quanto è vero. Almeno a 20 anni ce lo vogliamo avere un po’ di zelo? Che poi avremo tutto il tempo di temperare e raddrizzare con la maturità, come descrive benissimo Barbara/Mammafelice in questo post.

Tutti questi pensieri sono in me più forti dopo aver partecipato a una lezione di un corso di formazione sui migranti forzati, rivolto a giovani medici di base (io assistevo in quanto organizzatrice, non ho il doppio lavoro…). Ancora una volta ho toccato con mano di quanto possa essere sconvolgente l’esperienza di incontrare una vittima di tortura. Ma anche di quante sfide, prospettive, possibilità di crescita questo offra a un professionista scrupoloso come quelli che parlavano stamattina (un medico di base/dermatologo e una ginecologa). Le questioni emerse da quattro ore di tranquilla esposizione (per giunta di sabato mattina) meriterebbero una serie di post dedicata. E allora torno a pensare che ben vengano le campagne come questa se ci aiutano anche ad essere più preparati a incontrare le persone fisiche, concrete. Se ci aiutano a immaginare universi di violenza che non conosciamo (ma anche a riflettere meglio sugli universi di violenza che sono propriamente nostri).

9 thoughts on “Kony 2012”

  1. Premetto che non ho visto il video perché son qui nel letto con il moschettiere che mi russa di fianco e se faccio partire il video mi manda a quel paese.
    Ai tempi della guerra in Uganda ho sentito storie di violenze allucinanti;
    una volta ho sentito che erano entrati in una casa dove c’ era una donna con un neonato. Hanno preso il neonato, lo hanno fatto a pezzi con il machete e hanno fatto bollire i pezzi sul fuoco. Davanti a sua madre. Mi viene da piangere ogni volta che ci penso. Ci penso spessissimo.

    Comunque. Sai cosa? Che in fondo anche io non faccio nulla. Qual è il mio contributo? Pensa che quando abitavo a Milano avevo “adottato” un vecchietto albanese che stava ad un semaforo. Ogni giorno mi fermavo, gli davo una moneta e poi gli mettevo la crema sulle mani – le aveva troppo screpolate. Lui mi aspettava con le mani allungate, pronto per ricevere la sua dose di crema.
    Basta. Capirai che roba. Non ho mai aiutato nessuno concretamente. Ho mandato dei soldi, ma poi basta.
    Da quando sono tornata dall’ India la prima volta, questa cosa mi tormenta.
    Vorrei fare qualcosa e mi ero informata per far lavorare a casa nostra una ragazza indiana. Solo che era un casino. Mi sono incazzata e ho mollato (queste cose mi fanno girare le scatole. Non è assolutamente giusto che una persona che ha già un lavoro qui – l’ avremmo presa da subito – non posso immigrare).
    Poi avrei voluto andare lì. Ma cosa faccio? Vado lì due/tre/quattro settimane e cosa risolvo? È questo il punto. Non lo so, io vorrei dare un aiuto per la vita. Perché andare a Calcutta e aiutare una persona a morire un pochino più serenamente (che lì vuol dire su un letto, non per strada con i piedi nella fogna) forse farebbe meglio a me che a questa persona, no? Mi ripulirei la coscienza, avrei la certezza di aver fatto del bene.

    Certo, poi in Uganda è ancora diversa la cosa: si parla di violenza e di abusi, oltre che di povertà. Quindi davvero, dimmelo cosa si potrebbe fare. Perché contro la violenza è ancora più difficile.
    E perché non è solo mancanza di zelo.
    Un’ ultima domanda: in concreto cosa cambierà per Kony, ora che è “famoso”? Lo arresteranno? Lo faranno uscire dal paese?

