Campagna elettorale – rimuginamenti


“Politica italiana: non lasciamoci scoraggiare”. Mi casca l’occhio sulla copertina rossa di Aggiornamenti Sociali di questo mese e non posso fare a meno di sfogliarlo. Perché sono scoraggiata, molto scoraggiata. Di più. Vivo con crescente fastidio la campagna elettorale che avanza sui social network. Evito accuratamente telegiornali e dibattiti televisivi. Ad ogni annuncio di candidatura del “mio” mondo (terzo settore e società civile, in genere) provo una fitta allo stomaco. Però sono anche consapevole che così non va mica bene: non è così, perseverando in questo evitamento codardo e snob, che ritengo giusto vivere.

Mi leggo dunque (e esorto anche voi a farlo, se vi interessa il tema) l’editoriale a firma di Giacomo Costa sj, intitolato, giustappunto, “Dov’è il nostro coraggio?”. Non è che sia stata illuminata sulla via di Damasco, intendiamoci. Però ho aggiunto qualche elemento ai vari rimuginamenti contrastanti che mi porto dietro in questi giorni. Provo, soprattutto per fare un po’ d’ordine, a condividere qui qualche punto. Spero che stavolta siate meno timidi del solito e contribuiate nei commenti a chiarirmi le idee.

1. “La nuova frontiera della politica è quella fra democrazia e populismo, che rimpiazza la vecchia opposizione tra destra e sinistra”. Questo mi convince abbastanza, anche se, sotto sotto, mi spaventa un po’. Mi spiego meglio. Costa sostiene che “la politica che sta tornando alla ribalta a questo proposito è probabilmente un po’ più chiara”, etichettando come “posizioni populiste” più o meno quegli stessi movimenti e partiti (vecchi e nuovi) che così definirei anche io. Il che però, francamente, non ci lascia con molte alternative. Se poi si considerano le necessarie coalizioni, la prospettiva futura non è tanto confortante. Il populismo al governo ce lo beccheremo matematicamente. Rispetto poi al venir meno di destra e sinistra, credo sia vero, ma non lo trovo confortante. Rimando alle considerazioni fatte sul Movimento 5 Stelle (confermate, peraltro, dai chiarimenti forniti dal Movimento stesso in base alla polemica relativa alle posizioni di Grillo su Casa Pound). Forse, anzi sicuramente, sono legata a vecchi schemi: ma un consenso basato solo su un programma, magari assai parziale e generico, non mi sembra sufficiente per esprimere una preferenza elettorale. Le scelte di Governo sono molto più complesse dei programmi. Mi piacerebbe sapere a chi sto dando la mia fiducia, al di là del programma che mi presenta. E non parlo di conoscenza dell’individuo: gli individui, ahimé, difficilmente possono essere davvero scelti dagli elettori. Per non parlare del fatto che le persone avranno un mandato non come singoli individui, ma come membri di Partiti e Movimenti. Non mi basta sapere che Tizio o Tizia sono onesti, carini, simpatici, alla mano, ammirevoli per la loro vita privata. Voglio sapere “chi è” l’organizzazione che li candida. In questo le ideologie, consentitemi la rozzezza, un po’ aiutavano. Ora sono un po’ persa.

2. Mi rendo conto che il mio lavoro distorce fortemente la mia valutazione politica. Il che probabilmente, come ogni particolarismo, è un male e non aiuta a non scoraggiarsi. Ho letto (e twittato) i documenti dell’ASGI e dell’UNHCR che richiamano le parti politiche a riforme urgenti in materia di immigrazione e asilo. Valuto positivamente il documento di lavoro del PD in materia. Resto però convinta che tali questioni dovrebbero essere affrontate in maniera trasversale e quindi non essere prerogativa di una o dell’altra parte politica. Eppure il fatto che alcune parti politiche dichiarino, almeno in teoria, di volere affrontare la questione e altre non lo dichiarino può essere un elemento di valutazione. O no?

3. Mi infastidisce moltissimo, da qualunque parte venga, tutta questa enfasi sulle candidature. Come spiegavo prima, questi fari accesi sui singoli non mi paiono utili a capire in che direzione si intende governare il Paese e con quali priorità. In particolare mi viene l’orticaria istantanea a sentire parlare di: candidature di “extracomunitari”; candidature di donne; candidature di personaggi (in quanto) visti in tv. Sono talebana, lo so. In qualche modo si deve pur comunicare, mi obietterete. Ma non trovate che ci sia una scollatura intollerabile tra il messaggio della campagna elettorale, in cui pare che tutto dipenda dal singolo, e la realtà del governo e del Parlamento, dove quelle persone tanto sponsorizzate magari non arrivano neanche o, se pure ci arrivano, hanno poca o nessuna possibilità su decisioni prese da altri e secondo fumosissime altre logiche? E con questo non voglio affatto dire che la politica sia troppo complicata per noi comuni mortali e che debba essere lasciata agli “specialisti”. Voglio proprio e solo dire che è poco trasparente.

