L'amica Ida mi rassicura: non capita solo a me. Però, chissà perché, ho la sensazione che io più spesso di altri mi trovi a vivere situazioni comicho-grottesche proprio nei momenti di massimo pathos, quelli abbinati a lutti e funerali. Come dimenticare la veglia funebre della calabra zia Maria? Dopo un numero indefinito di ore di pullman per guadagnare il paesino della costa ionica dove viveva l'anziana ma arzilla signora (almeno durante i mesi in cui non piombava a Roma per "spararsi le ultime cartucce"), mi sono trovata in un pieno rituale mediterraneo. I vicini arrivavano con teglie di pasta al forno, di pizze, di dolci di ogni sorta. In quantità industriali. E i parenti stretti, secondo le regole non scritte ma a tutti note, facevano portare tutto in cucina ringraziando, senza toccare nulla (la formula corretta era: "scusate, ho lo stomaco chiuso dal dolore"). Al ventesimo vassoio, io e mia sorella (che non ci vedevamo dalla fame, in realtà), tentammo a più riprese l'atto sacrilego. Assaltammo la teglia delle zeppole, approfittando del favore delle tenebre: nulla, fummo colte con le mani nel sacco. Tentammo una disperata brioche col gelato a tarda sera nel bar del paese, spalleggiate addirittura da mio padre: niente, il barista si profuse in tali condoglianze che non osammo.
E poi fu la volta della sceltadel feretro di mio padre. Il 1° gennaio 2006, sotto gli occhi impastati ma attenti dell'impiegato delle pompe funebri, io e mia sorella sfogliavamo allibite il catalogo, impallidendo per i prezzi chesalivano di pagina in pagina. Infine, individuammo qualcosa che pareva corrispondere alla volontà di mia madre ("una cosasemplice, come quella di Paolo VI"): legno chiaro, niente fronzoli, prezzo medio/alto (vabbé, non staremo a lesinare su questo? oddio, se avessimo saputo quanto costava portarla a Gorizia, magari ci avremmo pensato…). Nome del modello: Messalina. Giuro. Siamo sbottate a ridere, sotto lo sguardo di riprovazione del tipo. Ma chi pensa di dare nomi alle bare? E quei nomi, poi?
Comunque stamattina ho mantenuto fede alla tradizione. Internet consente un rapido scambio di informazioni. Non sempre accurato, ma rapido. Anche troppo. Per tutta la giornata mi sono chiesta come mai un certo funerale fosse stato così intimo da non sembrare neanche un funerale. Elementare, Watson. Non era un funerale. Era solo una camera ardente. E la vedova che mi ha visto non solo arrivare assolutamente sconosciuta e inattesa, ma stazionare lì guardando ogni tanto l'orologio, si starà ancora chiedendo quale intimo legame ci fosse tra me e il defunto. Abbiamo fatto anche una deliziosa conversazione: del resto eravamo quattro in tutto, cadavere compreso. Che vergogna.
Un saluto, con stima
Certo volte succede che una persona di te ricorda poco o nulla, ma lo stesso si è preso una posto determinante nella tua vita. Con i professori capita. Non ricorderanno, magari, le facce dei loro studenti (specialmente se si tratta di università). Magari però quelle lezioni non sono state, per qualcuno di quegli studenti, lezioni come le altre. Questo è quello che mi è capitato al primo anno di università, incrociando Cristiano Grottanelli. Teneva un corso che a dire il vero non si capiva neanche se era quello previsto per la materia (religioni del Vicino Oriente antico). Però nessuno di noi ha avuto esitazioni: intanto l’abbiamo seguito tutto, bevendo ogni parola, leggendo ogni articolo e testo che lui menzionava. Combabo, il Galli, il De Dea Syria: chi mi conosce un po’ “scientificamente” sa che di queste cose fatico a liberarmi anche oggi. E il testo d’esame, anomalo anch’esso: Essedue Edizioni, Archeologia dell’inferno. Quando, molti anni dopo, ho dovuto scegliere il tema della tesi di dottorato, sono ripartita esattamente da lì, da quelle pagine studiate e ristudiate (con cammelli stilizzati scarabocchiati nelle pagine bianche, a dirla tutta). Dopo altri anni, in un momento strano della mia potenziale “carriera accademica”, mi è stato a tradimento chiesto che materia mi immaginassi ad insegnare: e io, senza alcuna riflessione strategica (non ero in grado di farne allora, come non sono in grado di farle adesso) non ho potuto fare a meno di dire “religioni del vicino oriente antico”. Non è stato un successo, il mio. Però quello che in coscienza e passione ho fatto in questo campo, lo devo in buona parte a quelle lezioni di Grottanelli. Per questo ci tengo a salutarlo con tutta la mia stima, ora che ci ha lasciato.
