L’Italia sono anch’io, ma bisogna vedere chi sono gli altri…

Oggi era il giorno della soddisfazione e della festa: sono state depositate le casse con le valanghe di firme a sostegno della riforma del diritto di cittadinanza, promossa dalla campagna “L’Italia sono anch’io“. Nonostante qualche timore dell’ultim’ora, l’obiettivo delle 50mila firme per ciascuna delle due proposte è stato più che raddoppiato: 109268 firme per la riforma della cittadinanza e l’introduzione, almeno parziale, dello ius soli e 106329 per la concessione del diritto di voto amministrativo agli immigrati regolari, secondo quanto avviene da tempo nei principali Paesi europei (chi paga le tasse vota, tanto per intenderci).

Nella conferenza stampa i rappresentanti di quella società civile che si è mobilitata per raggiungere questo risultato hanno espresso soddisfazione e hanno sottolineato la portata culturale di queste proposte. Alcuni concetti importanti meritano di essere sottolineati, secondo me. Da un lato questa campagna ha assunto una forte valenza di reazione, di rivolta, di rivalsa: gli italiani non sono quelli che alcuni messaggi indegni vorrebbero rappresentare, gli italiani non sono così ottusi e ignoranti, gli italiani non si sentono più sicuri se si investono milioni di euro delle loro tasse per costruire muri, reti, sistemi di intercettazione che si propongono l’irrealistico compito di fermare, costi quel che costi, le migrazioni (che sono dalla preistoria ad oggi il motore della storia e della civiltà).

Questo però convive con un altro aspetto della campagna, che pure trapelava forte in conferenza stampa: in fondo basterebbe un po’ di buon senso. Basterebbe guardare all’esperienza quotidiana per capire che è assurdo che la compagna di scuola di mia figlia debba essere esclusa dai viaggi di istruzione all’estero per una questione di sangue. E’ per questo buon senso che non ha ideologia che firme di sostegno sono piovute copiose dalla Lombardia, dal Veneto, dal Piemonte. Attaccarsi a criteri di esclusione incomprensibili e a graziose concessioni di sapore imperiale innesca una bomba a orologeria nei nostri quartieri, nelle nostre scuole, nei nostri luoghi di lavoro. E’ davvero quello che vogliamo?

Ma c’era una nota di ansia che guastava la festa, oggi. Cioè il fatto che ora la palla passa al Parlamento. Come è giusto, per carità. Ma che ha abbondantemente dimostrato di essere lontano mille miglia da queste istanze e soprattutto da questo modo di affrontare il tema. La campagna è stata portata avanti da moltissimi comitati territoriali, in un pluralismo variegatissimo di esperienze, ispirazioni, colori e identità culturali. Basta dare una letta ai componenti del comitato promotore, senza contare le adesioni successive. E’ stato davvero un esempio di collaborazione per un obiettivo chiaro, concreto e comune. Così dovrebbero essere quelli della politica, almeno di quella locale. Ma la politica oggi ragiona così?

E’ il momento di riappropriarsi del significato delle parole, diceva stamattina qualcuno (probabilmente il sindaco Delrio, che invidio di cuore alla città di Reggio Emilia). Fare politica sarebbe esattamente questo: porsi dei problemi e cercare insieme soluzioni per risolverli. Chiedete al politico medio italiano che ne pensa di questo tema: nella migliore delle ipotesi vi dirà che non è una priorità. E magari vi tirerà fuori obiezioni imbarazzanti, che rivelano la sua totale estraneità all’argomento.

L’Italia è più avanti di chi la rappresenta, si ripeteva oggi da più parti. Il che ormai mi pare inevitabile, perché sembra che per qualche perverso meccanismo si possa candidare a rappresentarla solo chi sta indietro. Questo discorso mi ricorda per certi versi quello che si fa sulla televisione e l’immagine delle donne, ad esempio qui (specialmente nei commenti): le donne nude a proposito e a sproposito, alzando sempre il tiro della volgarità, si mettono per alzare o mantenere gli ascolti, ma gli ascolti non li fanno anche le persone normali? Gli italiani sulla rappresentanza politica sembrano rassegnati a un’analoga devastante inadeguatezza. Però vorrei ricordare, in primis a me stessa, che non votare non è una scelta del tutto equivalente a spegnere la tv o non possedere un televisore.

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