Indignata


In una bozza precedente avevo scritto che stavo aspettando di sbollire per poter scrivere più lucidamente cosa penso del Messaggio per la Giornata della Pace 2013, il cui testo integrale trovate qui (non è mai buona norma reagire solo ai lanci di agenzia). Sono arrivata però alla conclusione che non sbollirò. E’ un paragrafo solo di un testo relativamente lungo, ma non mi andrà mai giù.

Marco, comprensibilmente, sul suo blog esprime il suo punto di vista di padre e marito omosessuale, nel suo stile e nei suoi registri (che chiaramente non sono i miei). Mi sento però di condividere pienamente la sostanza di questa frase: “se Mario sposa Gino, nel mondo non succede proprio nulla (a parte avere due persone felici in più), ma quando invece lui apre bocca e dice certe cose, da qualche parte là fuori, un bigotto col quoziente intellettivo di un mandarino si sente autorizzato nella sua omofobia, un pazzo impugna una spranga e va ad ammazzare il vicino di casa che pomicia col compagno sul terrazzino, una classe intera spinge un adolescente al suicidio attraverso il bullismo omofobico”.

Io, d’altra parte, non posso che notare che, come sempre, nei casi di difesa della vita non si citano i migranti respinti nel deserto, quelli morti in mare, quelli imprigionati e torturati per specifica decisione dei governi europei, meglio se in luoghi geograficamente lontani e attraverso una apparentemente pulita firma in calce a un accordo bilaterale con un Paese terzo. Vogliamo parlare ai morti di Lampedusa, ricordati incessantemente dal Sindaco dell’isola? La Chiesa Valdese di Milano ha mandato una lettera al Sindaco Nicolini rimarcando quanto una simile strage di sconosciuti innocenti interpelli come cittadini, ma anche come cristiani. Non potrò mai avere la stessa considerazione di chi si adopera per la salvezza e la dignità di figli e padri di famiglia, di madri e di bambini già nati e di chi invece si trincera dietro l’obiezione di coscienza per lavarsi le mani delle tragedie altrui e, magari, fare anche carriera. Eppure sono i secondi, non i primi, che il Papa ricorda nel Messaggio per la Pace.

Ma più di qualunque altra considerazione, non riesco davvero a digerire l’arroganza di questo paragrafo: “Questi principi non sono verità di fede, né sono solo una derivazione del diritto alla libertà religiosa. Essi sono inscritti nella natura umana stessa, riconoscibili con la ragione, e quindi sono comuni a tutta l’umanità. L’azione della Chiesa nel promuoverli non ha dunque carattere confessionale, ma è rivolta a tutte le persone, prescindendo dalla loro affiliazione religiosa. Tale azione è tanto più necessaria quanto più questi principi vengono negati o mal compresi, perché ciò costituisce un’offesa contro la verità della persona umana, una ferita grave inflitta alla giustizia e alla pace.” Non so se una posizione del genere mi faccia più ridere, per la sua vistosa inadeguatezza e piccineria, o piuttosto indignare, perché trasuda volontà di potere da ogni congiunzione. Cioè, lo so. La seconda, senza dubbio.

Aprire un messaggio del genere con il ricordo dei 50 anni del Concilio Vaticano II suona come un deliberato insulto. Di una cosa sono certa. Queste affermazioni sono un lampante caso in cui si è nominato il nome di Dio invano.

Quella strana (cioè io): impressioni sulle Primarie


Ieri sera mi sono immersa, con un certo gusto, nel multitasking: tv accesa sul confronto delle primarie, pc connesso con finestre aperte su twitter e Facebook. Non direi che si senta il bisogno della mia valutazione politica dello spettacolo di ieri. Però oggi, ripensandoci, mi è venuta una considerazione, per dir così, autobiografica.

Per l’intera durata del dibattito stavo con l’orecchio teso per carpire un qualsivoglia riferimento ai “miei” temi: immigrazione, asilo, cittadinanza. Non solo cose che mi stanno a cuore, ma anche argomenti di cui ormai qualcosa, anche “tecnicamente”, capisco. Bersani qualcosa ha detto, espressamente sollecitato in una domanda breve (formulata peraltro proprio male): in sintesi una critica generica all’impianto della Bossi Fini e una menzione della vergogna delle stragi nel Mediterraneo. Ha aggiunto, come iniziativa urgente del proprio eventuale governo, la riforma della legge per la cittadinanza per i figli dei migranti nati in Italia o arrivati da bambini. Meglio di Renzi, decisamente, che ha individuato come radice del problema mediorientale l’Iran che non permette alle ragazze di andare a ballare (quasi testuale) e che della Bossi Fini vede solo le scocciature burocratiche nell’assunzione di un designer o di uno stilista extracomunitario (che, per carità, esistono certamente: ma le priorità di quest’uomo sono incredibili).

Beh, qualcuno qualcosa ha detto, ho pensato con moderata soddisfazione. E poi ho avuto un flash back. Dei tempi in cui studiavo con passione cose che il 99% della popolazione ignora serenamente: eblaita, ugaritico, copto, cuneiforme. Quando capitava che in tv, o più spesso su una rivista, venisse citato qualcosa che vagamente richiamasse l’astruso ambito dei miei studi, c’era sempre qualcuno che si affrettava a segnalarmelo. E io sorridevo compiaciuta. Certo, in genere le notizie così riportate per il “grande pubblico” (per quanto potesse essere grande il pubblico di Archeologia Viva), erano nella migliore delle ipotesi generiche e lacunose. Non era nemmeno raro che fossero delle fresconate pure e semplici. Ma vabbè, insomma, qualcuno (oltre a noi dieci all’università) ne aveva PARLATO. Non so se mi spiego.

