Un motivo di più


Alla fine, curiosamente, gli argomenti sono sempre quelli: donne penalizzate sul lavoro, asili nido insufficienti, assistenza di anziani e disabili che pesano soprattutto sulle madri di famiglia. Ma non sono a un altro Momcamp, questi sono gesuiti. Seduto a un tavolo rotondo che sembra provenire da un salotto qualunque, davanti a una platea variegata ma non troppo, sta parlando padre Casalone, provinciale d’Italia. Perché mai la Compagnia di Gesù investe risorse per fare ricerche (di livello notevole, peraltro) su modelli di sviluppo, politiche territoriali, liveas (livelli essenziali di assistenza) e via discorrendo, senza dimenticare la questione meridionale e la questione di genere? Padre Casalone lo spiega in modo lineare e cristallino. “Una fede che non è capace di essere lievito e fermento per una società più giusta è una fede irrilevante”. E ancora: “La fede non è solo un fatto privato, che si gioca nella coscienza del singolo. Comporta la promozione della giustizia nella collettività”. Ma attenzione alle modalità: intervenire nella sfera pubblica comporta la capacità di articolare la dimensione del credente con quella della laicità. La giustizia è, per eccellenza, terreno di mediazione. Si tratta di porsi quelle domande a cui tutti sono chiamati a rispondere, con un linguaggio e un’azione il più possibile condivisa. Detto in altri termini: la priorità del cristiano sono gli squilibri, le ingiustizie della società (gli orfani, le vedove, gli stranieri, per usare un linguaggio biblico). Ma si deve intervenire nel pubblico con motivazioni universalmente comunicabili e argomentabili e non immediatamente tradotte dal linguaggio specifico della fede, che non è di tutti i cittadini. Contribuire al bene comune, dunque, magari con motivazioni di fede, ma con azioni valide e condivisibili anche dagli atei e dai credenti delle altre religioni. Il contrario di ciò che avviene, praticamente, e di cui mi lamentavo non più tardi di un post fa. Credenti che intervengono nella politica alta, senza marcare il territorio, ma mettendosi a servizio della comunità civile. Come lo dice bene, Casalone (che è pure un bell’uomo, si potrà dire?). E’ questo alla fine che mi piace dell’apostolato sociale dei gesuiti: che non cerca di piantare bandierine e di suscitare papa boys, ma piuttosto di costruire una società più giusta e di formare cittadini. Per questo mi sono sentita dire, non troppo tempo fa, da un sedicente “esperto”, che Pedro Arrupe è stato il Generale che ha rovinato la Compagnia di Gesù, che una volta sì che aveva il potere, quello vero. Motivo di più per lavorare in un ente fondato proprio da Pedro Arrupe (scusate il link in inglese, quello in italiano è decisamente troppo scarno).

“E’ dal modo in cui ci abituiamo a trattare chi non è in grado di far valere i suoi diritti che si vede quanto ci pieghiamo alla logica clientelare, per cui il cittadino non ha più diritti e deve piuttosto chiedere favori. Una logica che è alla base dei sistemi mafiosi”. La risposta alle questioni sociali non può che essere collettiva e partecipata, altrimenti si rischia di far peggio. Rispondere all’esigenza di sicurezza a livello individuale vuol dire mettere una porta blindata alla mia casa, un sistema di allarme alla mia villa. Rispondere in modo collettivo e partecipato vuol dire ricostruire tessuto sociale, creare partecipazione, costruire un’azione corale che cambi completamente il volto dei luoghi. Utopia? Non direi. La teoria è stata inframezzata dalla testimonianza sincera e appassionata di Carmela, fondatrice di Figli in famiglia. Foto alla mano, ci ha dimostrato che le cose che sembrano più immutabili possono cambiare. Che può anche accadere, dopo anni di intervento sincero, entusiasta, gratuito e generoso, che alla consegna di un immobile sequestrato alla mafia da riadattare a asilo nido, chi abitava prima l’appartamento venga a portare il caffè ai nuovi occupanti dicendo: “Meno male che l’hanno dato a voi e non a uno qualunque”.

