Non è uno straniero, è Charlie


Alcuni anni fa, in uno dei più memorabili incontri pubblici organizzati presso il Centro Astalli, il neoeletto Padre Generale della Compagnia di Gesù, Adolfo Nicolás, raccontò un aneddoto. In una famiglia giapponese, il padre collaborava per lavoro con un collega americano. Una domenica i cugini, arrivati in visita, giocano insieme ai bambini di casa. Uno dei ragazzi in visita, aperta la porta dello studio, si trova all’improvviso davanti l’americano e la richiude spaventato. “Che succede?”, gli chiede il cuginetto. “C’è uno straniero là dentro”. Il bambino si affaccia a sua volta e commenta ridendo: “Ma non è uno straniero, quello è Charlie!”.

Oggi ho ripensato a quel racconto leggendo l’aggiornamento della bacheca Facebook di un’amica, che si stupiva e rammaricava per il fatto che una giovane madre single, marocchina, si trovasse obbligata a fare una specie di viaggio attraverso la regione Lazio allo scopo di sostenere un esame di lingua, dal cui esito dipende il rinnovo del suo permesso di soggiorno. “Ci siamo”, mi sono detta. Ho pensato a un’estate afosa in cui abbiamo partecipato a riunioni su riunioni, anche al Ministero dell’Interno, per cercare di trovare soluzioni ragionevoli a decreti decisamente irragionevoli e comunque apparentemente acclamati (o almeno tollerati) da molti dei nostri connazionali. Sembravano cose molto tecniche, molto teoriche, di cui nessuno dei miei amici non del ramo avrebbe tollerato di sentir parlare per più di tre minuti. Giustamente. Quel lavoro ha portato a dei risultati positivi, e tuttavia il problema sussiste e ora – e questo volevo dire oggi – iniziamo a vederlo nell’esperienza di chi ci è vicino.

Ho letto recentemente in un libro di cui sentirò spesso, credo, l’impulso di riparlare (e che non posso citare precisamente, perché l’ho prestato a mia sorella insegnante, nella speranza di contagiare anche lei) che l’empatia non può essere globale. Umanamente non si può essere solidali con tutto il mondo, è una pretesa spropositata rispetto alla capacità emotiva del singolo. Cito malamente, si intende, ma il concetto è quello. Ce la si cava con la solidarietà meramente retorica, a impatto zero. Ma ora forse si inizia a intravedere uno scenario nuovo. Le migrazioni ci portano frammenti di solidarietà globale nella cerchia più intima delle nostre conoscenze. La diversità filtra nel nostro piccolo orizzonte, talora nelle nostre quattro mura.   Certo, non si può pretendere che questo equivalga necessariamente a un ampliamento di prospettiva. Talora ci accontenteremo della schizofrenia.

Ricordo come oggi un cugino triestino di mio padre, venuto a trovarci molti anni fa (almeno una dozzina). Una persona di una certa età, un po’ snob, di posizioni decisamente “nazionaliste”. Durante la cena fioccavano sospiri e lamentele su “questi che arrivano da fuori a rubarci il lavoro, a snaturare la nostra identità”. Poi il discorso è caduto, stranamente, sulla musica. La mia famiglia per cultura musicale ha sempre zoppicato abbastanza. Il cugino in questione, invece, era musicista. Parlava con strana competenza di qualcosa di moderno che non ricordo, ma che mi colpì perché eccentrico rispetto al repertorio classico e coltissimo a cui faceva solitamente riferimento, mentre noi ignoranti ci limitavamo a annuire per cortesia. Mi pareva bizzarro che quella persona avesse fatto quel genere di ascolto. Lui raccontò, sereno, che era il suo amico senegalese che gli aveva consigliato quel cd. Un ragazzo in gamba, tanto colto, che faceva il venditore ambulante (magari anche abusivo) vicino al bar dove era solito fare colazione. Che dava a quel signore di altri tempi la soddisfazione di un po’ di conversazione, gratuita, appagante. Che senza parere e probabilmente senza ricavarne alcunché gli faceva compagnia nella sua solitudine. Era assolutamente evidente che “il suo amico” (non ricordo il nome) non apparteneva alla categoria di quegli stranieri minacciosi e indesiderabili contro cui il cugino triestino non esitava a riversare il proprio disprezzo. Che strano, ho pensato io. Com’è vero che le etichette non significano nulla.

