Il sabato è stato salvato in corner con una bella passeggiata a piazza Navona, che ha deliziato Meryem. Il tempo questi giorni è perfetto: sole, cielo azzurro intenso e vento freddino. Mette voglia di uscire, di camminare e di fare cose. Non è che ne facciamo tante, a dir la verità. Però va bene lo stesso.

Adoro abitare a Roma. Anche se non esco più tanto, se non giro come una pazza tra un’attività e l’altra. Già l’idea di andare in ufficio attraversando il Tevere mi ringalluzzisce. C’è quel panorama dell’isola Tiberina, con la sinagoga sullo sfondo e il ponte rotto – e se ti giri dall’altra parte, ti becchi anche il Gianicolo e la cupola di S.Pietro – che ti rimette al mondo anche nella più deprimente delle giornate. Un giorno che tornavo dall’ufficio ho visto un arcobaleno perfetto proprio sopra il fiume, da una sponda all’altra. Disegnato come nei cartoni animati. E allora che ti frega se il tram è un po’ affollato, se dai finestrini vedi questo? Se poi uno non è in ritardo, può anche scendere alla fermata prima del ponte e farsela a piedi fino a Largo Argentina, fermandosi a metà del ponte a guardare il fiume da una specie di piccola terrazza. I gabbiani ti volano davanti – di solito ce n’è sempre uno posato sulla testa della statua sul tetto dell’ospedale.

Poi c’è l’altro ponte, quello del mattatoio. Più intimistico e adatto alle riflessioni serie. Quando avevo il mio cane stupendo, che dà il nome a questo blog, io e lei camminavamo a lungo da quelle parti. Alberi grandi, strade trafficate ma anche silenziose, specialmente di domenica mattina. Io pensavo a una vita che sembrava senza via d’uscita e, più tardi, a un cambiamento radicale che non riuscivo a immaginare fino in fondo. Chissà che pensava lei.


Oggi è sabato. Già sto facendo "ohm" per non incazzarmi anche questa settimana. Le premesse ci sarebbero tutte: simpatico attacco di candida, Nizam che è uscito alle sei e mezza annunciando che stavolta in massimo tre ore era a casa (è quasi mezzogiorno), bambina che ha piagnucolato più volte durante la notte, gradito invito che ho dovuto purtroppo declinare.

Però c’è un bellissimo tempo: aria frizzantina, cielo azzurro. Speriamo davvero che la giornata non prenda una brutta piega. Giuro che stavolta mi ci impegno.

Emù emù


Ispirata da un post di Panzallaria sui due liocorni, vi sottopongo un dubbio che mi è sorto in fatto di ninna-nanne. Dopo vari tentativi in cui ciò che mi veniva in mente di cantare a Meryem era assolutamente anomalo e vagamente inquietante (tipo la liturgia bizantina, per intenderci), mi sono attestata su una canzone facile e innocua intitolata “Sentiam nella foresta”. Ora, dovete sapere che io non sono ferratissima nelle scienze naturalistiche. Per cui un cuculo posso arrivare a immaginarmelo (anche se non nei dettagli) e posso anche capire che il suo verso sia “cucù cucù”. I lupi che ululano fanno “auuù auuuù”, e anche qui ci siamo. Ma cosa sono esattamente i caribù? La canzone li qualifica solo come “svelti” e intenti a rispondere alle renne. E non riesco a capacitarmi che facciano “emù emù”: che razza di verso è?


Ieri abbiamo fatto la seconda gita all’ufficio immigrazione della Questura, incontrando nuovamente il buon Ringhio che, strano a dirsi, si ricordava di noi (mi sembra un po’ surreale, vista la quantità di gente che passa al suo sportello, ma lo ha sostenuto lui…). Abbiamo consegnato ciò che mancava, sperando che per il 6 novembre tutto sia a posto. E’ sempre una sensazione un po’ strana: non esistono elenchi stampati dei documenti necessari, non esistono ricevute… Tutto si basa sulla tradizione orale e sulla fiducia. Il che, quando va bene, è una bellissima cosa. Ma non posso fare a meno di pensare che se qualche documento andasse smarrito, io non potrei mai dimostrare di averlo consegnato. O se al momento della consegna del permesso di soggiorno mi si obiettasse che manca la fotocopia dell’ultimo elenco della spesa fatta da Nizam al più vicino supermercato, non potrei mai dimostrare che non mi era stata richiesta.

Il resto procede regolarmente. Oggi ho provato a iniziare a lavorare a un articolo che dovrei consegnare entro la fine di novembre. Vado molto a rilento, ma mi piace pensare che nei prossimi giorni mi sbloccherò. O almeno spero. Se penso che tra meno di un mese dovrei tornare al lavoro, mi prende lo sconforto…


La domenica, come accade spesso, è stata migliore del sabato. Sarà perché il sabato faccio le pulizie? Sarà perché Nizam arriva regolarmente a casa alle tre, dicendomi che sarà di ritorno all’una e non c’è niente che io odio più di pranzare dopo le due?