Ecco, ieri in realtà ho riprovato quella stessa sensazione. Peccato che l’immigrazione e la cittadinanza siano temi essenziali per il governo di una nazione moderna e che ieri non trasmettessero “Misteri”, ma il dibattito tra due potenziali futuri premier. Dunque il mio bottino è piuttosto magro, in definitiva. Prendo atto che non è inconcepibile che si candidi a governare il Paese, con buone chance, una persona come Renzi, che dimostra evidentemente di non avere idea di cosa si parli rispetto a questo argomento. Eppure, da sindaco, Renzi si è trovato più volte a confrontarsi con la questione dell’immigrazione: pensiamo tra tutti al tristissimo episodio dell’omicidio di Samb Modou e Diop Mor e anche alla delicata e complessa questione dei rifugiati che dormono per strada e dei relativi problematici sgomberi (cito questo comunicato solo per descrivere il fatto, consapevole della parzialità della fonte). Ma mi pare altrettanto chiaro che comunque i “miei” temi non solo non sono una priorità e la cosa mi pare discutibile, visto anche il peso economico dell’immigrazione in termini di produzione di ricchezza, arricchimento demografico, pagamento delle pensioni, etc. Consiglio di leggere “Cento milioni di americani in più” e “La mia maratona tra le etnie” in Occidente Estremo di Federico Rampini.

Studiare filologia semitica all’università è stata una scelta bizzarra. Ma stavolta non sono io quella strana.

San Saba


La sera, la porta verde, il tè nei bicchieri di plastica. I colloqui nella stanza del volontario, seduti su una branda. San Saba. Il primo centro di accoglienza del Centro Astalli a Roma (ma la parola giusta, allora, era dormitorio), il mio lavoro serale per molti anni. Penso alle mie relazioni mandate per fax a un ufficio dove probabilmente non le leggeva nessuno. Molti nomi, molte storie. Qualche emergenza. Io ero sempre in seconda linea, ero l’unica donna, quella che arrivava per parlare e poco altro. Mi fa impressione che molti nomi mi sono ormai sfuggiti e che ogni giorno mi pare di perdere un pezzo di quei ricordi. Se il mio ormai ex collega ex Riccardo fosse qui, saprebbe aiutarmi.

Issa, l’afgano arrabbiato dai grandi occhi chiari. Non voleva imparare una parola di italiano finché non fosse stato sicuro di restare qui. Stanco di essere mandato come un pacco su e giù per l’Europa. “Io l’ho imparato, il norvegese”, mi diceva attraverso l’interprete “e per uno che non è mai andato a scuola mica è uno scherzo. Dopo due anni, mi spediscono qui. Dovrei ricominciare da capo, dici? E se poi mi mandano da un’altra parte?” Gli è passata presto, l’arrabbiatura. Di Issa ricordo soprattutto i sorrisi.

Un giovane ivoriano di cui mi sfugge il nome. Un puledro nervoso. Giocava a calcio, sognava (come molti ragazzi) di sfondare diventando un professionista del pallone, una star. Ogni tanto esplodeva, urlava, spintonava qualcuno. Ma con due pacche sulla spalla di Riccardo si è sempre ricomposto.

Un kossovaro di mezza età. Muratore al nero, lavoratore instancabile. Silenzioso, rispettoso. Una sera ci ha detto che era il suo compleanno e che finalmente aveva raccolto abbastanza soldi per ricostruire la casa e il negozio che la guerra gli aveva distrutto. Tornava a casa. Ci ha fatto vedere le foto della moglie e dei figli. Ci ha ringraziato. Il giorno dopo è ripartito. E un altro kossovaro (neanche di lui ricordo il nome), giovane, bellissimo. Anche lui sempre in cantiere. Ha preso la TBC. E’ stata la prima volta che ho realizzato che quella malattia così demodé, che sembra uscita da un romanzo dell’Ottocento, è tornata d’attualità da tempo, a Roma.

Il velocista congolese, che aveva chiesto asilo durante i mondiali di atletica a Catania. Il ragazzino palestinese, mascotte del centro dal primo giorno: sveglio, vivace, curioso, saltellante come un cucciolo. Il giovane iracheno che voleva lasciarsi morire di fame: non ho mai visto occhi tanto sofferenti. Un giorno è ripartito per l’Iraq e non ne abbiamo saputo più nulla. Ho sempre davanti agli occhi il suo sorriso triste e la preoccupazione sui visi dei sui compagni, di ogni lingua, razza e religione.

Padri di famiglia, studenti, giovanotti fieri della forma fisica, poeti, religiosi ferventi di varie fedi. Le camerate spoglie di San Saba erano per tutti. Io più che un’operatrice ero un’ospite, una o due sere a settimana. Mi preparavano il tè, caldissimo e zuccherato. Si parlava. A volte formalmente, per quanto formale fosse lo spazio arrangiato di quella stanzetta in cima alle scale. Più spesso si chiacchierava seduti sulla soglia, si incrociavano lamentele e speranze, confidenze e battute.

