Il bilancio del weekend è stato più che soddisfacente. Venerdì siamo andati a cena da una coppia simpatica, con un bambino di circa 10 mesi di quelli che incoraggerebbe alla maternità anche la femmina più riluttante: socievole, vivace ma tranquillo, a suo agio con chiunque. Ci ha dato soddisfazione, senza peraltro monopolizzare la nostra attenzione – a tratti giocava tranquillo nel box e a un certo punto è andato a dormire senza quasi battere ciglio. Confesso di essermi sentita rincuorata dal vedere, ancora una volta, che dimestichezza e disinvoltura abbia Nizam con i bambini: allenato da decine di nipoti, si può dire che avere un bambino in braccio gli faccia apertamente piacere. A differenza di me, si proponeva con assoluta disinvoltura di trastullare Simòn e anche quando il bambino stava del box si scambiavano boccacce e risatine. La conversazione è proseguita per tutta la serata su due canali paralleli o quasi (uomini in turco, donne in italiano), ma con sporadiche interferenze reciproche abbastanza divertenti. Non ci samo neanche sentiti dei marziani a togliere il disturbo poco prima delle 11: noi eravamo stanchi, ma loro di più!

Sabato la torta dal nipote è stata un po’ stressante e infatti in serata l’umore ne ha risentito un pochino. Poi ci siamo visti la partita Grecia-Turchia, che devo ammettere che era piuttosto vivace: prima la Grecia è passata in vantaggio, poi il risultato si è capovolto per 1-4 a favore dei turchi. Ho trovato piuttosto interessante la valenza che questo match aveva per i greci e per i turchi: nello stadio la tensione si tagliava col coltello e vari striscioni facevano esplicito riferimento ai trascorsi bellici, neanche tanto lontani. Però bisogna riconoscere che la partita è stata giocata con un certo fair play e alla fine l’allenatore turco ha esortato i suoi giocatori a salutare il pubblico, che sebbene un po’ a denti stretti ha applaudito alla prova sportiva (i turchi avevano davvero giocato bene, con un paio di reti dalla distanza discretamente spettacolari). Da parte di una squadra che si era illustrata l’anno scorso per aver pestato la squadra svizzera negli spogliatoi (e per questo ha avuto il campo squalificato anche a questi europei) mi è parso un bel segno di progresso. Comunque i telegiornali turchi mostravano scene di tripudio collettivo degne di una vittoria ai mondiali, in tutte le città del paese: caroselli, fuochi d’artificio, danze fino all’alba, gente che saltava sulle macchine… Il calcio è davvero l’oppio dei popoli.

Ieri, domenica di blocco del traffico, da bravi cittadini europei (o quasi…) abbiamo visitato gli stand dell’Eurovillage ai Fori Imperiali. Abbiamo raccolto una quantità spaventosa di depliant di dubbia utilità (ricette svedesi, fauna dei parchi sloveni, corsi di francese nel mondo e via così), qualche gadget della Presidenza del Consiglio dei Ministri (matite, portachiavi, penne, fermacarte) e una piccola scorta di caramelle mou gentilmente offerte dall’ambasciata polacca (gli unici che offrivano qualcosa di commestibile). Per questo i polacchi sono svettati al primo posto nella nostra graduatoria degli stand: anche i tedeschi avevano uno stand carino (ma regalavano i palloncini solo ai bambini), mentre decisamente bassi in classifica sono risultati i greci (stand completamente vuoto), i finlandesi (apprezzabili i pannelli sulla Finlandia nella cartografia antica, ma stand deserto), gli spagnoli. Insomma, mattinata di puro cazzeggio con il sole che faceva capolino tra qualche nuvolone, completata da passeggiata fino a Termini e relativo kebab in un posto nuovo (un po’ deludente, a dirla tutta). E’ stato carino tornare a casa, farsi un tè e smistare la mole di materiale racimolato nei vari mucchietti: "da buttare subito", "da conservare", "da passare a… (amiche/sorelle/nipoti)". La sera ci siamo visti la Guerra dei Mondi in videocassetta, insomma impegno intellettuale zero spaccato.

L’altra bella notizia è che ho compilato una lista di oggetti rimediabili da amiche, sorelle e conoscenti occasionali e la mia ansia (che era stata acuita da una spaventosa dimostrazione su passeggini e carrozzine a cui avevamo casualmente assistito da Prénatal ieri) si è considerevolmente placata. Sopravviveremo, oggi ne sono abbastanza convinta…


E’ venerdì, manca pochissimo alla fine della giornata e sono riuscita abbastanza nel proposito di prendermi meno incavolature sul lavoro (oddio, la mattina non sono stata in ufficio e il pomeriggio l’ho passato quasi da sola, quindi non è stato così arduo, a dirla tutta…).