La prossima minaccia all'orizzonte ha un nome inquietante: mano-piedi-bocca, o qualcosa del genere. Malattia esentematica ignota ai più, contagiosissima (a quanto pare). Da come la descrivono, la possibilità di sfangarla parrebbe assai remota. Argh.
Compitino: scrivi un post a piacere sulla serata di ieri (=incontro di networking/cazzeggio tra blogger romane)
Svolgimento. Partiamo dalla fine, ovvero dai postumi. Non c'ho il fisico. Dopo cinque ore e quaranta di sonno, sono uno straccio. E non vi immaginate cose turche. Casto rientro in stile Cenerentola poco dopo la mezzanotte, un paio di birrette artigianali a bassa gradazione, accompagnate dalla giusta dose di schifezze rifritte. Il locale si preannunciava antipaticuccio e un po' lo era: però la segregazione nel sotterraneo (mi sentivo un po' in ufficio) si è rivelata provvidenziale per salvarci dal troppo elevato tasso di casino degli altri ambienti. Il servizio tuttaltro che impeccabile, ma poco male. Nonostante i pali di metallo che si frapponevano tra le commensali, siamo uscite dal virtuale per guardarci finalmente nelle palle degli occhi. Non dubito che ci sarà chi auspicherà un mio pronto rientro nella dimensione virtuale: la mia interpretazione involontaria di personaggio sociale può essere troppo per chiunque. Mi sono divertita, sorprendendomi a più riprese di quando il mondo reale possa rivelarsi ben più inverosimile di qualunque astrazione teorica. Non resta che concludere con un sonoro in bocca al lupo per l'eterea Wonder (siete già andate in libreria?), che ha lanciato una sfida per una gara di rutti purtroppo caduta nel vuoto. E appuntarsi i prossimi imperdibili appuntamenti: il pigiama party in trasferta in occasione dello spettacolo "Mamma che ridere" e, prossimamente, il ristorante greco. Ma non ditelo a Nizam!
Non mi sento tanto bene. Sono un po' acciaccata, nel fisico e nel morale. Mi rendo conto che mi dovrei dare una smossa, che tocca a me cambiare le cose che non mi piacciono o imparare a conviverci con più serenità. Non mi piace essere lagnosa. Eppure….
Aggiornamento. Magari sono stata un po' criptica. Niente di grave, intendiamoci. Solo un po' di stanchezza e preoccupazioni varie. Ieri la giornata è iniziata in modo un po' rocambolesco. Meryem, per giocare, mi ha lanciato una piramide di legno (utilissimo soprammobile centroamericano, di cui non avevo mai colto le potenzialità) a un millimetro dall'occhio destro. Me la sono cavata con un graffio relativamente modesto e un discreto bernoccolo. Un risveglio non esattamente piacevole. Nizam, solitamente molto zelante, era in stato comatoso sul letto. Non ha mosso un muscolo. Alla botta e allo spavento, si è aggiunta l'incazzatura. Date le premesse, la lunga maratona di pic nic non è partita esattamente con il piede giusto.
E poi c'è Meryem, che qualche pensiero me lo da. Da qualche giorno balbetta all'inizio delle frasi. Tutti mi dicono che a quest'età è normale e di non dare importanza alla cosa. Però un po' d'ansia mi viene. E poi la vedo meno autonoma degli altri bambini, mi sembra che mi voglia stare sempre appiccicata. Ora forse ho scritto una cavolata, una cosa esagerata. Sull'autonomia "vera" non credo di aver nulla da lamentarmi: a scuola mi dicono anche che sembra più grande dei suoi compagni. Però è lo sviluppo emotivo che certe volte mi fa venire il dubbio di stare facendo qualche errore. Ho la sensazione che questo per lei sia un momento un po' delicato, come di "esitazione" (non mi so spiegare bene). E io sono, allo stesso tempo, nello stato d'animo meno adatto per darle sicurezza. Se non avessi una figlia, mi piacerebbe assai rintanarmi da qualche parte e investire un po' di tempo nell'autocommiserazione. Questa opzione ovviamente non è contemplata. Magari è un bene. Però spero di non fare troppi danni, ecco.