Oggi seconda lezione di massaggi. Non si può dire che non sia stata efficace. Meryem, presa dall’attività,  ha praticamente saltato la poppata delle unidici, si è addormentata a mezzogiorno e ancora dorme. Non si è svegliata neanche quando ho astutamente incastrato l’ovetto sulle ruote nel senso sbagliato e ho dovuto ricorrere a due nerboruti operai rumeni per disincastrarlo. In tre mamme non eravamo state capaci di smuovere l’affare di un millimetro. Ci siamo guardate, sudate e stravolte, e abbiamo all’unisono ammesso: "Qui ci serve un uomo…"


Oggi, forse per la prima volta, ho vissuto a pieno il bellissimo verso di De André "Femmina un giorno e poi madre per sempre". In altri tempi sarei uscita sotto la pioggia, mi sarei chiusa in un cinema, magari sarei andata a ballare le mie danze ebraiche quando ancora ce n’era la possibilità. Mi sarei fatta sbollire le paturnie. E invece ho fatto un bagnetto a Meryem, l’ho allattata e me ne sto qui davanti al computer.


Il corso di massaggio è stato, come dicevo, abbastanza gradevole, ma non sconvolgente. Meryem ha gradito abbastanza, ma alla fine si è un po’ stufata e non ne ha fatto mistero. Due bambini su quattro si chiamavano Maximilian: non era probabile. La maestra è una mia vicina di casa.  Ci tornerò lunedì, ma forse non andrò al terzo appuntamento.

Ieri due telefonate curiosamente concomitanti mi hanno portato a un inaspettato attacco di nostalgia per la mia vita precedente: ricerca, università, epigrafi, convegni, articoli. Sono rimasta perplessa, perché era molto tempo che non ci "ricascavo" fino a questo punto. Sono ancora oggi tentata di fare un salto al CNR tra una settimana esatta, invece di andare al terzo incontro di massaggi, anche se francamente con la bimba al seguito dubito che potrò seguire molte comunicazioni. Non saprei dire se sia solo il gusto di pronunciare di nuovo certi nomi, di chiacchierare con spigliatezza di cose morte e sepolte eppure tanto sorprendenti; o forse il mero piacere di poter pensare, con assoluta tranquillità, "questa cosa la so fare". Nessun altro lavoro potrà darmi la stessa sicurezza. Peccato che per me la ricerca non possa essere neanche chiamato un lavoro: con l’eccezione dei tre anni di dottorato e di un’altra piccola borsa di studio, non mi ha mai pagato. E quindi forse non dovrei dare troppo spago a queste nostalgie teoriche.

Ora mi devo occupare della questione assicurazione: oggi pomeriggio, se tutto fila liscio, dovremmo ritirare la macchina.


Ci sono varie cose che non avrei mai pensato di fare, fino a relativamente poco tempo fa. Una è certamente comprare una macchina – domani dovremmo entrare in possesso della nostra nuova familiare. La seconda, appena fatta, è iscrivermi a un mini corso di baby massaggio. "Lei è già una mamma-Nido?", mi ha chiesto la ragazza con tono affabile. No, ma se tutto va bene domani verso le undici lo diventerò… Spero non sia troppo new age. Però ho notato che poche cose rassicurano Meryem quanto una mano poggiata sulla pancia. Quindi, se tanto mi da tanto, la cosa dovrebbe piacerle. E poi ho deciso che prima di tornare al lavoro voglio regalarmi un po’ di sfizi e questo è uno!


Le mani di Meryem sono sempre più espressive. In particolare mi fa impazzire quando, alla fine della poppata, sta per crollare dal sonno e stende una mano a palmo in giù davanti a sé, come per dire: "Aspetta, aspetta…". L’altro giorno però credo che abbia superato se stessa:

Facciamo corna

Qualcosa mi dice che, a differenza di me, sarà una guidatrice: si sta già allenando a fare le corna dal finestrino!

Parole turche di oggi: presidente, vecchio/ex, matto, tartaruga, strano, cane, ridere, giallo, totale, incinta.

Raffinato iftar


Ieri siamo stati invitati a una cena di iftar, cioè la rottura del digiuno che fanno i musulmani durante il Ramadan. Cena in pizzeria, dunque, in compagnia numerosa, preceduta da tragitto in tram. Meryem anche questa volta è stata buona e ci ha fatto fare una bellissima figura. Tornati a casa, si è addormentata nel suo lettino per svegliarsi la mattina dopo.

La compagnia di ieri sera era a dir poco variegata, per nazionalità e esperienze. Si respirava una bella aria e, sebbene l’invito non fosse stato fatto in una casa, l’ospitalità era squisita. Alla fine della cena tutti abbiamo ricevuto un segnalibro fatto a mano con la tecnica dell’ebru, la carta marmorizzata turca, e un CD di musica intitolato “Iftar Compilation”. Sono molto curiosa di ascoltare cosa contiene.

Come dicevo al mio ospite alla fine della cena, la compagnia di persone abituate a vivere quasi ogni anno in una parte diversa del mondo e non con lo stile del funzionario medio delle Nazioni Unite, che parla solo inglese e dopo quattro anni a Roma non ha imparato a dire neanche “cappuccino”, ma respirando i posti, imparando le lingue, parlando con le persone, mi ha fatto sentire tremendamente stanziale. Stanziale come un carciofo romano. E non accampiamo la scusa della famiglia, please. Una coppia presente aveva quattro bambini, i quali parlano tranquillamente quattro lingue: inglese, francese, urdu, italiano e arabo. Certo, bisogna avere un certo budget a disposizione per fare una vita così interessante. Ma va anche detto che molta gente con altrettanti soldi farebbe una vita squallida. Tanto di cappello, quindi.

Parole turche di oggi: tacere (e silenzio), capriccio, malocchio, asino, mela, abitare/sedere, gioco/giocare, recitare, mosca, zanzara (e appuntito, perché zanzara si dice “mosca appuntita”!), solo.