Ho anche l’intento preciso di passare un bel fine settimana, ecco. Domenica scorsa mi sono fatta prendere dalla malinconia come un’idiota e la cosa non deve ripetersi, per nessun motivo. Stasera ho un invito a cena, domani la torta del compleanno del nipote e poi spero di trovare il modo di fare un paio di visite strategiche in vista di racimolare arredi per la cameretta. Quindi avremo il nostro da fare!

Sto iniziando a pensare seriamente al prossimo convegno degli Orientalisti a Pavia. Vorrei proprio esserci e sto cercando di mettere a fuoco una volta per tutte quella piccole resistenze che mi si agitano nella pancia ogni volta che ci penso. Non so metterle in ordine di priorità, né capire quali siano alibi: ma tant’è.

1. La gravidanza. Avrò problemi? Sarò una seccatura per qualcuno? Insomma, è prudente e opportuno?

2. Il lavoro. Questa è davvero la più idiota. Dovrei prendere un paio di giorni di ferie, non è davvero la fine del mondo. Tra l’altro tutto il sabato precedente lavorerò, quindi uno dei due giorni in teoria potrebbe/dovrebbe essere considerato recupero. Eppure mi secca.

3. Non credo proprio che Nizam ci verrebbe, sia per il lavoro (figuriamoci se si prenderebbe tre giorni! già convincerlo a non lavorare la domenica è un’impresa…), sia perché obiettivamente del convegno non gli frega nulla e la compagnia non è per lui particolarmente appetibile. Certo è che, specialmente in relazione al punto 1, io sarei infinitamente più tranquilla se lui venisse.

4. Questo è veramente il più difficile da formulare. Ho un certo timore di trovarmi a disagio in un ambiente che una volta era il mio al 100% e in cui, negli ultimi anni, mi sono sentita sempre più una marziana. Lo stesso timore mi è venuto ieri sera, dopo aver ricevuto un invito a una cena che in realtà mi ha fatto molto piacere, ma che poi mi ha fatto balenare immediatamente una situazione in cui forse non avrei nulla da dire a nessuno. Come spiegare meglio? Ho un po’ il timore di cercare qualcosa che non esiste più, se non nei miei ricordi/rimpianti. In realtà, per un processo analogo, non mi è dispiaciuto più che tanto non andare alla festa curda di ieri sera (anche se quando mi hanno detto che è stata bellissima ho rosicato assai): so che avrei cercato di replicare quello che ormai è passato. Allo stesso tempo però mi dico che non devo nemmeno avere la fobia di cercare di ricollocare questa "nuova me" anche in contesti parzialmente vecchi.

Magari sono solo paturnie. Se mi conosco, a Pavia andrò. Magari me ne pentirò, ma ci andrò.


Ho un’ammirazione incondizionata per chi riesce a risolvere le faccende pratiche, che a causa della mia assoluta incapacità generalmente mi appaiono irresolubili e basta. Ieri sono tornata a casa in stato pietoso dopo l’ennesima giornata di lavoro del cavolo e una serie non quantificabile di incazzature (alcune verso me stessa, molte verso altri – o più precisamente verso un’altra, la mia zelante collabolatrice di cui forse un giorno vi parlerò). Ed ecco inaspettata la svolta: Nizam aveva murato in apposito tubo nero un groviglio apparentemente inestricabile di fili che pendeva diagonalmente lungo il muro della futura cameretta di Meryem. Io mi sarei rassegnata alla loro presenza, meditando di occultarli dietro un armadio. E invece lui ha scavato il muro, li ha disposti ordinatamente nella guaina, ha ricoperto il buco con la malta e ha provveduto anche a rasare la parte. Il tutto in un paio d’ore, di ritorno dal lavoro. Adesso la camera si avvia ad avere un aspetto civile: il soffitto è stato imbiancato e prossimamente verrà cambiata la carta da parati. Non potete capire come mi sono sentita: sollevata, incredula, proprio felice.

Ecco, a me pareva più realistico trovare un prestigioso impiego alle Nazioni Unite che vedere questa faccenda finalmente risolta. Ho cercato di spiegarglielo: il curdo mi ha guardato con sincera commiserazione. 


Preparazione al parto, seconda puntata. Meglio, molto meglio. Accudimento del bambino, spiegazioni su tagli di garze e retine per la medicazione del "moncone" di cordone ombelicale (ci vuole la retina tipo arrosto? Non ci avrei pensato mai, forse perché gli arrosti non li ho mai cucinati in vita mia), consigli vari, in generale abbastanza tranquillizzanti e apparentemente ragionevoli ("non vi complicate la vita con prodotti e gadget complicati").

