Sono rimassa più scossa di quanto pensassi del brutto episodio in ufficio venerdì. Ancora adesso sono in preda ad emozioni contrastanti. Da un lato, razionalmente, so che è assurdo dare tutta questa importanza alla cosa. Dall’altro, è come se qualcosa mi si fosse rotto dentro. Non so neppure cosa vorrei, idealmente. Scuse? Per carità. Il solo pensiero mi fa venire la nausea. Un pubblico riconoscimento del mio ruolo, della stima che i miei capi hanno di me? Francamente, non saprei che farmene. E allora cosa? Perché fatico tanto a girare pagina?
Forse non oggi
Oggi mi pare che sia meglio stendere un velo pietoso. Migliorerà, migliorerà. Forse non oggi, ma migliorerà.
Notte infame, sera precedente anche peggio. Il virus ha riacchiappato la guerrigliera e vi risparmio i particolari scabrosi. Come un tragico binario parallello, in ufficio si moltiplicano le rogne. E oggi mi sono inaspettatamente trovata in una situazione sgradevolissima, in cui un tizio si è sentito autorizzato ad urlarmi addosso. Finché mi vomita addosso mia figlia, passi. Non mi piace, ma sono disposta a sopportarlo. Ma sentirsi vomitare urlacci in faccia da chicchessia oggi è molto al di là di quanto possa sostenere. Solo una cosa potrebbe disgustarmi di più: che venga da me a riparlarne.
Ieri ho provato una strane sensazione. Meryem si è addormentata presto, Nizam voleva fare una piccola commissione in quartiere e mi ha proposto di accompagnarlo. Abbiamo lasciato la guerrigliera dormiente a casa con lo zio e abbiamo fatto una rapida passeggiata di una mezzoretta, senza peraltro avere la possibilità di fare quello che avevamo in mente perché il negozio era chiuso. Ma questa mezzora di libertà inaspettata mi ha fatto un gran bene. Abbiamo riso, chiacchierato (anche della piccola, che è in piena fase "versi degli animali") e ci siamo sentiti leggeri leggeri per un po’. Perché non farlo, ogni tanto? Basterebbe così poco. Ci succede, ovviamente, di uscire separati. Ma uno spazietto in due senza pupa, ecco, ogni tanto ci vuole anche questo.
Dagli States, via chat, gli amici mi sommergono di sorrisi. Gioia, trionfo, tripudio. Meglio delle previsioni più rosee. Un bel colpo per la democrazia americana. Io li invidio con tutto il cuore. Non tanto perché sono lì, come mi ha chiesto uno di loro. Ma perché riescono ancora a sperare nella politica. Ad essere ottimisti. Io affogo nel cinismo, ormai. Credo che per smuovere qualcosa qui ci vorrebbe un miracolo e non riesco neanche ad immaginare di quale natura.
Come madre, credo che questo sia grave. Penso che abbiamo il dovere di cercare una prospettiva e di costruire qualcosa. Ma è più facile a dirsi che a farsi. Ti guardi intorno e vedo facce tutte uguali, atteggiamento comune, obiettivi piccini. Ma come cambiare davvero qualcosa? Come ritrovare un po’ di fiducia? Anche gli sporadici tentativi on-line alla fine mi hanno lasciato un po’ l’amaro in bocca. Come se fossero cose gradevoli, un po’ autocompiaciute, senza nulla di davvero tangibile. Sia chiaro, è un’osservazione che non vuole essere una critica a nessuno. Cerco solo di dire che la rete di per sé non è necessariamente un valore aggiunto per la qualità dei rapporti. Amplifica ciò che c’è, dificile che crei. E un’adesione tiepida amplificata non diventa un’adesione calda.
Voi che ne dite? Ne dite qualcosa?
Il weekend è stato funestato da un terribile virus gastrointestinale. Di quelli che ti stendono con un cazzotto sul naso e ti calpestano con gli scarponi chiodati per 48 ore. La piccola untrice sta molto meglio. Io mica tanto. E da stamattina abbiamo steso la nonna un numero imprecisato di zie e cuginetti. Credo che la mia popolarità in famiglia in questo momento sia pericolosamente bassa.
Batman, Robin e l’incendio condominiale
Sebbene il reality sia concluso, non ci facciamo mancare la giusta componente di avventura. Ieri sera, appena messa a letto una guerrigliera particolarmente iperattiva, quando stavamo per goderci un meritato tè turco con relativa frutta secca e altri calorici accessori, scoppia il caos. Urla, concitazione e un denso fumo maleodorante dal vialetto condominiale. Una macchina parcheggiata ha preso fuoco proprio sotto la nostra palazzina. Un’improvvisata quanto colorita squadra di pronto intervento si è attivata all’istante, attraverso un efficace tamtam sonoro da balcone a balcone.
