Check point L’Aquila

Decisamente non ero preparata. E sì che avevo letto, avevo riflettuto, mi ero lasciata trascinare da Barbara lungo la Statale 17. Ma confesso che quando l’Associazione L’Aquila volta la Carta ci ha invitato a presentare il libro “Terre senza Promesse” da loro, mi ha fatto piacere accettare, ma non mi rendevo conto.

Ieri ho preso la corriera, in compagnia di un giovane dinoccolato somalo (che già c’era stato due volte, a L’Aquila, e quindi sapeva meglio di me a cosa andava incontro), quasi distrattamente. Venivo da una mattinata di fastidi lavorativi, pensavo all’agenda frenetica delle prossime settimane. Non avevo con me neanche una giacca. Il viaggio, da Roma, è fin troppo veloce. Un’ora e mezzo. Pensavo ad altro, per tutto il viaggio. Mi ero ripromessa di scambiare due parole con Osman, di conoscerlo meglio, di accordarci sull’incontro che avremmo dovuto gestire insieme. Ma poi ho rinunciato. Lui si è sentito la musica in cuffia, io ho letto un po’ e fatto una pennica.

Neanche con la nostra ospite, che viaggiava con noi, ho scambiato più di qualche parola di circostanza. Più tardi, sistematici in albergo, Valeria si è offerta di farci fare un giro. Ed ecco che sono iniziati i pugni nello stomaco. Macerie, tubi innocenti. Tutto come tre anni fa. La casa dello studente, o quel che ne resta (nulla). Qui è vuoto, qui è vuoto, questo lo hanno messo in sicurezza ma può essere solo demolito. Collemaggio. Uno schiaffo in pieno viso. Celestino V, proprio lui, se ne sta lì, un po’ disorientato, in mezzo al transetto crollato. Le colonne puntellate iniziano a sgretolarsi. L’unica cosa che sembra resistere impavidamente è il pavimento originale, in un’alternarsi di bianco e rosa che incute rispetto. Certo, tutti i grandi della terra dopo il terremoto hanno adottato un monumento. Ma questa, alla fine, resta la chiesa nostra. Chi la può aggiustare una cosa così? Ho un dubbio, ma me lo tengo. E faccio bene. Scatto qualche foto da turista. Ma poi, niente. Mi si inceppa il dito.

Centro storico. I cazzotti nello stomaco continuano. Una città fantasma, una selva di tubi innocenti. Dopo tre anni bisognerebbe iniziare la manutenzione dei tubi. Ma ti pare normale? No, non mi pare affatto normale. Questi li hanno messi grazie al concerto delle amiche per l’Abruzzo, che Dio le benedica. Ma l’edificio sotto non si poteva salvare allora e certo non si potrà salvare dopo tre anni di abbandono. Valeria mi porta in un vicolo e mi fa sentire l’odore del terremoto. Per quanto incredibile, capisco cosa intende. Dopo tre anni, si respira ancora la polvere.

Poco più avanti, una camionetta di militari. Zona rossa. Check point. Sono basita dell’assurdità del tutto. A cosa serve? Certo non a impedire i furti, in tre anni quello che c’era da rubare è stato rubato. Serve a controllare noi, mi dice un ragazzo con la massima disinvoltura. Più tardi andranno ad avvertire i militari che, a causa della pioggia, avremmo avvicinato una macchina al confine dell’area proibita. I bar hanno riaperto. La sera, specialmente del giovedì, c’è movida, mi dicono, pure eccessiva. Tutto il resto è deserto.

Andiamo a fare la presentazione, in una casetta di legno in mezzo a un parco, con gli alberi e i lampioni in parte ricoperti da pezze multicolore. Per carità, tanto affetto. Abbiamo ricevuto tanta solidarietà, pure troppa. Però “mettiamoci una pezza” non è un messaggio che ci piace. Non vogliamo metterci una pezza, questa è la nostra città. Però hanno dimostrato tutti tanto affetto, possiamo solo ringraziare. Forse il punto è proprio questo. Le tante belle idee, l’arte che si è profusa e si sta profondendo su quel che resta di questa città (foto, performance, teatro, romanzi) non serve a coprire la voragine della mala gestione, del commissariamento, dell’assoluto vuoto di senso di questa inerzia forzata.

Teatri, anfiteatri (troppi? nei posti sbagliati?). Casette di legno, costruite con tanta solidarietà, probabilmente tanti soldi, ma poca pianificazione (questa sta su una strada, vedi? Portava alle case lì dietro. Quindi o quelle case si buttano giù e basta, o si butta giù la casetta. No?). La tenda dell’assemblea, in piazza (c’è sempre qualcuno, una specie di speakers’ corner. Si è tornati a una vita politica molto elementare). E anche tante iniziative culturali, una specie di testarda lotta sui generis. Sarà il check point, sarà il panorama spettrale. Ma bersi un aperitivo sotto i portici suona come un gesto di resistenza civile. Anche se non si sa bene contro cosa.

Sono frastornata, non so neanche bene cosa pensare. Mi trovo nella casetta di legno, sotto una pioggia scrosciante, a parlare di respingimenti, di rifugiati, di CIE. Osman è più a suo agio di me. Parla con la positività dei suoi 23 anni, testimonia sereno le atrocità che ha vissuto e guarda avanti. Io invece scricchiolo. Sento che la mia responsabilità di cittadina sarebbe ben altra. Che il mio impegno sulle migrazioni è solo un tassello di un immenso quadro che necessiterebbe ben altre forze. In questi giorni, in particolare, non resta da augurarsi che in Emilia le amministrazioni locali reggano l’urto del dopo-sisma. Perché da ieri riesco a cacciare  il pensiero che uno Stato che lascia una città e la sua cittadinanza per tre anni nell’abbandono più completo la struttura politica, la rappresentanza, la democrazia l’ha persa da un pezzo. Altro che crisi economica. Dovremmo essere molto più preoccupati.

 

2 pensieri riguardo “Check point L’Aquila”

  1. Hai capito. Io lo so che tocca venirci per capire. l’ odore della polvere e delle pietre. Pensa a noi che ci abbiamo vissuto prima. Per questo organizzo il viaggio lungo la Statale 17, è un altro modo, meno traumatico secondo me, per rientrare all’ Aquila, renderci conto e il tutto senza suicidarsi. E il discorso resistemza civile con l’ aperitivo, si, ho fatto anche quello.
    Grazie Chià, io ormai certe cose le ho talmente interiorizzate che non ho pensato a dirti che avrebbe fatto freddo, non ho pensato a mandarti il link della mia visita dello scorso anno per prepararti. Ma tanto ce l’ hai fatta.

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