Un po’ meno mi è piaciuta l’esortazione a provvedere al pagamento preventivo di apposita "bustarella" a un’ostetrica della struttura perché sia effettivamente a disposizione. A parte l’esosità della bustarella medesima, il principio proprio non mi torna. Vedremo, ma tenderei a ignorare questo specifico consiglio. Mi avvarrò con piacere invece degli altri (visita a casa dell’infermiera ostetrica del consultorio per lezione pratica di bagnetto, rimpatriata dopo il parto, etc).

Mi sto però rendendo conto che dovrei rallentare ulteriormente il ritmo. Arrivo la sera davvero troppo stanca. Ma come fare con il lavoro? Davo per scontato di farcela sportivamente a lavorare per tutto l’ottavo mese, invece ultimamente mi viene qualche dubbio.

Dubbi e vacillamenti


Sono tornata da un incontro di lavoro a Bruxelles e ora mi trovo a fare i conti con sensazioni contrastanti. Queste riunioni di coordinamento europeo mi piacciono molto, apprezzo lo spirito e l’impegno delle persone coinvolte e trovo che, al di là del lavoro concreto all’ordine del giorno, si costruisca molto in termini di scambio di idee e di relazioni. Come avevo pensato la volta precedente, a ottobre, ho sempre più chiara la sensazione che mi piacerebbe andare avanti nel mio lavoro, mettere a frutto in qualche modo la strada fatta finora, confrontarmi con nuove cose. Stranamente, con tutto che c’è la bimba in arrivo, mi sono sentita molto più ottimista della volta precedente riguardo a questi possibili sviluppi e ho passato del tempo a fantasticare su nuovi progetti, chissà quanto realistici.

Poi, tornata a casa, mi sono trovata a fare i conti con vari pensieri negativi. Ce n’è uno in particolare che di tanto in tanto torna ad affacciarsi. Io faccio i miei programmi considerandomi ormai definitivamente in coppia: ma fino a che punto, alla luce della poco felice esperienza precedente, questo è saggio? E se un giorno mi svegliassi scoprendo di aver fatto l’ennesimo tragico errore di valutazione? Ora più che mai delle volte mi assale un (ingiustificato) terrore di trovarmi nuovamente sola. E che tutte le scelte fatte, tutti i progetti, si ritorcerebbero contro di me.

Però poi mi rispondo anche che io a vivere calcolando tutti i “non si sa mai” non ce l’ho mai fatta. Perché nonostante tutto sono una che crede ancora nelle cose al 100%, sentimenti compresi. Perché per me non può essere altro che “per sempre”, anche se l’esperienza mi dovrebbe aver insegnato a essere più prudente. E poi tanto l’incoscienza maggiore l’ho già fatta, non vi pare? Altro che progetti lavorativi…


Oggi ho avuto il primo appuntamento per la preparazione al parto. Sono rimasta un po’ perplessa e anche vagamente demoralizzata. Sarà che mi aspettavo un gruppo di persone più o meno come me: invece, almeno alla prima impressione, abbiamo veramente poco in comune, pance a parte.  Abitano tutte al centro storico (vabbé, questo forse dovevo aspettarmelo dato che il consultorio è al centro…), a quanto pare sono l’unica che lavora e ho già suscitato un certo scandalo per il fatto che ho dichiarato di avere tutta l’intenzione di mandare mia figlia al nido. Se poi sapessero che non sono neanche sposata… le conversazioni sono tutte un "mio marito qui" "mia marito là". Ora il punto è che io avrò necessità di tornare al lavoro. Non è che lo voglia fare per capriccio. Certo, se ci sarà una situazione tale che sarà impossibile farlo, cercherò di inventami un modo per andare avanti. Ma certo che economicamente sarebbe ben dura.

Ok, ora non mi sembra il caso di lasciarsi prendere dallo sconforto. Vedendo facendo, come si suol dire.


Meryem ha già le suo opinioni abbastanza nette in fatto di posizioni (mie). Tutti i siti internet consigliano di dormire su un fianco e io volentieri mi atterrei all’indicazione, ma a lei non piace. Certamente non il fianco sinistro. Sul fianco destro si può trattare, ma tendenzialmente devo stare a pancia in su. Punto. Oggi poi durante la riunione di staff è partito nella strada di fuori un terrificante antifurto per non si è fermato per quasi un’ora. Per tutto il tempo la dolce creatura mi ha massacrato di calci. Il rumore la infastidiva, evidentemente. Ma che ci potevo fare io? Vaglielo a spiegare.