Casa Susan ha contribuito con la versione curda di Batman e Robin. Batman in ciabatte (mie), pantaloni della tuta e maglia nera da supereroe; Robin, più attento al look, indossava invece un’appropriatissimo maglioncino arancione. Gli altri condomini contribuivano a modo loro, ciascuno secondo le proprie specifiche attitudini: l’architetto dell’attico supervisionando pensoso; il mio dirimpettaio facendosi venire un mezzo infarto; la gattara della palazzina 2 fornendo contenitori di ogni genere, che venivano riempiti d’acqua dagli abitanti dei piani terra e dei primi piani (tra cui la sottoscritta, che sfoggiava una camicia da notte Calida in pile bianco, sgraziata e funzionale come solo un capo svizzero riesce ad essere).
Le fiamme sono state domate in una ventina di minuti, fortunatamente prima dell’esplosione del veicolo stesso. I vigili del fuoco sono arrivati, a piedi, circa 40 minuti più tardi (il vialetto, dove peraltro non si potrebbero parcheggiare veicoli, era per questo inaccessibile al camion dei pompieri). Robin/zio curdo è tornato trasognato, perso nell’ammirazione per un’esilissima signora della palazzina 2 che si sarebbe particolarmente illustrata nell’azione. La curdina ha continuato a dormire atarassica, fino alle 5.50, ora ufficiale di risveglio delle ultime settimane. “Mammma? Mamma! Mammaaaa!”. E via un’altra giornata.
La mia vita di ufficio stampa a tempo perso è piena di emozioni, non sempre postive. Poco fa ho toccato con mano (non per la prima volta, ahimé) che spaventoso effetto boomerang possa avere una dichiarazione ingenua anche nelle mani di un giornalista "amico". Dio mio, che fatica improba. E soprattutto ingrata, il più delle volte. L’ho già detto una volta: sarà per le mutate condizioni di lavoro, la precarizzazione che avanza, il free-lance come scelta obbigata… ma devo ancora incontrare (forse con una eccezione) un giornalista che abbia tempo, voglia e sufficiente capacità intellettuale per capire la questione di cui vuole scrivere. Il problema è che capire richiede tempo. Il risultato dell’analisi poi difficilmente ha i giusti contrasti, la necessaria semplicità manichea per essere comunicato efficacemente. Molto più facile farsi già un’idea di dove si vuole andare a parare e procurarsi le necessarie pezze d’appoggio. Non è che non capisca le ragioni. Ma se si pensa a quanta straordinaria importanza possa avere un titolo o un passaggio televisivo, mi si gela il sangue nelle vene.
Non ci si preoccupa affatto di scrivere strafalcioni di ogni genere (contenutistici, ma talora persino ortografici). E la televisione…. Anche qui con un paio di lodevoli eccezioni, i giornalisti televisivi con cui ho avuto contatto professionalmente (anche indirettamente, attraverso la collega che al momento sostituisco) hanno anche più urgenza, più fretta, più requisiti da soddisfare in termini di vendibilità del prodotto. Difficile ottenere che un contenuto faccia capolino dal rutilante contenitore. Che peccato.
Oggi ho parlato qualche parola d’ebraico dopo una vita di oblio. Niente di che, tipo come ti chiami e tanto piacere. Ma mi ha fatto uno strano effetto, una sensazione archeologica di recupero. Ero a un festival di corti e documentari dal titolo Religion Today e mi sono goduta, inaspettatamente, anche un paio di proiezioni (ero lì praticamente solo per "fare contatti"). Posso dire che mi piacerebbe avere un po’ di spazio anche per questo tipo di cose, per i minuti piaceri-sfizi culturali che è una vita che finisco con il non concedermi? Non è solo per la bambina. Molto più ha fatto la routine casa-lavoro. C’è stato un momento in cui ho sentito chiaramente il bisogno di fermarmi, di godermi anche gli spazi a casa, la dimensione privata. Ora forse ho esagerato? La quiete si è fatalmente trasformata in pigrizia? L’ideale sarebbe non dovere essere inchiodata sotto terranove ore, poter fruire con tutto comodo degli stimoli intellettuali durante il giorno e godere la tranquillità delle mura domestiche la sera. Questo mi sarebbe congeniale. Magari svegliandomi presto e lavorando le prime ore della mattinata per produrre qualcosa di molto ben pagato. E che magari abbia a che vedere con gli stimoli di cui sopra. Fine delle fantasticherie del martedì pomeriggio.
A Grottaferrata tutto bene. SMS: "Ma gli italiani parlano solo di mangiare?". La risposta è sì. Specialmente quando sono costretti a restare digiuni per varie ore.
Fine settimana in salita, inizio della settimana un po’ ansiogeno. Vista la prodezza dimostrata, il reality avrà un piccolo prolungamento. Ricovero del protagonista maschile per due o tre giorni in località Grottaferrata. Per rendere un po’ più complicato il tutto, il nostro era più prodigo di notizie e contatti quando stava sugli altopiani del Kurdistan.