Come sarà Meryem tra 5, 10 anni? Ci staremo simpatiche? Che vita farà da grande? Sarà più facile per lei di quanto lo è stato per me? Più difficile? Da ieri sera mi trovo a chiedermi molte cose sul futuro di mia figlia e, implicitamente, sul mio. Stamattina Nizam, piuttosto esasperato, borbottava tra sé che in questo Paese non c'è futuro. Ecco, appunto. Là per là mi si è formata in testa l'immagine di una famiglia di naufraghi, che a un certo punto forse verrà separata da un'onda più bastarda delle altre. Non stupitevi se mi vengono in mente queste cose. La nostra vita come coppia è nata precaria e sotto sotto della precarietà esistenziale non si è mai riuscita a liberare. Non siamo come quelle famiglie tradizionali che sognano, costruiscono e via via realizzano. Noi procediamo così, un po' a strappi, senza certezze assolute. Vabbé, tiriamo dritti. La testa dura ce l'abbiamo. Tutti e tre.
In rete nascono dinamiche oscure ma ineluttabili, per cui su alcuni algomenti blogger insospettabili danno il peggio di sé. Oggi ho avuto la seria tentazione di istituire il Premio Scassamaroni, attribuito insindacabilmente da me medesima al post più meritevole della settimana, sia pur nel modesto raggio di quelli che leggo. Ora, dati i politici che ci governano, non bisognerebbe stupirsi più che tanto di dichiarazioni surreali. Siamo tutti su quella china lì? Spero di no, e il Premio non lo istituisco.
Come sempre, tutto è relativo. Mi sono appena presa una valanga di complimenti sul mio stile di madre, proprio all'indomani di una giornata in cui non me li sono meritati granché. Sono fasi. Questa è la parola magica. E allora descriviamola, questa fase. Fase della sfida. Praticamente costante e molto mirata. A me. Mia figlia mi mette scientificamente alla prova. A me il simpatico compito di mettere i limiti, possibilmente senza sbroccare. Sono consapevole che non perdere le staffe non è solo meglio dal punto di vista etico, ma è anche dal punto di vista pratico la via migliore. Quella che dà migliori risultati e che minimizza gli psicodrammi e i relativi sensi di colpa. Lo so. Ne sono convinta. Ciò non toglie che le bellissime tate bionde del programma televisivo non si trovano a intavolare una arricchente e dialogica mediazione con una quasi treenne sotto il diluvio universale, con entrambe le mani occupate da pacchi e dal passeggino chiuso. Dettagli? Beh, io in quel caso ho perso le staffe. Ma non è che per questo mi sia bagnata di meno. In compenso ho impiegato la successiva ora non solo a riscaldare e asciugare la treenne in questione, ma anche a consolarla, tranquillizzarla e riappacificarla con sua madre isterica. E, frattanto, mi dovevo tranquillizzare, consolare e riappacificare con me stessa io, da sola. Questo è il privilegio di essere adulti.
Mi ricordo un passaggio di una poesia di Camillo Sbarbaro, che mi hanno fatto imparare a memoria da piccola. Forse un po' melenso, ma trovo che descriva bene quel particolare stato d'animo del genitore che si rende conto di aver ecceduto.
E di quell’altra volta mi ricordo
che la sorella mia piccola ancora
per la casa inseguivi minacciando
(la caparbia avea fatto non so che).
Ma raggiuntala che strillava forte
dalla paura ti mancava il cuore:
ché avevi visto te inseguir la tua
piccola figlia, e tutta spaventata
tu vacillante l’attiravi al petto,
e con carezze dentro le tue braccia
l’avviluppavi come per difenderla
da quel cattivo ch’era il tu di prima.
No, non sono tanto fiera di me oggi. Riproviamo domani.
