Storia delle Religioni – una teoria di genere

Disclaimer: il malumore io lo sfogo anche così. Prendete questo post per quel che è, un divertissement politicamente scorretto.

I betili sono tra le più antiche forme di culto attestate nella storia dell’umanità. Chiunque abbia letto Asterix ne conosce la forma: grosse pietre verticali ben piantate nel terreno (se non le trasporta Obelix, che però le chiama menhir). Lo sapete che vuol dire betilo, secondo l’etimologia? bet-il(i), “casa del dio”. Ora ci si chiederà: che cavolo di casa è un macigno piantato nella terra? Beh, è una casa adattissima allo spirito di un morto, che così resta ben chiuso dentro la terra, riceve tanto rispetto e onore e non rompe troppo le scatole a chi è rimasto vivo. Semplificando molto si può dire che siccome gli antichi spesso dei morti avevano una fifa blu, li veneravano. E così le divinità più antiche spesso erano immaginate come (spiriti di) morti da placare in vario modo.

Questa premessa colta ma non troppo serve a illustrarvi meglio il mio colpo di genio storico-religioso di stamani. Si dice (chissà quanto fondatamente) che le culture mediterranee molto antiche – lo so, è un po’ generico, ma passatemela – venerassero una grande divinità femminile, una sorta di Grande Madre, rappresentata spesso in forma di donna ben fornita di tette, pancia, cosce e sedere. “Ma è logico, è tutto chiaro!”, mi sono detta oggi. Cosa c’è di temibile quanto e più dello spirito di un morto? Una madre mediterranea, è chiaro. Onnipresente, onnipotente, dall’ira terribile e dalle manifestazioni d’affetto altrettanto temibili. Nell’immaginario di un antico uomo mediterraneo una figura simile doveva apparire oscura e minacciosa e non possiamo biasimarlo se attribuiva a lei anche le più disastrose calamità naturali. Una madre è meglio tenersela buona, si sarà detto anche il nostro povero uomo mediterraneo (come dicono del resto ancora oggi molti uomini, mediterranei e non). Se proprio non si può piazzarle un betilo in testa, almeno veneriamola.

Quindi, vedete, i culti della dea madre sono vistosamente il prodotto di una cultura di genere. Ma non testimoniano, come sostengono alcune ottimiste e candide antropologhe americane, un maggior protagonismo delle donne nella religione. Anzi. Oserei dire che rivelano una visione prettamente maschile (pur probabilmente condivisa da più di una nuora mediterranea).

Augh, ho detto.

2 thoughts on “Storia delle Religioni – una teoria di genere”

  1. Non posso che concordare 🙂
    Del resto, qualche anno fa avevo assistito a un serissimo seminario sui vari modi in cui i popoli del mondo scongiurano il ritorno dei morti: era veramente spassoso, per quanto rigoroso (la relatrice era Rita Caprini, università di Genova).
    Si andava dal tagliare i piedi ai morti alla classica macina fino al distruggere una parete della casa per farci passare il feretro e anche di peggio. Insomma, ‘sti morti facevano una paura fottuta. La madre mediterranea pure: ringraziamo che non si sia pensato a cucirci la bocca o seppellirci sotto una macina, va’…

  2. D’ora in poi guarderò con occhi nuovi mia “suocera” XD
    E comunque la parte sulle candide antropologhe la condivido tantissimo, va bene che i Greci e chi per loro credessero in un’antica età dell’oro, ma nel 2012 ancora ce la vogliamo raccontare che una volta si stava bene ed era perché la Dea-Mamma ti cantava la ninna nanna e ti faceva solo le coccole e stava sempre e solo dalla parte degli oppressi, dei deboli e dei reietti?
    Basta guardare un qualsiasi animale con la sua cucciolata: quello debole non sopravvive (perché la madre non lo porta nella tana con gli altri, perché gli altri non lo lasciano nutrirsi quanto loro, perché in eventuali spostamenti rimane indietro e nessuno va a riprenderlo se significa rischiare la vita propria e degli altri cuccioli, eccetera). Crudo, esagerato forse, ma mi han rovinata gli studi filosofici con la loro riduzione all’assurdo 😀

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