Dopo tanti anni, San Saba è stato rimesso a nuovo. Tra una settimana vedrò cosa è diventato. Diverse sono le persone che ci lavorano, diverso (spero migliore) sarà lo spazio a disposizione degli ospiti. Simili, ma tutte diverse, sono le storie di chi ci vive e ci vivrà. A due passi da Piramide, proprio dietro la FAO: vicinissime, eppure ignote ai più. In gran parte, e di questo mi rammarico doppiamente, persino a me.

Quello che poi si è visto


Segue da qui. Vale il disclaimer del post precedente: spiego le cose così come io le ho capite, condite dai miei commenti e dalle mie considerazioni. Non esprimo la posizione ufficiale di alcun ente, nemmeno di quello per cui lavoro.

Ci eravamo lasciati a circa un anno fa, con il piano straordinario di accoglienza gestito dalla Protezione Civile rinnovato per un anno. Cosa è successo intanto? Da un certo punto di vista, non granché. Con una certa lentezza e fatica, sono cominciati a arrivare gli esiti delle domande di protezione internazionale delle persone accolte. Gli esiti sono stati in gran parte negativi. I motivi sono vari: un po’ perché questi flussi erano molto misti, un po’ perché la preparazione dell’intervista in molti casi è stata carente, un po’ per tutto l’insieme delle circostanze.

Già da gennaio 2012 chi stava lavorando davvero sul campo ha iniziato a porsi seriamente la questione: era abbastanza evidente che questa emergenza così gestita portava dritta dritta a un vicolo cieco. Se infatti per la Protezione Civile una testa da alloggiare resta una testa, a prescindere dallo status giuridico, ben diverse sono le prospettive di integrazione di chi ha un permesso di soggiorno e di chi non ce l’ha. La strada obbligata, per quanto poco ragionevole e costosa, era far presentare ricorso contro il diniego ricevuto a tutti quelli che in accoglienza stavano e lì sarebbero comunque rimasti. [N.B. Normalmente, in un sistema di accoglienza specializzato (come lo SPRAR), non funziona così. Le domande di asilo si seguono con puntualità e attenzione e, di conseguenza, quando l’esito è un diniego non si presenta ricorso automaticamente: si valuta se c’è o no materia per presentarlo. Solitamente quindi si ha modo di preparare la persona alle conseguenze di un diniego, compresa la conseguente dimissione dal centro di accoglienza. Ma tutto ciò in emergenza non vale, naturalmente].

Il 13 marzo del 2012 il Tavolo Asilo, che riunisce i principali enti di tutela, aveva presentato e reso pubblico un appello molto specifico al Governo Monti. “Tanti di questi profughi – segnalava l’appello – sono stati incanalati nel percorso della domanda di protezione internazionale spesso senza aver ricevuto un’adeguata informazione sulle implicazioni e sui possibili esiti della procedura di asilo ed ospitati in strutture non sempre adeguate. L’alto numero di decisioni negative riguardanti le loro domande di protezione rischia di generare una vera e propria ulteriore emergenza. V’è infatti il concreto rischio che un elevatissimo numero di ricorsi, condizione necessaria per rimanere nei centri di accoglienza, metta in crisi la procedura di tutela del diritto d’asilo in sede giurisdizionale, con gravi ricadute generali sull’intero sistema asilo”. Si chiedeva dunque già allora, esplicitamente, che si adottasse l’unica soluzione possibile: concedere tempestivamente  la protezione umanitaria a tutti gli accolti e creare i presupposti indispensabile a un loro percorso di uscita da centri che sarebbero restati aperti ancora per poco. Si aggiungevano poi altre richieste importanti, tra cui il ripristino immediato di Lampedusa alla normale operatività.

Il 21 settembre la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha pubblicato un documento di indirizzo per il superamento dell’emergenza Nord Africa. Si fanno alcune proposte concrete, sebbene nettamente insufficienti (ampliamento del sistema di accoglienza ordinario SPRAR di 1.000 posti circa; stanziamento di fondi per 1.000 “doti formative individuali” del valore di 5.000 euro ciascuna), ma due elementi balzano subito all’occhio. Uno: è tardissimo per iniziare percorsi formativi individuali se si pretende che il 31 dicembre tutti siano fuori dai centri; la formula dei tavoli di concertazione, nazionali e regionali, è correttissima, ma richiederebbe ben altra tempistica per essere efficace. Due: e che ci dite dello status giuridico delle persone? Per ora non si dice ufficialmente alcunché. Si mormora ufficiosamente (e pare l’unica soluzione possibile) che effettivamente questa protezione umanitaria verrà data, ma come, a chi e in che tempi ancora non si sa. E intanto è finito anche ottobre.

