Che dire? (su via Curtatone)

Ho pensato a lungo se scrivere questo post, decisamente non necessario. Su internet potete leggere molti articoli belli, ispirati, utili, documentati. Sotto ve ne linko qualcuno. Ma sapete, oggi volevo iniziare a scrivere un altro post sul viaggio di questa estate e poi mi sono detta che alcuni dei quattro gatti che mi leggono forse si aspettano un commento sull’orrendo sgombero protratto e violento di cui siamo stati testimoni qui a Roma.

In queste ore si legge un po’ di tutto, le tifoserie si scatenano, il web pullula di specialisti di sociologia e di diritto internazionale. “La gente valuta per quel che sa”, mi si obiettava ieri in una conversazione su Facebook. E ancora una volta, purtroppo, sa molto poco e soprattutto non sa cosa credere, in questa gara a pubblicare immagini, video, frammenti, istantanee. Questa estate, in un istruttivo video su come editare le foto per Instagram, una frase di Chiara mi è rimasta impressa: “lo stile di Instagram chiede foto con una prospettiva molto dritta e molto piatta”. Ecco, tutti i media ormai chiedono questo: narrazioni estrapolate, lineari e piatte, senza prima e dopo. Magari virate sulle tinte pastello dei buoni sentimenti, oppure molto sature di dramma, sangue, enfasi.

Prima di lasciarvi con qualche consiglio di lettura, aggiungo solo qualche osservazione.

  1. Lo so che i rifugiati, specie se vivono in condizioni analoghe, vi sembrano tutti uguali e considerare particolari come quando sono arrivati in Italia, se parlano la lingua e che storia pregressa con l’Italia hanno vi pare una distinzione di lana caprina. Però fa tutta la differenza del mondo. Se volete cercare davvero di capire, queste cose dovreste saperle. Perché spiegano l’adeguatezza o l’inadeguatezza delle soluzioni possibili, ma anche la profondità delle responsabilità politiche del singolo episodio. Ieri ho incontrato un vecchio amico, membro del comitato che coordinava l’occupazione di via Curtatone: ci siamo conosciuti al centro di accoglienza in cui lavoravo e da cui lui è uscito nel 2003. La maggior parte delle persone sgomberate da quel luogo ci vivevano da tre o quattro anni. Alcuni bambini ci sono nati.
  2. Con questo non voglio dire che era giusto e bello che centinaia di persone vivessero in uno stabile occupato. Non sarebbe mai dovuto succedere. Eppure succede, in tante altre strutture in città, di cui la Regione ha fatto una precisa lista già da tempo, corredata da stanziamenti di fondi al comune per ampliare l’edilizia popolare.
  3. No, non incomincerò anche io con l’elenco delle responsabilità in ordine decrescente. Credo che con le giuste letture ognuno possa farsi il suo. Lasciatemi sono dire che in queste circostanze più di altre si tocca con mano l’inadeguatezza, lo squallore e il cinismo della politica. Tutta. Chi ha potere è squallido nel molto, in larga scala e con la spudoratezza di chi è sicuro dell’impunità; ma chi non ha potere è squallido nel poco, nei protagonismi e nelle strumentalizzazioni di bassa lega. Scusate se sono amara, ma oggi mi pare così.
  4. Che possiamo fare noi? Sarò franca. Non basta l’indignazione su Facebook, ma anche andare a portare panini serve più a gratificare il nostro spirito da crocerossina dell’800 che altro (senza offesa per il bellissimo e utilissimo volontariato di Roma, si intende). Non lasciate che questi episodi siano dimenticati dopo il prossimo titolone. Leggete, informatevi, chiedete, capite. E cominciamo a pretendere una politica degna di questo nome. Come? Ditemelo voi. Sono tutta orecchi.

Letture

Annalisa Camilli, Sgomberare gli sgomberati, il fallimento dell’accoglienza a Roma
Centro Astalli, Sgombero di rifugiati a Roma: risposta inadeguata a problemi complessi

Gianni Del Bufalo, Migranti e topi
Eleonora Camilli, Famiglie senza casa accampate in basilica: “Qui finché non ci ascoltano” (per completezza)
Michele Smargiassi, La carezza e la violenza. Una guerra di immagini

La foto del post è di Eleonora Camilli.

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