Ora quegli incontri si moltiplicano, si intrecciano, si evolvono. Non può essere altrimenti. E già comincia a risultare intollerabile a molti il disinteresse, l’ignoranza e l’incuria che il dibattito politico e culturale (con poche eccezioni) riserva al tema dei migranti. Per gli slogan si usano ancora termini astratti. Ricordo un fantastico cartello appeso al cancello del mio liceo: “Contro l’imperialismo, il capitalismo” e chissà quanti altri “ismi”. Concetti vuoti, per noi liceali. Parole così, gergo per inventarsi uno sciopero di maggio. I migranti oggi spesso si usano così, a mo’ di invettiva. Che poi si dica “Fermiamo l’orda” o “Siamo tutti clandestini” per certi versi (attenzione, parlo di metodo, non di contenuti) è uguale. Il 90% di quelli che scandiscono lo slogan non lo legano a nessun nome specifico, a nessuna faccia. A nessun amico. Questo sta cambiando rapidamente, sono fiduciosa che cambierà anche il resto. Per fortuna.

Surreale


Vivere con un extracomunitario comporta alcuni effetti collaterali. Quella punta di surreale che accompagna la vita quotidiana di uno straniero nel nostro Paese e che, per quanto cerchi di rimuoverlo, eccolo lì: fa sempre capolino. Oggi Nizam è uscito di buon ora, destinazione ufficio immigrazione. Forse i fedeli di questo blog ricorderanno la memorabile gita di famiglia a Tor Cervara, che raccontavo qui. Stavolta la cosa sembrava semplice. Nizam è in possesso di carta di soggiorno, a tempo indeterminato e in corso di validità. Però sulla carta di soggiorno sono indicati gli estremi del passaporto turco. Quest’ultimo è cambiato, sostituito con agevole trafila fatta in gran parte via e-mail da un modernissimo passaporto elettronico. Fin qui la burocrazia turca, che alla fine della procedura gli ha anche mandato una mail augurandogli di “godersi il suo passaporto” (giuro). Quindi sul documento italiano va fatta una correzione. Che sarà mai, ha pensato il curdo, ancora ingenuo nonostante il decennio passato nel Bel Paese. L’unica cosa è avviarsi per tempo, si sa che c’è fila. Alle prime luci dell’alba, si incammina verso il famigerato Ufficio Immigrazione.
Verso l’ora di pranzo, ricevo una strana telefonata. “A che ora esce Meryem da scuola?”. “Alle quattro, perché?”. “Perché il poliziotto qui la vuole vedere”. Faccio un respiro profondo. “Amore, sei sicuro di aver capito bene?”. Ruggito. “Ok, spiegami con calma”. In sintesi: il poliziotto di turno ha deciso che questo “aggiornamento” del documento comporta la verifica autoptica di tutti i requisiti a suo tempo verificati e cioè, in sostanza, l’esistenza della bambina e del reddito. Ma la finezza sta nel fatto che non è sufficiente produrre documenti tipo il certificato di nascita di Meryem, con indicata la paternità e con la foto della bambina. No, bisogna portarla lì, a Tor Cervara (la vorranno interrogare perché confermi che Nizam sia effettivamente il padre?). E, già che ci siamo, devo andare lì anch’io (forse mi chiederanno particolari sul concepimento?). “Quando ti puoi prendere un giorno di ferie?”, incalza il curdo esasperato. Ora: io mi rifiuto di credere che per una correzione di numero di passaporto ciò sia necessario. Di più: molto probabilmente non lo è. Ma allo sportello lì pare che vada così. Ti dicono un po’ quel che detta loro l’ispirazione del momento, allo scopo primario di rimandarti indietro. Io per il momento ho deciso che Nizam non ha fretta di espatriare, per cui per quanto mi riguarda questo delirio è rimandato. Magari è un brutto sogno e tra un po’ mi risveglio in un Paese normale.