Ci credo?

Quest’estate ho dedicato alcune settimane a lavorare intensamente per produrre dei materiali didattici di approfondimento per questo progetto, un percorso per studenti delle scuole sulle diverse identità religiose presenti nel nostro Paese. Avevo poco tempo (e a dirla tutta qualche piccola incrinatura nella motivazione), ma vi dico senza falsa modestia che ho fatto un ottimo lavoro, secondo me (presto sarà on-line e giudicherete voi stessi).

Credo molto nell’importanza di questa azione di prima alfabetizzazione sulle religioni. Non per puro gusto accademico (anche se ovviamente il tema mi interessa anche intellettualmente, per dir così), ma perché nella mia esperienza ho provato che i fraintendimenti più grossolani, evitabili e, ahimé, spesso davvero capaci di compromettere un rapporto finiscono per dipendere da questioni legate magari non alla religione in senso stretto, ma all’identità religiosa sì. Mi rendo conto che affrontare un tema così, oggi, dopo quello che è successo in Libia e altrove, è più difficile che mai. Eppure credo che fatti del genere non siano solo, come pure viene giustamente rilevato, indice della barbarie del fanatismo (di tutti i fanatismi, si intende: anche di quello del cowboy bruciaCorani). Penso che questa storia, ancora piuttosto ingarbugliata e poco chiara nei suoi mandanti, ci insegni soprattutto che il senso di crescente estraneità tra le identità religiose nel mondo viene oggi sfruttato come arma di distruzione di massa. Quindi chi ha cuore la pace e la giustizia dovrebbe interrogarsi a fondo su cosa si possa fare per cambiare le carte in tavola.

Non sono di quelli della scuola irenica che sostiene che “in fondo crediamo tutti nelle stesse cose, chiamate con nomi diversi”. Balle. Cioè, a livello di meri valori magari ci sono più consonanze di quanto si creda (giustizia, solidarietà, fratellanza, etc etc). Ma ciò che si crede alla fin fine è parte relativamente piccola di ciò che entra in gioco quando ci si incontra (e ci si scontra). Ciò che alla fine conta è ciò che si fa, o si riterrebbe importante fare, ogni giorno e quanto questo potenzialmente urti la sensibilità non solo religiosa, ma più ampiamente valoriale di chi mi vive accanto. Secoli di convivenza avevano creato delicati equilibri di maggioranze e minoranze, di osservanze e di trasgressioni tacitamente sdoganate, di compromessi creativi che però possono essere spazzati via in trenta minuti netti da un predicatore smaliziato, da un fatto di cronaca sapientemente raccontato (o addirittura creato ad arte), da un improvviso variare di condizioni anche apparentemente estranee ai fatti in sé. Guardatevi E ora dove andiamo? e vedrete un’esemplificazione efficace di questo processo di sfaldamento di convivenze, purtroppo ormai quasi generalizzato.

In questa ultima parte di storia dell’Occidente che si fa bello, a proposito e a sproposito, della propria laicità, mi pare si assista – contrariamente a quel che spesso sento affermare – non a una relativizzazione dei valori, ma piuttosto alla loro assolutizzazione. Laici e credenti, o almeno una fetta importante dei due gruppi, sembrano accomunati da una analoga certezza di avere le risposte giuste (dalla ricetta della democrazia ai requisiti di una coppia accettabile). Alla luce di queste risposte, fioriscono processi, giudizi, etichettature di massa in buoni e cattivi. Le sfumature vanno di moda solo nei polpettoni editoriali, pare.

Che c’entra questo con le religioni? C’entra. E qui torniamo al progetto nelle scuole, che dopo vari anni quest’anno, almeno per certi aspetti, è ritornato in mano mia tipo boomerang e quindi, ancora una volta, mi toccherà cercare di spiegare perché lo ritengo importante e utile (finora non sono stata molto convincente, almeno con i colleghi). Non voglio che i ragazzi delle scuole assistano a una parata di prodotti diversi per scegliere il migliore. Neanche che capiscano o imparino qualcosa di un’altra o di altre religioni. Mi basterebbe che si tolgano dalla testa qualche certezza sulla religione altrui e diano una chance a chi quella religione la vive di presentarsi per ciò che è, senza essere a priori chiuso in un cassettino a chiusura ermetica. Gli equilibri sono arte delicata: ci vuole molto tempo e ingegno a costruirli e basta un pizzico di stupidità (o di malizia) a infrangerli. Eppure cos’è il vivere civile se non una ricerca attiva di equilibri tra le diversità che compongono le nostre società? Ma soprattutto: non trovate che cogliere la complessità possa essere entusiasmante? E’ il primo passo verso quella libertà di pensiero che predichiamo molto, ma pratichiamo sempre meno, abbrancati alle sicurezze dei nostri schemini mentali. Speriamo che le generazioni che vengono dopo di noi siano un po’ più spericolate. La libertà reale di pensiero (e non la libertà di tifare per una parte o per l’altra con qualunque mezzo) è forse la prima forma di educazione civica. (Bum. Forse questo è troppo. Ok, cancellate mentalmente l’ultima frase, se vi pare pretenziosa).

Ci credo, dunque, nonostante tutte le delusioni del passato e del futuro? Ci credo. E quindi tra le tante cause perse a cui sono votata continuo a sposare anche questa, a cui non riesco neppure a dare un nome.

Aggiornamento: adesso sono on-line. Li trovate qui.

1 thought on “Ci credo?”

  1. Il rapporto tra religione e scienza è sempre stato problematico. Negli ultimi tempi ho avuto modo di conoscere sempre più persone che se interrogate sul proprio orientamento religioso rispondono con il termine ateo. L’affermare qualcosa riguardo la non credenza e non esistenza di un’entità assoluta non rende automaticamente atei, così come tra i requisiti del libero pensiero non vi sono connotazioni anticlericali od anticristiane – o semplicemente l’antipatia per l’odierno sommo pontefice ed il suo accento tedesco -. Per chi volesse qualcosa alla moda, alla richiesta di specificazione del proprio credo religioso, può risponde: neo-dionisiaco. Non fa figo come l’odierno termine ateo, ma credo che con una buona pressione potrebbe diventare un’alternativa interessante. Si potrebbe approfondire il discorso sulla connotazione dell’ateismo, ma questo non è il luogo adatto, il topic difatti affronta il rapporto tra la religione e la scienza.

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