Sono le persone che contano. I profitti sono mezzi per lo sviluppo dell’esperienza umana e così dovrebbero tornare ad essere considerati. Non è il benessere economico a dare coesione sociale, ma la coesione sociale è presupposto indispensabile di qualsiasi sviluppo economico. Ora è il momento di investire nelle persone, di assumere responsabilità, di ricostruire dignità, legalità, significato. Ubi societas ibi ius. E quando si dice società, comunità (com-munitas, vivere insieme la vita, un dono che si fa compito), non ci si riferisce certo alla parrocchietta. In alcune frasi dell’assemblea del JSN, per strano che possa sembrare, mi pareva di sentire echeggiare alcuni discorsi di Barbara Mammafelice sulla felicità, sulla vita, anche in comune, sul valore delle persone. Ma, allo stesso tempo, l’indignazione di Barbara Mammamsterdam per le schifezze post terremoto dell’Aquila e tanti altri bei discorsi fatti da e con blogger sull’educazione, sulla partecipazione, sull’informazione. Chissà, magari sono io che ho le traveggole e mi vedo apparire blogger e gesuiti ovunque e tento pure di trovare un collegamento.

Check point L’Aquila


Decisamente non ero preparata. E sì che avevo letto, avevo riflettuto, mi ero lasciata trascinare da Barbara lungo la Statale 17. Ma confesso che quando l’Associazione L’Aquila volta la Carta ci ha invitato a presentare il libro “Terre senza Promesse” da loro, mi ha fatto piacere accettare, ma non mi rendevo conto.

Ieri ho preso la corriera, in compagnia di un giovane dinoccolato somalo (che già c’era stato due volte, a L’Aquila, e quindi sapeva meglio di me a cosa andava incontro), quasi distrattamente. Venivo da una mattinata di fastidi lavorativi, pensavo all’agenda frenetica delle prossime settimane. Non avevo con me neanche una giacca. Il viaggio, da Roma, è fin troppo veloce. Un’ora e mezzo. Pensavo ad altro, per tutto il viaggio. Mi ero ripromessa di scambiare due parole con Osman, di conoscerlo meglio, di accordarci sull’incontro che avremmo dovuto gestire insieme. Ma poi ho rinunciato. Lui si è sentito la musica in cuffia, io ho letto un po’ e fatto una pennica.

Neanche con la nostra ospite, che viaggiava con noi, ho scambiato più di qualche parola di circostanza. Più tardi, sistematici in albergo, Valeria si è offerta di farci fare un giro. Ed ecco che sono iniziati i pugni nello stomaco. Macerie, tubi innocenti. Tutto come tre anni fa. La casa dello studente, o quel che ne resta (nulla). Qui è vuoto, qui è vuoto, questo lo hanno messo in sicurezza ma può essere solo demolito. Collemaggio. Uno schiaffo in pieno viso. Celestino V, proprio lui, se ne sta lì, un po’ disorientato, in mezzo al transetto crollato. Le colonne puntellate iniziano a sgretolarsi. L’unica cosa che sembra resistere impavidamente è il pavimento originale, in un’alternarsi di bianco e rosa che incute rispetto. Certo, tutti i grandi della terra dopo il terremoto hanno adottato un monumento. Ma questa, alla fine, resta la chiesa nostra. Chi la può aggiustare una cosa così? Ho un dubbio, ma me lo tengo. E faccio bene. Scatto qualche foto da turista. Ma poi, niente. Mi si inceppa il dito.

Centro storico. I cazzotti nello stomaco continuano. Una città fantasma, una selva di tubi innocenti. Dopo tre anni bisognerebbe iniziare la manutenzione dei tubi. Ma ti pare normale? No, non mi pare affatto normale. Questi li hanno messi grazie al concerto delle amiche per l’Abruzzo, che Dio le benedica. Ma l’edificio sotto non si poteva salvare allora e certo non si potrà salvare dopo tre anni di abbandono. Valeria mi porta in un vicolo e mi fa sentire l’odore del terremoto. Per quanto incredibile, capisco cosa intende. Dopo tre anni, si respira ancora la polvere.

