Un senso

Sabato, come già scrivevo sotto, ho partecipato a una sessione di formazione sulla cura dei migranti forzati vittime di tortura (sì, non ditemelo: qui a Roma il sabato mattina ci si diverte follemente). Sono state dette cose che, nonostante la mia esperienza nel ramo, ancora fatico a elaborare. Nel senso che non so come la penso, non so collocarle nella mia mappa mentale. E qui apro una breve parentesi: sono tanti, troppi, gli iceberg vaganti che sfuggono alla classificazione quando si entra in temi che coinvolgono culture, religioni, convenzioni sociali. Quel che rende tutto più ingannevole è che nessuno di noi ha difficoltà a valutare gli estremi: siamo contro le mutilazioni genitali femminili, ad esempio. Però se si comincia a ripercorrere tutte le sfumature dell’esistente, quelle che pochi conoscono nel dettaglio, la scivolata è inevitabile. E uno si trova perso nel dubbio, senza sapere che pesci pigliare. Dove sono i confini tra quel che accettabile e quel che non lo è in nessun caso? E chi sono io per fissarli? Ma non voglio parlare di mutilazioni genitali, almeno per oggi. Mi fermerò a un particolare estremamente più semplice, in apparenza.

La ginecologa che lavora al Centro Samifo raccontava la sua esperienza con le donne vittime di tortura e violenza intenzionale. Una donna rifugiata può vantare una collezioni di violenze subite da manuale degli orrori: al proprio Paese (ed è spesso la causa della fuga), durante il viaggio (quasi la totalità delle donne che sono passate per la Libia sono vittime di violenze sessuali, anche plurime), spesso e volentieri anche in Italia. Anche svolgere una visita ginecologica di routine richiede una lunga preparazione, mediazione a tonnellate, almeno uno psicologo a portata di mano. E’ un lavoro delicatissimo e meritorio. Ma un particolare mi ha stupito. Raccontava che una delle comunicazioni in assoluto più traumatiche e dolorose da dare a una donna in queste condizioni è quella relativa a un’eventuale infertilità o menopausa precoce. Più di qualunque altra cosa, questa è intollerabile. E, per contro, molte di loro dimostrano una sorta di esigenza impellente a procreare, al punto da farsi mettere incinte quasi dal primo venuto, senza minimamente pensare alla sostenibilità sociale o altro. Innegabilmente, raccontava la dottoressa, partorire nella maggior parte dei casi le cura. Diventano da un giorno all’altro donne diverse. Donne con tanti problemi, certo, ma donne che hanno ritrovato la voglia di vivere e di combattere, donne che riattivano risorse che sembravano perse per sempre.

Mentre guardavo le foto di quelle madri, non potevo che essere divisa e combattuta. Come “social worker” dovrei essere orripilata. La spiegazione data (“queste donne sono abituate a considerarsi utili, degne di esistere, esclusivamente nell’ambito della procreazione e dell’accudimento dei figli”) mi fa rabbrividire. Certo, va da sé che la pratica non può essere incoraggiata (ricordo convinte quanto inefficaci campagne di promozione dell’uso della contraccezione nei nostri centri di accoglienza per famiglie, tanto per dirne una). Ma un dato è abbastanza ovvio: incontro una donna così, le propongo un percorso di riabilitazione e inserimento sociale, magari mi propongo di  emanciparla. Nella maggior parte dei casi quella donna specifica (per carità, almeno non generalizziamo) mi tenterà il suicidio. Questi processi sono lenti, prendono generazioni intere per compiersi (anche senza migrazioni di mezzo). E’ più giusto sacrificare il singolo al principio?

Cosa concludo? Nulla. Non so neanche se sono stata capace di porre la questione nei giusti termini. Però rimugino.

13 thoughts on “Un senso”

  1. Rimugino anche io.
    ma devo dire che, essendo passata per l’esperienza della sterilità di coppia, ancora sento forte in me l’angoscia “dell’utero vuoto”, e sì che di cose per realizzarmi altrimenti ne ho. Eppure, si tratta spesso di un istinto primordiale, forte, trascinante e trascendente.
    Rimugino ancora un po’.

  2. Non so, forse è anche il bisogno di far tornare a essere strumento di vita quel corpo che per troppo tempo è stato martoriato e usato per distruggerti.
    Tornare ad essere colei che ha voce in capitolo sul proprio corpo, che lo sceglie e lo rende “degno” (scusa il termine ma credo che il senso di indegnità che ti instilla la violenza ripetuta sia tanto ingiusto quanto forte).
    Non so…anche i miei sono solo pensieri…

  3. “Innegabilmente, raccontava la dottoressa, partorire nella maggior parte dei casi le cura. Diventano da un giorno all’altro donne diverse. Donne con tanti problemi, certo, ma donne che hanno ritrovato la voglia di vivere e di combattere, donne che riattivano risorse che sembravano perse per sempre.” questo mi fa pensare e tanto…..io posso portare solo la mia esperienza e dire che sono una donna diversa pure io, dopo due figli e ricordo ancora l’intenso dolore dopo due gravidanze finite con un aborto spontaneo e come dice Mamma Amsterdam, non mi sono ancora rassegnata al fatto che non avrò mai il terzo figlio…….chi siamo noi per dire ad una donna “no tu non devi partorire, non devi procreare, adesso non c’è tempo, adesso non si può…”

  4. Grazie del racconto. Sai che non avevo mai capito finora perchè queste donne ma anche altre poverissime fanno tutti questi figli? Lo vivono come il loro ruolo sociale, come il loro modo naturale di esistere. Rispetto queste posizioni, però razionalmente mi sembra un esistere a dispetto di, come esiste una pianta che a primavera deve per forza fare i bocciuoli. Non pensare alle conseguenze per i figli per la mia testa occidentale è sempre ignoranza.