    Un bacio,
    Paola

    1. Cara Paola, posso dirti che questa cosa della crema per le mani è un gesto straordinario? Una cosa così, anche se non cambia la sostanza della vita di una persona, cambia radicalmente il modo in cui si sente considerata e quindi si considera. Scusa se è poco. Per tornare a noi, all’Uganda e alle mille altre atrocità che accadono nel mondo, che fare? La risposta non è facile e certamente non è una sola. Secondo me se ne possono individuare un paio. La prima, e tu già lo fai molto, può essersi informarsi e parlare, con amici e figli, di queste cose. Non dico sguazzare nel macabro e nelle atrocità, che non serve a nessuno. Ma avere la consapevolezza che il mondo è grande e complesso, che chi arriva qui può raccontarci cose che ci cambiano la vita, se ha la possibilità di farlo. Che oltre all’ambiente e al risparmio energetico bisognerebbe coltivare la giustizia, anche questa con piccoli gesti quotidiani e con le scelte, a volte difficili, che possiamo essere chiamati a fare. Più concretamente, si possono cercare piccole occasioni per partecipare. Al Centro Astalli, dove lavoro, alcuni (che magari non hanno tempo di fare volontariato nei servizi) partecipano con piccole cose precise: aiutare un ragazzo a studiare per l’esame di terza media, comprare montature per occhiali o quelle medicine che non essendo mutuabili non sono accessibili, procurare zainetti per i bambini che vanno a scuola… A Milano ci sono tante belle realtà che lavorano per i rifugiati. Io conosco questa: http://www.naga.it/ Perché non andate a correre una bella maratona il 15 aprile, per esempio? E poi ne parli un sacco in giro, sul blog, eccetera? Sostenere chi fa qualcosa di concreto è sempre un modo di fare qualcosa di concreto. Comunque ripensa sempre al gesto della crema, Paola. L’importante è dare dignità alle persone, qualunque cosa si faccia o non si faccia per loro. Molti, che pure fanno molto, si perdono questo pezzo. Anche questa campagna, per le finalità, mi rende perplessa: se il fine ultimo è un intervento militare in Uganda, decisamente non ci siamo. Però il fatto che se ne parli è ottimo e ci tenevo a sottolinearlo.

      1. P.S. Oddio, magari tu la maratona, con quel ginocchio, non è il caso… Però se trovi una squadra puoi fare il tifo, fare le foto e scrivere un bel post!

  2. I dubbi di Paola me li faccio pure io e so quanto sia difficile non farsi travolgere dal qualunquismo, della serie: non ne vengo fuori e quindi non faccio nulla. (Quello della crema è splendido, ma come ti è venuto in mente? Lo è per tanti motivi, il gesto di cura, il contatto tattile, la comunicazione no verbale, bisognerebbe veramente farne qualcosa. Perché a me certe volte dare la moneta e basta sembra un gesto di egoismo, avviare una conversazione sono troppo timida e di fretta, non so).

    Sul parlarne, si, la sapevo pure io questa storia e anche una simile letta in Olanda di un altro signore della guerra afgano che faceva le stesse cose con i bambini, ma che toccava trattarci e tenesselo buono contro i talebani e il giornalista si chiedeva: ma noi aiutiamo gente del genere?

    Sono domande che no ci facciamo solo noi, per fortuna.

    1. Le storie sono tante, tantissime. Tutti quelli che incontro in ufficio ne hanno una che merita di essere raccontata e saputa. Per questo mi sento una privilegiata, ma penso di avere anche una certa responsabilità, una sorta di dovere di testimonianza.

    1. Credo sia opportuno dire esplicitamente che le perplessità sull’operazione le condivido quasi tutte, a partire dalla più ovvia: lui non è lì e sì fa riferimento a situazioni non più attuali, anche se ce ne sono altre analoghe. Qui mi interessava l’aspetto della comunicazione. Si argomenta che per sfondare un messaggio debba essere così: semplice anche se impreciso, accattivante anche per l’ego di chi lo legge. Basta che se ne parli. O no? Non è facile rispondere.

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