Poco più avanti, una camionetta di militari. Zona rossa. Check point. Sono basita dell’assurdità del tutto. A cosa serve? Certo non a impedire i furti, in tre anni quello che c’era da rubare è stato rubato. Serve a controllare noi, mi dice un ragazzo con la massima disinvoltura. Più tardi andranno ad avvertire i militari che, a causa della pioggia, avremmo avvicinato una macchina al confine dell’area proibita. I bar hanno riaperto. La sera, specialmente del giovedì, c’è movida, mi dicono, pure eccessiva. Tutto il resto è deserto.

Andiamo a fare la presentazione, in una casetta di legno in mezzo a un parco, con gli alberi e i lampioni in parte ricoperti da pezze multicolore. Per carità, tanto affetto. Abbiamo ricevuto tanta solidarietà, pure troppa. Però “mettiamoci una pezza” non è un messaggio che ci piace. Non vogliamo metterci una pezza, questa è la nostra città. Però hanno dimostrato tutti tanto affetto, possiamo solo ringraziare. Forse il punto è proprio questo. Le tante belle idee, l’arte che si è profusa e si sta profondendo su quel che resta di questa città (foto, performance, teatro, romanzi) non serve a coprire la voragine della mala gestione, del commissariamento, dell’assoluto vuoto di senso di questa inerzia forzata.

Teatri, anfiteatri (troppi? nei posti sbagliati?). Casette di legno, costruite con tanta solidarietà, probabilmente tanti soldi, ma poca pianificazione (questa sta su una strada, vedi? Portava alle case lì dietro. Quindi o quelle case si buttano giù e basta, o si butta giù la casetta. No?). La tenda dell’assemblea, in piazza (c’è sempre qualcuno, una specie di speakers’ corner. Si è tornati a una vita politica molto elementare). E anche tante iniziative culturali, una specie di testarda lotta sui generis. Sarà il check point, sarà il panorama spettrale. Ma bersi un aperitivo sotto i portici suona come un gesto di resistenza civile. Anche se non si sa bene contro cosa.

Sono frastornata, non so neanche bene cosa pensare. Mi trovo nella casetta di legno, sotto una pioggia scrosciante, a parlare di respingimenti, di rifugiati, di CIE. Osman è più a suo agio di me. Parla con la positività dei suoi 23 anni, testimonia sereno le atrocità che ha vissuto e guarda avanti. Io invece scricchiolo. Sento che la mia responsabilità di cittadina sarebbe ben altra. Che il mio impegno sulle migrazioni è solo un tassello di un immenso quadro che necessiterebbe ben altre forze. In questi giorni, in particolare, non resta da augurarsi che in Emilia le amministrazioni locali reggano l’urto del dopo-sisma. Perché da ieri riesco a cacciare  il pensiero che uno Stato che lascia una città e la sua cittadinanza per tre anni nell’abbandono più completo la struttura politica, la rappresentanza, la democrazia l’ha persa da un pezzo. Altro che crisi economica. Dovremmo essere molto più preoccupati.

 

Novità e vecchie consuetudini


Stamattina mi sono sinceramente rallegrata scoprendo che il ministro Profumo aveva messo a bando 6 posti di collaboratore nel suo ministero. “Su indicazione del Ministro Profumo, i suddetti incarichi, pur caratterizzati dal rapporto fiduciario intuitu personae, sono per la prima volta conferiti previo avviso pubblico e conseguente valutazione comparativa dei curricula”. Mi sembra una nota confortante e non ovvia. Parliamone, dunque. Notiamo questi segnali.

Tuttavia andando avanti nella giornata mi è toccata una seria delusione. In particolare, un comunicato della Presidenza del Consiglio, di cui vorrei proporvi una lettura commentata. Il motivo è che il contenuto è decisamente non condivisibile, e anche la forma rimanda, ahimè, ad altri assurdi parti letterari che avevamo avuto modo di vedere sullo stesso sito (ricordate, vero, le smentite sui pronostici del campionato e via delirando?).

