La storia

Say this city has ten million souls,
Some are living in mansions, some are living in holes:
Yet there’s no place for us, my dear, yet there’s no place for us.

Once we had a country and we thought it fair,
Look in the atlas and you’ll find it there:
We cannot go there now, my dear, we cannot go there now […]

Went to a committee; they offered me a chair;
Asked me politely to return next year:
But where shall we go today, my dear, but where shall we go today? 

Came to a public meeting; the speaker got up and said:
‎’If we let them in, they will steal our daily bread’;
He was talking of you and me, my dear, he was talking of you and me.

Questa poesia di Wystan Hugh Auden parla degli ebrei tedeschi al tempo della persecuzione nazista. Un tema abusato, mi direte. Ma leggendo queste parole non riesco a non pensare alle persone che da 14 anni a questa parte, mese più mese meno, ho cominciato a conoscere. Non a caso un documentario che parla dei rifugiati palestinesi in fuga dalla Siria, proiettato qualche giorno fa a Beirut, deve il suo titolo proprio a un verso di questa poesia.

Certe volte la sensazione di non andare avanti neanche di un passo è davvero incombente. “Perché fate questo lavoro? Credete davvero di poter cambiare qualcosa?”, mi ha chiesto ieri uno di quei rifugiati, perfettamente integrato, in apparenza (qualunque cosa ciò voglia dire). E invece ogni volta che parliamo, anche se non la nomina più da anni, sento vibrare in lui la paura dei confini attraversati a piedi, mista alla rabbia, alla delusione, alla frustrazione. Ricordo quei fogli grandi su cui scriveva, infinite volte, “sono solo”.

Cosa ho risposto? Che a volte un lavoro fatto con coscienza non può cambiare il mondo, ma può fare la differenza, anche piccola, almeno per qualcuno. Che è troppo facile abbandonarsi alla rabbia, alla disperazione, al senso di inutilità davanti all’enormità dell’ingiustizia (ad oggi l’Europa tutta intera ha accolto appena l’1% dei profughi in fuga dalla Siria) e all’ottusità arrogante di tanta gente intorno. E’ giusto arrabbiarsi, è giusto sconfortarsi. Ma non si è comunque giustificati, rimboccarsi le maniche serve comunque. Fosse solo per poter dire che abbiamo fatto di tutto per non essere complici. Per poter guardare mia figlia negli occhi e poterle raccontare che, con tutti i miei errori e le mie insufficienze, ho sempre saputo da che parte stavo, in questa storia. Che, lo ripeto sempre, a un certo punto sarà raccontata. E a quel punto, se saremo ancora vivi, ci chiederemo cosa stavamo facendo mentre tutte queste persone morivano ai confini della nostra Europa.

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