Lavorativamente questa giornata è stata un disastro. Dolorosissima, dura da ingoiare. Al di là dell’orgoglio ferito (non mi era mai capitato di essere invitata a dimettermi, sia pur a scopo meramente retorico), mi ha dato una certa triste consapevolezza. Chissà, magari ripartirò da qui. Sono però sollevata di vedere che il difetto che mi viene rinfacciato tra gli altri, quello di prendere gli impegni troppo alla lettera e troppo sul serio, lo rivedo uguale in Nizam. E ne sono profondamente sollevata. Non siamo furbi, non siamo di successo. Ma penso che possiamo dire con certezza di essere almeno onesti. Oggi parlare al plurale mi pare già un miracolo.
Mi sembra un miracolo, ma questo fine settimana è andato. Iniziato nel peggiore dei modi, con una bella litigata con Nizam, si è ripreso inaspettatamente senza che succedesse nulla di che. E’ scivolato via, serenamente. Anche se oggi siamo state tappate in casa tutto il giorno, ho provato a essere rilassata. A non farmi troppe paranoie, a dosare un po’ di tutto. Ci siamo divertite, direi. Abbiamo ballato, giocato a rincorrerci, fatto la pennichella insieme sul lettone, cucinato i muffin e leccato la ciotola, guardato un po’ di cartoni, disegnato, letto. Poche lagne, molte soddisfazioni. Stamattina è stato bello vederla fare la lotta con il padre sul letto. Si è vantata tutto il giorno di aver vinto lei.
Compensazioni. Dopo la serata di ieri, in cui mi sentivo una pila di macigni piazzati sul cuore, viene una sera come questa: Meryem rientra felice e rilassata, ride e scherza, mangia, fa l’aerosol, gioca e poi va a letto. Senza un solo colpo di tosse, miracolosamente guarita (così parrebbe), in pace con il mondo e con me. "Buona notte, mamma gatta!". Buona notte, gatto piccolo.
Aura
In tempi ormai abbastanza remoti, un maestro di yoga indiano mi ha letto l’aura. Beh, se mi vedesse oggi mi direbbe che la mia aura è grigia. Stasera ho le batterie scariche. Prima del tempestivo turno di corvée da vomito di Meryem (cambio pigiama, cambio lenzuola, bagnetto espresso con lavaggio e asciugatura di capelli etc), mi chiedevo: ma possibile che il lavoro io lo devo vivere come una malattia, senza dosare gli sforzi, sempre tesa a sforzi sovrumani? Ma sono davvero così drogata di approvazione che appena qualcuno sminuisce giusto un pochino il mio impegno io piombo nella depressione più cupa? Davvero in questi anni non ho maturato nulla, non ho consolidato nulla? O non sarà, piuttosto, che compenso ogni carenza affettiva con la mia consueta sete di stima intellettuale, di successo lavorativo? Già, la banale verità è che mi sento sola. Che vorrei che Nizam mi facesse anche solo pat pat sulla testa la sera quando, morto di stanchezza, arriva a casa. Ma allo stesso tempo capisco che anche lui, in questo momento, avrebbe bisogno di qualcosa del genere. E allora cerco almeno di non mordere, che di morsicate certamente non abbiamo bisogno.
La lunga giornata a casa di oggi è stata risolta da un CD di canzoni israeliane. Il vantaggio di essere di larghe vedute musicali… La canzone del Che non funzionava, le marcette simil militari sì. Però, a tradimento, è saltata fuori questa canzone. Per quanto possa farvi sorridere, mi si è arrotolato lo stomaco e la lacrimuccia era in agguato. Il mio primo Israele, due mesi nel campus universitario più scrauso del mondo, la prima (e spero ultima volta) che vedo un attentato in diretta. Ma tanto altro, anche. Un’amicizia improvvisa, fortissima, disperata e poi svanita nel nulla. Un simil amore, fatto di pochi giorni di cose semplici e insostenibili allo stesso tempo. Non ho mai fatto il punto sul serio su quei due mesi straordinari, i cui fili ogni tanto rispuntano, ancora oggi. Comunque la canzone, banale e didascalica come solo una canzoncina israeliana può esserlo, era questa.
Con le iscrizioni alla scuola dell’infanzia et similia, si scatenano in rete dibattiti e condivisioni di dubbi e perplessità di vario genere. Ammetto che la maggior parte della mia attenzione è stata finora concentrata sul riuscire materialmente a ottenere, compilare e consegnare i moduli (impresa tutt’altro che scontata) e non mi sono posta grandi dilemmi in merito alla didattica. Spero con tutte le mie forze che me la prendano in una forma di scuola pubblica, che non mi prosciughi pertanto mezzo stipendio. Poi, per come la vedo io, potremo più serenamente pensare alle più appropriate strategie di sopravvivenza. Altro discorso si aprirà ad aprile, se per caso non me la prendessero in nessuna delle due scuole che ho chiesto: se devo pagare, la mia scelta sarà molto più oculata (ma non ci voglio neanche pensare, il panorama nella mia zona è assolutamente sconfortante).
La premessa è che vedo mia figlia abbastanza cresciuta, autonoma e relativamente sicura di sé. Non prevedo atroci crisi di inserimento (magari sbaglio). Va al nido serenamente da quando aveva 9 mesi e ha avuto qualche piantarello solo per 2-3 giorni al rientro delle vacanze estive del primo anno, in concomitanza con il passaggio alla classe dei "grandi". Nulla di esagerato, francamente. Certo, la scuola dell’infanzia, specie se pubblica, è un’altra storia. Ma mi pare il momento giusto per tuffarcela, ecco.