Una premessa. Lo sapete come funziona l’Otto per mille IRPEF? E’ possibile destinarlo allo Stato (invece che alla Chiesa Cattolica o ad altre confessioni religiose), che lo userà per finanziare progetti di intervento straordinario nell’ambito di alcune precise finalità, e cioè (Legge 20 Maggio 1985 n. 222 art. 48) “per fame nel mondo, calamità naturali, assistenza ai rifugiati, conservazione di beni culturali”. In pratica ogni anno si presentano progetti su questi temi, il governo decide in quale percentuale finanziare ciascuna delle finalità e si procede, in ordine di graduatoria, per attivare gli interventi. Si tratta uno dei pochi casi in cui l’assistenza ai rifugiati, sia pure con carattere di straordinarietà, viene espressamente menzionata tra le finalità di devoluzione del contributo. Qualcuno quindi, in perfetta buona fede, potrebbe credere che piuttosto che andare ad alimentare il generico calderone della Chiesa Cattolica, che oltre agli interventi caritativi prevede tra le finalità “esigenze di culto della popolazione” e “sostentamento del clero”, sia un gesto di impegno civile barrare la casellina “Stato” al momento di decidere la destinazione del nostro 8 per Mille, micragnoso o pingue che sia.

Però, come trovate ben documentato qui, l’ignaro cittadino già in passato si è trovato a finanziare la missione italiana in Iraq, l’abolizione dell’ICI, o addirittura per mettere semplicemente una pezza alle spese ordinarie dello Stato. Il punto mi pare semplice: quei soldi non sono donati allo Stato per farne ciò che meglio crede. L’opzione è espressa nella convinzione di sapere cosa con quei soldi verrà finanziato (anche se non si sa a priori in che misura). Non dovrebbe dunque bastare comunicarmi a posteriori che lo Stato medesimo ha cambiato idea e ci farà altro. Come dirlo meglio? Non si può fare. La legge non lo consente. Eppure, anche quest’anno, si ripete il solito scippo. E la comunicazione che lo annuncia è una vera perla del suo genere.

La Presidenza del Consiglio dei ministri rende noto che per l’anno 2011 non è stato predisposto il decreto di ripartizione della quota relativa all’otto per mille dell’Irpef a diretta gestione statale, prevista dagli articoli 47 e 48 della legge 20 maggio 1985, n.222, secondo il Regolamento di cui al DPR 10 marzo 1998, n. 76, per mancanza di disponibilità finanziaria. Pertanto nessuno dei progetti presentati con scadenza 15 marzo 2011 è stato ammesso a contributo. Amen. La “mancanza di disponibilità finanziaria”, visto che ci si riferisce a soldi incassati, mi è un po’ oscura. Ma non sono un’economista. Andiamo avanti. Si ricorda che le risorse relative alla parte dell’8 per mille che gli italiani destinano alle esigenze dello Stato vengono ripartite tra importanti iniziative di interesse nazionale, quale le calamità naturali, i restauri, l’assistenza ai rifugiati o la fame nel mondo. Ok, fin qui ci siamo. La scelta se effettuare interventi a pioggia o concentrare l’investimento prioritariamente in alcuni dei settori di pubblica utilità sopra indicati viene effettuata in ragione della disponibilità del bilancio e dell’impellenza delle necessità. Mmmm. Dell’importo totale relativo all’otto per mille dell’Irpef a gestione statale per il 2011, pari inizialmente a circa 145 milioni di euro, più della metà del fondo (64 milioni di euro) è stato destinato alla Protezione civile per le esigenze della flotta aerea antincendi durante il precedente GovernoI rimanenti 57 milioni sono stati destinati dall’attuale Esecutivo alle esigenze dell’edilizia carceraria e per il miglioramento delle condizioni di vita nelle prigioni. “I rimanenti”? 145-64 mica fa 57. E il resto? Non sono stati toccati quindi i fondi del Ministero per i Beni culturali. Vabbè, è detta in modo un po’ nebuloso, ma immagino che intendiate che i rimanenti (qui ci vuole) 81 milioni saranno usati per la “conservazione dei beni culturali”. Ma la perla è la frase finale: …né sono state tradite in alcun modo, né da questo né dal precedente Governo, le attese degli Italiani che hanno destinato la quota dell’8 per mille alle esigenze dello Stato: tali sono la Protezione civile e l’edilizia carceraria. Ma vogliamo scherzare? Gli italiani non hanno destinato il loro 8 per mille “alle esigenze dello Stato”. Non è questo che dice la legge, che in tal senso è assolutamente inequivocabile. Certo, la legge è stata ignorata già in passato. Ma non è che la si possa riscrivere a piacimento in un comunicato stampa mal scritto.