Si potrebbero fare molti, moltissimi commenti. Chiunque conosca persone che vivono la delicata condizione della richiesta di asilo sa che sarà difficile rimediare in fretta e furia a errori organizzativi e gestionali di questa fatta. Immaginate che io sia arrivata dalla Libia in piena guerra, vedendomi morire accanto amici e compagni di viaggio. Mi hanno mandato in un luogo di accoglienza (scartiamo le soluzioni estreme, tipo gli alberghi abbandonati sulla cima dei monti o le tendopoli: immaginiamo un centro standard),  ho aspettato oltre un anno per essere intervistata dalla commissione e svariati altri mesi per conoscere l’esito. Scopro che è negativo. Mi lasciano dove sto, mi fanno presentare ricorso. Non capisco molto. Mi dicono che comunque devo impegnarmi, imparare la lingua anche se sono analfabeta, cercarmi lavoro anche se non posso lavorare. Mi rimanderanno indietro? Mi daranno un permesso di soggiorno? Eh, mi dicono, è ancora presto per sapere questo. Nulla è sicuro, a parte il fatto che tu il 31 dicembre devi andartene da qui, con tanti auguri di buon anno nuovo.

Credo che a questo punto qualcuno dei profughi accolti con la cosiddetta emergenza Nord Africa si stia chiedendo in che razza di Paese sia arrivato/a. La maggior parte, dopo due anni, si saranno dati una risposta. Temo che questo dovrebbe essere il vero punto di forza dell’exit strategy: si conta sul fatto che, appena avranno in mano un pezzo di carta qualsiasi, si precipiteranno verso la più vicina frontiera. Tuttavia con i tunisini, l’anno scorso, questa raffinata pianificazione non ha prodotto gli esiti sperati. Qualcosa mi dice che ancor peggio finirà questa volta.

Anche il dolore è normale


More about Mama Tandoori Ero molto curiosa di leggere Mama Tandoori, un romanzo di Ernest van der Kwast edito da Isbn. Mi frenava il prezzo, ma appena l’ho visto tra le offerte Kindle ho colto l’attimo. Era un po’ che aspettavo l’occasione di spiegare perché a me questo libro è piaciuto, anche (o forse proprio perché) leggendolo ho trovato qualcosa di profondamente diverso da quello che mi aspettavo.

Cosa mi aspettavo? Suvvia, mi aspettavo il solito romanzo multietnico di famiglia da ammazzarsi dalle risate, basato su gustosi equivoci e pittoreschi scontri di culture in salsa speziata. Tipo il film East is East, o Il mio grasso grosso matrimonio greco, per intenderci. Invece in questo romanzo si ride, un pochino, ma soprattutto si soffre.

Non tutto è rose e fiori, negli incontri tra culture. E, soprattutto, non tutto è rose e fiori nella vita, in genere. Il personaggio della mamma indiana all’estero, con tutti i suoi tratti grotteschi, più che comico è tragico. Tragico perché dietro i sorrisi ironici leggiamo tutta la sofferenza del figlio, che si sente inesorabilmente bollato da questa figura ingombrante e collerica. Ma soprattutto perché, al di là della macchietta, si legge tutta la sofferenza incolmabile della donna in questione.

In questo dolore lo spaesamento culturale ha forse un ruolo, ma certo non è il protagonista. Rimorsi, angosce, il peso insopportabile di scelte grandi e piccole, ma più ancora il destino comunque difficilissimo di essere anche mamma di un bambino “speciale”. Quello che mi ha colpito di questo racconto per bocca del figlio è forse, più di ogni altra cosa, la capacità di descrivere (sia pure in termini lievi) la propria sofferenza di bambino, ma anche di rendere in qualche modo giustizia (sempre senza indulgervi) alla complessità della mamma, che rompe quasi subito il ruolo di macchietta a cui il genere letterario rischierebbe di relegarla.

Pensandoci, mi ha fatto piacere di trovare tutte queste dimensioni in un libro che parla, in qualche modo, anche di integrazione. Mi è piaciuto vedere raccontato attraverso la figura del padre, apparentemente dimessa e sconfitta, tutto il coraggio che ci vuole anche solo per non rinunciare a priori a una strada comunque faticosa e piena di curve a gomito, dall’esito imprevisto e imprevedibile. Direi che il messaggio che se ne ricava è che in questo mondo plurale ormai tutto siamo destinati a vivere insieme, anche i drammi più intimi e non condivisibili. Perché essere insieme ormai è normalità, una normalità che non si limita a una salsa esotica da tirare fuori da una mensola quando ci serve un sapore originale.

Poi, chiaramente, per vendere un libro così bisogna puntare sulla comicità, agganciarsi a un trend di interesse già costituito. E’ vero che forse, se la presentazione fosse stata diversa, non mi sarei incuriosita neanche io. Ma è anche vero che così si rischia di deludere qualche lettore che di dimensione se ne aspetta una sola e può essere colpito negativamente dalla indubbia componente di “spiacevolezza” (del personaggio e della vicenda). Alcune recensioni su anobii ne sono la conferma.