    1. Oh, meno male che c’è Veronica che ci ricorda che qualche problema c’è! Però è interessante la vostra reazione, in generale. E se questa storia l’avessi raccontata tutta dal punto di vista dei bambini, generati per lo più senza padri e sballottati da un centro di accoglienza all’altro? Forse avreste empatizzato di meno. Però è vero tutto e anche il suo contrario. Gasp.

      1. Io caiaco perfettamente il punto di vista dei bambini. Ho tanti amici che fanno parte delle “famiglie d’emergenza” e ne accolgono per periodi più o meno lunghi.
        Però credo che per noi che non viviamo la condizione di queste donne o anche la tua che le ascolti ogni giorno, sia importante cercare di comprenderle per non condannarle (cosa molto facile dire “ma perchè non usano i contraccettivi” e scrollare le spalle).
        Perchè per sostenere (che credo sia compito della società intera) si deve per prima cosa comprendere.
        E per sostegno intendo anche la valorizzazione della persona in quanto tale da trasmettere loro in modo indipendente dalla procreazione.

      2. eh, giusto, ma da quando in qua un figlio si fa pensando in primo luogo a lui/lei? E’ sempre un atto istintivo e, di fondo, egoistico: il prolungamento della propria specie (se parlo in senso filogenetico)
        personalmente credo profondamente nella procreazione responsabile (in questo abbraccio bene i dettami della mia religione, che impongono di valutare in maniera onesta se mettere al mondo un figlio sia economicamente, socialmente, psicologicamente e fisicamente sostenibile… oppure no) ma al tempo stesso quando ho avuto la notizia che avere un figlio era per noi praticamente (o meglio, teoricamente) impossibile sono stata malissimo.

        Anche io mi chiedo spesso perchè siano le donne più povere a mettere al mondo millemila figli in condizioni di sballottolamento… una volta mio padre, parlandone, mi fece riflettere sul significato della parola “proletariato”. Forse è che queste persone vedono i figli solo come una ricchezza, una propria ricchezza.

        Non ho idea definitiva.

  5. sono tutti pensieri in libertà, leggeteli solo se soffrite d’insonnia

    i bambini nascono e nessuno ha mai pensato di chiedere ai bambini, prima che nascano, ma tu volevi nascere? qui in questa situazione, in questa famiglia? in questo campo di accoglienza? i bambini nascono e le mamme (decidono?) li fanno nascere
    se ognuno di noi avesse pensato a tutti i buoni motivi per non fare un figlio (dolore malattie incidenti problemi economici carriera malattie genetiche morte)……mah ….
    però certo noi non siamo conigli nè alberi che ogni primavera sbocciano
    i nazisti sterilizzavano le donne e gli uomini handicappati o con altri problemi o zingari o ….o…. o….
    in Cile si lanciavano gli oppositori del regime giù dagli aerei in mezzo al mare e i loro figli venivano cresciuti “dal nemico”
    ho letto che più l ‘aspettativa di vita è bassa, maggiore è il numero dei figli (la bisnonna fece 8 figli di cui 2 sopravvissuti, la nonna 4, tutti sopravvissuti, il nipote 2, il figlio del nipote 1)

    solo nelle ideologie si sacrifica il singolo alla collettività
    nel caso concreto, nella vita di tutti i giorni….chi sono io per farlo?
    sono tutti pensieri in libertà, leggeteli solo se soffrite d’insonnia
    buona notte

  6. “a dispetto di ogni mutare delle apparenze, la vita è indistruttibilmente potente e gioiosa”
    Questo è un frammento di un libro di Nietzsche che lessi tanto tempo fa e che mi è rimasto indelebilmente appiccicato al cervello. La vita del singolo spesso gioiosa non è, ma il singolo (soprattutto le donne) è, anche , funzionario di specie e resistere al richiamo della vita, che è potente, appunto, rimane assai difficile. E forse è un bene che sia così

  7. Qunto è difficile immedesimarsi, accogliere e capire un punto di vista anto diverso dl nostro! Quanto dolore nei rcconti di queste donne! Che bello però pensare che non si arrendono e, anche se le ragioni che le spingono a far nascere un figlio sono per noi incomprensibili, riescono cmunque a trovare una ragione per guardare oltre……

  8. Grazie dei vostri commenti. Mi conforta pensare che non sono solo io a essere assalita da dubbi su temi del genere, ma che sono proprio le questioni ad essere complicate…

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