Vi propongo ben tre conclusioni:

1. Il cambiamento, la discontinuità nel governo del Paese, più che sull’orientamento politico (che è immutato, sostanzialmente) è lecito aspettarsela sul metodo. Il metodo del ministro Profumo sembrerebbe diversificarsi dalle brutte abitudini del passato. Quello della Presidenza del Consiglio molto meno.

2. Le risorse destinate all’assistenza dei rifugiati, sempre molto esigue, sono state cancellate del tutto con assoluta disinvoltura. Senza nulla togliere all’edilizia carceraria e alle flotte aeree antincendi (per questa seconda esigenza andrebbe anche considerata quanto di recente è stata direttamente finanziata la Protezione Civile), mi pare un sopruso e uno scandalo.

3. E’ sempre una buona idea destinare l’8 per mille ai valdesi. Io personalmente lo faccio da anni.

Più precisamente


Leggo in rete il seguente status di Concita de Gregorio, che vale la pena di riportare.

E’ bastato leggere qualche post in giro per la rete per avere un’idea di quale potesse essere una manovra più giusta, semplice e gradita al popolo:
. Riduzione spese militari
. Riduzione spese e privilegi della politica
. Tagli ai vitalizi
. Patrimoniale una tantum per redditi sopra i 100mila euro
. Tassa del 10-15% sui capitali scudati
. Equilibrio dell’Irpef per le fasce più alte
. Eliminazione dei finanziamenti ai partiti
. Tracciabilità dei pagamenti sotto i 300euro
. Leggi pesanti per gli evasori
Tutte queste manovre avrebbero reso contento chiunque, a costo zero e (per la maggior parte) di lunga durata. Era così difficile? Magari bastava un giro in rete…

Concita de Gregorio

Obiezioni simili a queste si leggono un po’ ovunque, in rete. Tutto giusto, applausi. Ma credo che sia un po’ troppo facile adesso fare un’obiezione del genere, specialmente se negli ultimi venti anni si è stati impegnati in politica, in qualsivoglia modo. Certo che sono d’accordo. Posso anche aggiungere alla riduzione delle spese militari quelle per la sicurezza e per le misure, folli quanto sostanzialmente illogiche, di contrasto all’immigrazione clandestina. Manca da questo elenco l’ICI della Chiesa Cattolica e compagnia bella, che di diritto dovrebbero entrare in questo tipo di rivendicazioni.

Però corre l’obbligo di ricordare che l’Italia è finora sempre stata governata da governi democraticamente eletti. Governi che, anche quando avevano usato alcuni di questi temi in campagna elettorale (in forma molto, molto più soft), al dunque hanno sempre giudicato poco opportuno procedere in tal senso. La prudenza, il realismo, la stabilità, i tempi non sono maturi. Anzi, svariati governi precedenti (non solo uno, come erroneamente talora si legge) hanno costruito articolati quanto poco trasparenti accordi con lo stesso Gheddafi di cui ora si saluta con soddisfazione la dipartita (che anch’essa, come pure gli accordi e i relativi “risarcimenti”, è costata al nostro Paese cifre spropositate e irragionevoli).

Possiamo davvero seriamente dirci sorpresi che il governo Monti non abbia messo mano a quello che decenni di politica bipartisan non solo non hanno contrastato, ma hanno anzi pervicacemente costruito? Pensavamo che fosse arrivato il Messia, o cosa? Certo che nemmeno questa politica ci può bastare. Anche perché non è e non poteva essere sostanzialmente diversa da quella che ha caratterizzato la storia del nostro Paese da qualche decennio. Non mi piace neanche che si parli di moralizzazione, anche se non avere un presidente del consiglio in odore (intenso) di pedofilia non può che rallegrarci. Si tratta di darsi un tono di decenza, di porre un freno all’invedibile e all’indicibile. Poi sta a tutti noi cittadini capire se si può approfittare di questa, chiamiamola così, discontinuità per costruire una vera alternativa, dicendo chiaramente in faccia a chi ha preteso di rappresentarci che ci aspettiamo che faccia un passo indietro, chiunque sia. Ma il deus ex machina non possiamo proprio pretenderlo. Non dopo essere stati a guardare, magari osando persino riderci sopra, le sconsideratezze degli ultimi anni.