 

Dilemmi giuridici al Palatino


Oggi, alla biglietteria del Palatino, mi è successo un fatto curioso, che mi ha messo – come si suol dire – la pulce nell’orecchio. Chiedevo un biglietto intero per me e uno gratuito, per Meryem (in quanto minore di 18 anni). “Posso vedere un suo documento?” “Suo di chi? Della bambina?” “No, signora. Suo”. “Certo. Posso sapere perché?” (non penserà mica che abbia meno di 18 anni anche io?). “Certo. Devo solo verificare la sua nazionalità”. Vedendomi allibita continua: “I minori entrano gratis solo se sono cittadini dell’Unione Europea”. Sarebbe interessante capire quale nazionalità mi aveva attribuito la signorina (non c’era neanche Nizam). Ma poi le rotelline del mio cervello hanno continuato a girare. E quindi? Un bambino extracomunitario, quale che sia la sua età, paga intero?

Non so se l’intento sia quello di spennare il turista americano e giapponese o, forse, di scoraggiare eccessive marmaglie di ragazzini (ma perché solo gli extracomunitari). Ame il pensiero è andato immediatamente ai tanti cittadini di Paesi terzi che risiedono in Italia senza esserne cittadini. I loro figli vanno a scuola, talora sono nati qui. Perché mai dovrebbero essere discriminati rispetto ai coetanei italiani, proprio nell’accesso ai siti archeologici e ai luoghi di cultura? Mi pareva una discriminazione bella e buona.

Stasera ho approfondito la questione e credo di poter dire che le spiegazioni della signorina in biglietteria erano un po’ sbrigative. Vi offro quindi un piccolo compendio di cosa prescrivono in questo senso i regolamenti dei siti romani (hai visto mai che veniate in gita a Roma con un gruppo di bimbi sudanesi….). Intanto vanno distinti i musei e siti archeologici del Comune da quelli dello Stato. I primi (ad es.: Musei Capitolini, Ara Pacis, Mercati di Traiano, MACRO…) prevedono che sotto i 6 anni tutti entrino gratis e che tra i 6 e i 18 (e sopra i 65) la gratuità sia limitata ai residenti del Comune di Roma. Questa limitazione, a guardar bene, è di fatto più democratica, perché distingue turista occasonale da residente, ma non discrimina in base alla cittadinanza: lo studente delle elementari egiziano usufruirebbe tranquillamente della gratuità. Invece i siti statali (dall’Appia Antica, al Colosseo, dai Fori alla Galleria Borghese…) prevedono appunto la gratuità da 0 a 18 (e sopra i 65) per i cittadini europei. Ma attenzione: la stessa gratuità vale per i cittadini di Paesi non comunitari a “condizione di reciprocità. E che vuol dire? L’allegato del sito Roma Pass comprende solo quattro Paesi che rientrano in tale fattispecie e, precisamente: Svizzera, Norvegia, Liechtenstein e Islanda. Però secondo il sito del Ministero degli Affari Esteri ci sono dei casi in cui non è necessario verificare le condizioni di reciprocità:

In base al Decreto Legislativo 25 luglio 1998, n. 286 [che poi altro non è che il Testo Unico sull’Immigrazione] sono parificati ai cittadini italiani e, dunque, dispensati dalla verifica della condizione di reciprocità:

  • i cittadini (persone fisiche o giuridiche) degli Stati membri dell’UE nonché i cittadini dei Paesi SEE (Islanda, Liechtenstein e Norvegia); [e fin qui ci siamo]
  • i cittadini extracomunitari che soggiornino in territorio italiano e siano titolari della carta di soggiorno o di un regolare permesso di soggiorno rilasciato per motivi di lavoro subordinato, di lavoro autonomo, per l’esercizio di un’impresa individuale, per motivi di famiglia, per motivi umanitari e per motivi di studio;
  • gli apolidi residenti in Italia da almeno 3 anni;
  • i rifugiati residenti da almeno 3 anni. 
A parte la bizzarria della residenza minima di tre anni per i rifugiati, che parrebbe stranamente penalizzarli rispetto ai migranti economici, il mio “problema” – se l’interpretazione fosse questa – parrebbe superato:  i figli minori di un cittadino extracomunitario regolarmente residente non dovrebbero avere problemi in biglietteria. Speriamo solo che tutti i bigliettai lo sappiano…
P.S. Che poi queste magari vi sembrano e sono minuzie. Però vi segnalo che oggi e domani (6-7 maggio) ben più clamorosa sarà l’esclusione. Per le elezioni amministrative in molti comuni italiani non tutti possono votare.
Sono i 3.235.497 cittadini stranieri non comunitari, pari al 5,3% della popolazione, che risiedono stabilmente nel nostro paese ma non sono rappresentati nelle giunte locali che governano le città nelle quali vivono, studiano, lavorano contribuendo al loro sviluppo economico e sociale: sono infatti ancora prive del diritto di voto amministrativo. Su questo vi invito a seguire la Campagna nazionale “L’Italia sono anche io”, che ha già presentato in Parlamento una proposta di legge di riforma della cittadinanza supportata da 200 mila firme…

Travaux, ovvero: contro il pregiudizio (anche positivo)


Anni fa ho visto uno di quei film che sarebbe rimasto una pietra miliare, pur nella sua leggerezza, per la costruzione delle mie convinzioni di cittadina e operatrice sociale. Si tratta di questa commediola francese, mirabilmente interpretata da Carole Bouquet. Tra una risata e l’altra, il messaggio complessivo è molto saggio: non avere pregiudizi nei confronti degli stranieri non deve mai equivalere a una mitizzazione a prescindere. L’istinto di difendere persone da continui soprusi di cui siamo testimoni, particolarmente spiccato in operatori sociali, attivisti dei diritti umani et similia, nella pratica spesso porta a un parziale obnubilamento del senso critico in soggetti che magari in altri campi brillano per acume di analisi e complessità di ragionamento. Si potrebbe definire “infatuazione professionale da reazione”.