Riguardo all’argomento amicizie avete ragione un po’ tutte quante. Non mi sento proprio di dire che questa sorta di allontanamento sia dovuto solo alla mia gravidanza e forse neanche soprattutto a quella. Era cominciato ben prima ed è stato una sorta di processo graduale, in qualche modo naturale. Mettiamoci anche che io a un certo punto ho sentito fortissima l’esigenza di chiudermi un po’ nel mio guscio, di rallentare tutti i ritmi. Non per la gravidanza, ma molto prima: per raccogliere le energie necessarie a superare tutti i passaggi di cui sopra (a cui trascuravo di aggiungere la morte di mio padre, a cui ero molto legata).

Prima per fuggire da casa e da una situazione di disagio e sofferenza dicevo sì a tutti gli impegni, le uscite, anche a costo di passare fuori casa 15-16 ore. Ora sto eccedendo dal lato opposto – anche perché Nizam esce di casa ogni mattina alle 6.15 e la sveglia è puntata di conseguenza. Tra l’altro, com’è ovvio, costruire una nuova relazione implica di passare del tempo insieme e dato che durante la giornata lavoriamo tutti e due cerchiamo naturalmente di riservarci le serate per noi. Questa è una grandissima differenza rispetto a quando si studia e magari ritagliarsi spazi di incontro anche durante la giornata è più semplice. Insomma, i motivi sono tanti.

Comunque dichiaro ufficialmente chiuse le lamentazioni. Sono convinta che con chi valeva la pena di ritrovarsi ci si ritroverà con lo stesso affetto di prima. E ben vengano le new entries!

 


Saranno gli ormoni in circolo, ma la sera spesso mi sento molto triste. Ogni cavolata diventa una tragedia, poi non dormo e la mattina mi sento uno straccio. E allora comincio a pensare che se non reggo ora, che farò dopo? E poi è da ieri che penso una cosa e adesso la scrivo, anche se non serve a niente: mi sarei aspettata che in occasione di questa gravidanza le mie amiche mi stessero vicine, magari per condividere con me questo momento. Così non è stato e anzi, per una serie di coincidenze, dopo l’annuncio non le ho quasi più viste né sentite. E’ andata così e non ne faccio una colpa a nessuno. I ritmi di vita sono quelli che sono, gli interessi sempre più diversi. Magari è naturale che non si sia più vicine come prima. Resta il dispiacere, ovviamente.

Credo che abbia molto a che fare con ciò il fatto che le nostre vite sono profondamente diverse. Io non sto più studiando da molto tempo. Loro, tra dottorati, scuole di specializzazione e borse di studio, non sono mai uscite di fatto dal contesto in cui ci siamo conosciute. Io mi sono lasciata alle spalle, più o meno nell’ordine: l’abbandono traumatico e più o meno forzato di quella che pensavo essere una brillante carriera di ricercatrice; l’inserimento nel mondo del lavoro; il fallimento di un matrimonio; la messa in piedi di una nuova relazione, con relativa decisione di mettere su famiglia, sebbene in condizioni comunque un po’ problematiche. Anche io ho le mie brave paturnie adolescenziali, siamo cresciute così. Ma le considero tali e non pretendo che diventino il fulcro dell’esistenza di qualcun altro. Scusate lo sfogo…


Nel condominio da un po’ di giorni tutto tace. Attendo quindi che si riaccenda la vampata delle ostilità per trovare il giusto spunto satirico per i miei post. Ora regna una strana calma, con punte di idillio. Ieri sera, ad esempio, ci si presenta a casa il Tedesco, in cerca di aggiornamenti, solidarietà e di un buon bicchierino di tè turco. La moglie sta facendo dei lavori alla casa in Sardegna e lui da otto settimane è responsabile unico del ménage familiare. Forse per questo aveva voglia di socializzare, lui che per anni a stento salutava per le scale. Effetti collaterali delle battaglie idiote. Al bicchierino del tè si è sciolto del tutto: "Questa è cultura!", ha esclamato. E ci ha raccontato di quando, a vent’anni (circa cinquanta anni fa, dunque) girava la Turchia in autostop.

Nizam ha chiesto consigli per una corretta educazione al bilinguismo della nascitura. La risposta era prevedibile: "Ci vuole DISCIPLINA!". Le sue figlie parlano solo tedesco con il padre, solo francese con la madre e italiano tra loro e a scuola. Ogni settimana ciascuna riceve dal padre (e presumo altrettanto dalla madre) tre quarti d’ora di lezione di grammatica tedesca, dettati, ortografia, etc. Ogni due anni vanno a frequentare quattro settimane in una scuola tedesca in Germania. La televisione italiana è bandita (da cui l’esigenza del satellite).

Alla fine Nizam mi ha confessato di non sentirsi all’altezza di cotanta istruzione linguistica. "Io mischio tutto…". Ma a noi in fondo basterebbe che Meryem fosse in grado (a differenza di me) di comunicare con l’esercito di zie e cuginetti che si ritroverà. Per questo forse bastiamo noi sgarrupati, il telefono e la webcam…