Su una cosa non ho avuto dubbi, nella compilazione dei moduli: il tempo pieno. Non è solo una necessità pratica e economica (eccome se lo è!). Diciamo che qui si rivela non un trauma, ma un dispiacere d’infanzia. Io non ho mai fatto il tempo pieno, né all’asilo né alle elementari. E ne ho sofferto un po’, a dirla tutta. Ero una bambina abbastanza solitaria, anche perché i miei non frequentavano tante famiglie con bambini. Avevo le sorelle, ma sono molto più grandi. I miei lavoravano teoricamente mezza giornata, ma mia madre (insegnante) preparava le lezioni, correggeva i compiti e faceva una serie di cose per cui non si poteva disturbare e mio padre (ricercatore) dormiva e poi si chiudeva nello studio a studiare. Io giocavo con una famiglia di vicini di casa, oppure leggevo (tanto, forse un po’ troppo) e certi giorni, alle elementari, andavo a pattinaggio. Ricordo con precisione i giorni in cui mi permettevano di tornare a scuola il pomeriggio, magari per le prove delle recite. E lo ricordo con desiderio.
Ho maturato la convinzione, magari infondata, che se la mia infanzia fosse stata un po’ più sociale, la mia adolescenza sarebbe stata meno difficile. Non avrei avuto tutti gli intoppi di una bambina che ormai si era abituata a giocare da sola, a mangiare con un libro davanti e persino a parlare da sola. Oddio, detta così sembra più tragica di quello che è. Ma certamente la socializzazione è stata un problema, fino all’università.
Sarà dunque un pregiudizio, ma dato che io non mi vedo tanto come un genitore educatore montessoriano, scoppiettante di attività e iniziativa (e che comunque il part time non me lo potrei mai permettere neanche con il binocolo), il tempo pieno mi pare una soluzione forse non ideale, ma buona. Spero tanto che la scuola per Meryem sia un’esperienza positiva. Comunque io credo ancora nel valore dell’esperienza in sé, di accettare una routine con i suoi pro e i suoi contro senza troppi drammi e senza troppe lagne. Va da sé che farò quanto in mio potere per applicare i correttivi che dovessero essere necessari. Ma d’istinto e di necessità la scelta è stata questa. Ora vedremo che ne nasce!
Anche quest’anno per quanto riguarda il Carnevale abbiamo ottemperato. Percorso netto. Sfilata in quartiere, festa al nido, senza che malanni di sorta di frapponessero alla legittima esibizione di cappuccetto Rosso. Ieri sera ho persino cucinato una sorta di ciambellone che ho disposto artisticamente, in piccoli pezzi, nel cestino della Guerrigliera. E le ho consentito l’entrata trionfale alla festa: "Ciao, sono Cappuccetto Rosso, vi ho portato la torta!".
Lei sta meglio rispetto al fine settimana. Ieri sera è stata quasi angelica. Speriamo che duri. E che non si prenda la broncopolmonite da travestimento troppo primaverile…
E stasera mi tocca un post da genitore in fase di autovalutazione. Oggi è stata una classica domenica difficile. Lunga, uggiosa, senza nulla di interessante da fare e in cui l’assenza di Nizam pesa come un macigno. Cominciamo con il dire che stamattina avrei voluto passare qualche minuto in intimità con Nizam, ma Meryem, già sveglia, mi ha marcato strettissima ("Smetti di abbracciare papà", "Smetti di baciare papà", "Smetti di parlare con papà"!!!!). Un po’ anche per questo, oggi non mi sentivo il genitore più motivato del mondo. La mattina è passata un po’ così, in cincischiamenti senza troppo costrutto. Dopo pranzo abbiamo fatto un salto al negozio.
Va detto che sono un po’ in ansia, perchémi pare che la bambina abbia dei piccoli malesseri di cui non riesco a venire a capo e che non riesco del tutto a decifrare (stitichezza, forse doloretti, magari un po’ di cistite…). Nizam nel salutarci ha detto una frase del tutto innocente ("Ha qualcosa questa bambina") che ha scatenato la mia ansia. Puntualmente, il viaggio di ritorno è stato un incubo: urla, strepiti, dimenamenti, complice anche la stanchezza.
Arrivati a casa abbiamo fatto il bagnetto, cogliendo una richiesta della stessa Meryem. Purtroppo qualcosa è andato storto anche lì e nell’uscire ha piantato un capriccio infinito. Qui ho perso un po’ le staffe e alla fine, asciugati i capelli, ho imposto un riposino ristoratore. Al risveglio la giornata è scivolata pigramente verso la conclusione. Sono riuscita a farle mangiare del passato di verdure, non senza fatica. Poi, nuova crisi: io ho perso la pazienza piuttosto malamente. Il tutto finì con me in lacrime appresso a lei. Comunque in serata ho recuperato e ho collezionato un paio di successi: ha mangiato la sua mela con la prugna, ha visto un po’ di cartoni e ha smesso di farlo quando l’ho detto io (un accenno di lagna, ma poi si è accontentata di spegnere lei la televisione) e poi si è addormentata abbastanza tranquilla.
Facendo una media, mi darei un sei e mezzo.
Oggi ho fatto un incontro professionale che mi ha sinceramente impressionato. Era moltissimo che non mi accadeva. La cosa mi ha fatto pensare. Il livello medio di professionalità con cui ho a che fare è decisamente medio-basso. Forse è per questo che l’autostima, il più delle volte, mi sorregge. Sarai davvero in grado di crescere in abilità lavorativa, avendone l’occasione?