Dato che le grugnate, anche dolorose e drammatiche, in questi casi, si sprecano e in 9 casi su 10 si traducono in reazioni viscerali, generalizzate e estreme (che, viste da lontano, assomigliano molto al più deteriore razzismo), la consapevolezza di questa malattia professionale del cittadino socialmente impegnato è quantomai auspicabile. In estrema sintesi, sebbene ci faccia orrore che le etichette negative siano associate agli stranieri in quanto tali (e su questo non ci piove, ci mancherebbe altro), ci dobbiamo ricordare sempre che può ben darsi che uno straniero si comporti da stronzo, egoista, menefreghista, violento, disonesto, senza che per forza si debbano cercare giustificazioni a misterioso sfondo antropologico per dimostrare che in realtà trattasi di malinteso culturale. Ebbene, il malinteso culturale a volte è presente e certo non aiuta: ma ogni individuo può pur sempre comportarsi da bastardo senza che ciò sia predeterminato dalla sua origine etnica o giustificato da una specifica identità culturale.

E quindi? Diffidare sempre? Certo che no. Io, dall’alto di una consolidata esperienza, consiglio di prendersi tutte le fregature del caso ma non condannarsi alla paranoia. Un po’ (anzi, dosi massicce) di autoironia però aiutano sempre, unite possibilmente a un sereno atteggiamento socratico, ovvero alla consapevolezza che nel rapporto con l’altro (in tutti i casi) le cose che ci sfuggono sono solitamente di gran lunga superiori a quelle che afferriamo, con l’intelletto o con il sentimento.

Non è uno straniero, è Charlie


Alcuni anni fa, in uno dei più memorabili incontri pubblici organizzati presso il Centro Astalli, il neoeletto Padre Generale della Compagnia di Gesù, Adolfo Nicolás, raccontò un aneddoto. In una famiglia giapponese, il padre collaborava per lavoro con un collega americano. Una domenica i cugini, arrivati in visita, giocano insieme ai bambini di casa. Uno dei ragazzi in visita, aperta la porta dello studio, si trova all’improvviso davanti l’americano e la richiude spaventato. “Che succede?”, gli chiede il cuginetto. “C’è uno straniero là dentro”. Il bambino si affaccia a sua volta e commenta ridendo: “Ma non è uno straniero, quello è Charlie!”.

Oggi ho ripensato a quel racconto leggendo l’aggiornamento della bacheca Facebook di un’amica, che si stupiva e rammaricava per il fatto che una giovane madre single, marocchina, si trovasse obbligata a fare una specie di viaggio attraverso la regione Lazio allo scopo di sostenere un esame di lingua, dal cui esito dipende il rinnovo del suo permesso di soggiorno. “Ci siamo”, mi sono detta. Ho pensato a un’estate afosa in cui abbiamo partecipato a riunioni su riunioni, anche al Ministero dell’Interno, per cercare di trovare soluzioni ragionevoli a decreti decisamente irragionevoli e comunque apparentemente acclamati (o almeno tollerati) da molti dei nostri connazionali. Sembravano cose molto tecniche, molto teoriche, di cui nessuno dei miei amici non del ramo avrebbe tollerato di sentir parlare per più di tre minuti. Giustamente. Quel lavoro ha portato a dei risultati positivi, e tuttavia il problema sussiste e ora – e questo volevo dire oggi – iniziamo a vederlo nell’esperienza di chi ci è vicino.

Ho letto recentemente in un libro di cui sentirò spesso, credo, l’impulso di riparlare (e che non posso citare precisamente, perché l’ho prestato a mia sorella insegnante, nella speranza di contagiare anche lei) che l’empatia non può essere globale. Umanamente non si può essere solidali con tutto il mondo, è una pretesa spropositata rispetto alla capacità emotiva del singolo. Cito malamente, si intende, ma il concetto è quello. Ce la si cava con la solidarietà meramente retorica, a impatto zero. Ma ora forse si inizia a intravedere uno scenario nuovo. Le migrazioni ci portano frammenti di solidarietà globale nella cerchia più intima delle nostre conoscenze. La diversità filtra nel nostro piccolo orizzonte, talora nelle nostre quattro mura.   Certo, non si può pretendere che questo equivalga necessariamente a un ampliamento di prospettiva. Talora ci accontenteremo della schizofrenia.

