Sui gruppi

Quest’anno scolastico di Meryem, concluso brillantemente, è stato per me molto diverso dal precedente e mi ha portato, soprattutto nelle fasi finali, a qualche riflessione. I bambini crescono e i rapporti tra noi genitori finiscono per approfondirsi un minimo. E allora ho iniziato a notare un fenomeno curioso. Se da un lato di scelte relative all’allevamento dei pargoli si chiacchiera molto meno di prima (grazie a Dio, aggiungerei: di grandi dibattiti sui tormentoni della prima infanzia, dal pannolino al numero di parole conosciute, per tacere dell’allattamento e del cosleeping, direi che ne abbiamo tutti abbastanza), dall’altro le conseguenze delle scelte più propriamente educative e, in generale, dei valori che ispirano la quotidianità di genitori e famiglie, si fanno più evidenti.

Un punto mi brucia in particolare, perché per me – probabilmente anche per la configurazione della mia/nostra vita familiare – è assai rilevante. Io amo vedere mia figlia sviluppare una personalità propria, dei gusti suoi diversi dai miei, la incoraggio a fare le sue scelte (e assumersene le conseguenze, in modo proporzionato alla sua età). Ma ci capita abbastanza frequentemente di fare attività in gruppo, soprattutto gite ed escursioni che altrimenti, da sole, non faremmo. Il gruppo a cui ci aggreghiamo è molto diverso da noi, per età ed esigenze, e anche assai variegato al suo interno. Se c’è una cosa di cui sono davvero fiera è che – almeno finora – Meryem sembra aver pienamente recepito un paio di concetti chiave che sono la base della felice convivenza in queste situazioni.

  1. Quando si è in gruppo bisogna adattarsi, essere flessibili, ma soprattutto comprendere che le nostre esigenze personali, gusti, desideri devono necessariamente armonizzarsi con quelle degli altri. Questo non per “fare gregge” o annullare la nostra personalità nella massa anonima, ma semplicemente perché altrimenti qualunque attività abbiamo scelto di fare sarebbe resa impossibile dai guizzi di iniziativa dei singoli.
  2. Prendersi l’onere e la responsabilità di coordinare un gruppo, specie se numeroso, è comunque un compito ingrato, che merita rispetto e gratitudine. I direttori di gita sono più soggetti a errori e critiche degli altri, semplicemente perché si sono messi in gioco a servizio di tutti. Il mugugno e la rimostranza sono ovviamente ammessi, entro certi limiti, ma deve sempre prevalere uno spirito costruttivo e soprattutto la volontà di collaborare alla soluzione dei problemi che, inevitabilmente, si presenteranno. Criticare questo o quel dettaglio è facile, dalla comoda posizione di chi fruisce di un servizio. Ma neanche il genio dell’organizzazione può far funzionare un gruppo i cui componenti non decidano di concorrere alla buona riuscita dell’iniziativa, mettendo almeno a tratti da parte il proprio ego (vedi punto 1).

Dalla nostra posizione di famiglia “scomposta”, probabilmente io e Meryem siamo un po’ meno soggetto a quello che Bregantini (citando Alesina e Ichino) ha chiamato “familismo amorale” (ne parlavo qui): ““In fondo la mafia cos’è? Rispondere agli interessi della propria famiglia più che a quelli della comunità”. In questi ultimi mesi mi sono sempre più convinta dell’importanza di difendere quel confine scivoloso di cui parlavo già 5 anni fa: “Mio figlio, se non proprio io, certamente merita di passare avanti in una lista d’attesa di ospedale. Mio figlio, se non proprio io, ovviamente è moralmente giustificato se si avvale di una raccomandazione. E’ tanto un bravo ragazzo. E poi in questo schifo di Paese altrimenti nessuno si sarebbe potuto accorgere di quanto vale. I nostri figli diventano la misura, sballata, di tutte le cose. Qualunque piccolo o grande illecito o abuso che facciamo entrare nelle nostre vite, ci pare molto più accettabile o persino lodevole se fatto per i figli, per assicurare loro un futuro migliore”. Sono passata e passo molte volte per fessa e/o perdente, in questi anni. Ogni volta che faccio un passo indietro, ogni volta che rispetto una regola o una fila, ogni volta che ricordo a mia figlia di farlo anche lei, anche se ha nove anni. Sono profondamente convinta che lei sia meravigliosa e meriti il meglio, certo. Ma il meglio è saper vivere insieme. Il meglio è il bene comune.

P.S. Quella nella foto è Meryem con due amici escursionisti. Potrebbe sembrare una famiglia, ma è “solo” un gruppo.

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