Ricordo come oggi un cugino triestino di mio padre, venuto a trovarci molti anni fa (almeno una dozzina). Una persona di una certa età, un po’ snob, di posizioni decisamente “nazionaliste”. Durante la cena fioccavano sospiri e lamentele su “questi che arrivano da fuori a rubarci il lavoro, a snaturare la nostra identità”. Poi il discorso è caduto, stranamente, sulla musica. La mia famiglia per cultura musicale ha sempre zoppicato abbastanza. Il cugino in questione, invece, era musicista. Parlava con strana competenza di qualcosa di moderno che non ricordo, ma che mi colpì perché eccentrico rispetto al repertorio classico e coltissimo a cui faceva solitamente riferimento, mentre noi ignoranti ci limitavamo a annuire per cortesia. Mi pareva bizzarro che quella persona avesse fatto quel genere di ascolto. Lui raccontò, sereno, che era il suo amico senegalese che gli aveva consigliato quel cd. Un ragazzo in gamba, tanto colto, che faceva il venditore ambulante (magari anche abusivo) vicino al bar dove era solito fare colazione. Che dava a quel signore di altri tempi la soddisfazione di un po’ di conversazione, gratuita, appagante. Che senza parere e probabilmente senza ricavarne alcunché gli faceva compagnia nella sua solitudine. Era assolutamente evidente che “il suo amico” (non ricordo il nome) non apparteneva alla categoria di quegli stranieri minacciosi e indesiderabili contro cui il cugino triestino non esitava a riversare il proprio disprezzo. Che strano, ho pensato io. Com’è vero che le etichette non significano nulla.

Ora quegli incontri si moltiplicano, si intrecciano, si evolvono. Non può essere altrimenti. E già comincia a risultare intollerabile a molti il disinteresse, l’ignoranza e l’incuria che il dibattito politico e culturale (con poche eccezioni) riserva al tema dei migranti. Per gli slogan si usano ancora termini astratti. Ricordo un fantastico cartello appeso al cancello del mio liceo: “Contro l’imperialismo, il capitalismo” e chissà quanti altri “ismi”. Concetti vuoti, per noi liceali. Parole così, gergo per inventarsi uno sciopero di maggio. I migranti oggi spesso si usano così, a mo’ di invettiva. Che poi si dica “Fermiamo l’orda” o “Siamo tutti clandestini” per certi versi (attenzione, parlo di metodo, non di contenuti) è uguale. Il 90% di quelli che scandiscono lo slogan non lo legano a nessun nome specifico, a nessuna faccia. A nessun amico. Questo sta cambiando rapidamente, sono fiduciosa che cambierà anche il resto. Per fortuna.

Surreale


Vivere con un extracomunitario comporta alcuni effetti collaterali. Quella punta di surreale che accompagna la vita quotidiana di uno straniero nel nostro Paese e che, per quanto cerchi di rimuoverlo, eccolo lì: fa sempre capolino. Oggi Nizam è uscito di buon ora, destinazione ufficio immigrazione. Forse i fedeli di questo blog ricorderanno la memorabile gita di famiglia a Tor Cervara, che raccontavo qui. Stavolta la cosa sembrava semplice. Nizam è in possesso di carta di soggiorno, a tempo indeterminato e in corso di validità. Però sulla carta di soggiorno sono indicati gli estremi del passaporto turco. Quest’ultimo è cambiato, sostituito con agevole trafila fatta in gran parte via e-mail da un modernissimo passaporto elettronico. Fin qui la burocrazia turca, che alla fine della procedura gli ha anche mandato una mail augurandogli di “godersi il suo passaporto” (giuro). Quindi sul documento italiano va fatta una correzione. Che sarà mai, ha pensato il curdo, ancora ingenuo nonostante il decennio passato nel Bel Paese. L’unica cosa è avviarsi per tempo, si sa che c’è fila. Alle prime luci dell’alba, si incammina verso il famigerato Ufficio Immigrazione.
Verso l’ora di pranzo, ricevo una strana telefonata. “A che ora esce Meryem da scuola?”. “Alle quattro, perché?”. “Perché il poliziotto qui la vuole vedere”. Faccio un respiro profondo. “Amore, sei sicuro di aver capito bene?”. Ruggito. “Ok, spiegami con calma”. In sintesi: il poliziotto di turno ha deciso che questo “aggiornamento” del documento comporta la verifica autoptica di tutti i requisiti a suo tempo verificati e cioè, in sostanza, l’esistenza della bambina e del reddito. Ma la finezza sta nel fatto che non è sufficiente produrre documenti tipo il certificato di nascita di Meryem, con indicata la paternità e con la foto della bambina. No, bisogna portarla lì, a Tor Cervara (la vorranno interrogare perché confermi che Nizam sia effettivamente il padre?). E, già che ci siamo, devo andare lì anch’io (forse mi chiederanno particolari sul concepimento?). “Quando ti puoi prendere un giorno di ferie?”, incalza il curdo esasperato. Ora: io mi rifiuto di credere che per una correzione di numero di passaporto ciò sia necessario. Di più: molto probabilmente non lo è. Ma allo sportello lì pare che vada così. Ti dicono un po’ quel che detta loro l’ispirazione del momento, allo scopo primario di rimandarti indietro. Io per il momento ho deciso che Nizam non ha fretta di espatriare, per cui per quanto mi riguarda questo delirio è rimandato. Magari è un brutto sogno e tra un po’ mi risveglio in un Paese normale.