Colpi di fortuna


Un mio collega, un gesuita sloveno, ogni volta che mi vede (circa due volte l’anno) mi dice immancabilmente: “Ma che bello, tu sei sempre così sorridente, così positiva!”. In effetti ogni volta che lo dice mi scappa da ridere, e così finisco con il confermare involontariamente la sua impressione. Positiva, io? Sono stata una delle adolescenti più ombrose della storia. Anche da adulta, tendo decisamente al ringhioso, con spettacolari scoppi d’ira. Ci sono colleghi poi che giurerebbero che mi porto sfiga da sola, vista l’innata tendenza a considerare “the dark side” di qualunque vicenda (avrei una carriera come avvocato del diavolo).

Ciò premesso, quel che è giusto è giusto: nella sola giornata di ieri mi sono toccati ben due colpi di fortuna. Del primo ho approfittato biecamente. Mentre mi rassegnavo ad andare alla presentazione di un libro con una Meryem decisamente poco incline a collaborare, mi si è presentata inaspettatamente un’occasione d’oro. Si materializza davanti a me Nizam che, ignaro, pensava di stare qualche ora a casa per riposarsi. Prima che se ne rendesse pienamente conto, mi sono data alla fuga (nella fretta ho dimenticato persino la borsa…), dandogli una splendida occasione di godersi la compagnia di sua figlia. Ehm. Lo so, non è stato correttissimo. Ma l’occasione fa la mamma stronza. Credo che mai più il kebabbaro si azzarderà a modificare la sua routine quotidiana. Piuttosto dormirà in macchina nascosto dietro un cassonetto.

La seconda fortuna è stato il libro in cui mi sono imbattuta. Non credo che mi sarei messa a leggere un libro sulla storia di un bimbo nato a 27 settimane se non avessi avuto un’opportunità così palese. Conoscere l’autrice, partecipare a una presentazione brillante, interessante, con un mix di registri davvero avvincente. E il libro, Soldo di cacio di Silvia Mobili, piacevole al tatto e di formato amichevole (comodo da portare in borsa e adatto a una lettura in autobus e a letto), me lo sono divorato in poche ore. Mi sarei persa davvero qualcosa se non l’avessi letto. E’ una storia che fa pensare, da molti punti di vista. Sono sicura che ognuno ci potrà trovare uno spunto particolare. Non è solo un libro di informazione, ma apre comunque mondi inesplorati. Riesce ad essere un’opera “di servizio”, pur essendo prima di tutto una narrazione di respiro universale. Perché universale è l’esperienza che mette l’uomo davanti alla vita e alla morte. Non serve essere mamme per sentirsi interpellati.

E’ molto raro, credo, che chi ha vissuto da protagonista una vicenda così riesca a scriverne con questa lucida sobrietà, che non toglie niente alla sincerità del racconto. Niente toni enfatici, niente punti esclamativi. Quello che più mi ha colpito è probabilmente la capacità di non assolutizzare la propria esperienza, pur così singolare. Tutto il libro parla di rapporti, di natura diversa: con il bambino, con il compagno, ma anche con gli altri genitori, con i medici, con gli infermieri. La mancanza di disperazione in queste pagine non è data soltanto dal lieto fine della vicenda: deriva specialmente dall’apertura che Silvia sembra aver conservato sempre, in quella condivisione nonostante tutto. Anche il libro, uno spazio tanto intimo, ha riservato delle pagine per gli altri, una sezione finale in cui parlano i medici e parlano soprattutto gli altri genitori, che raccontano altre esperienze di bambini prematuri. Persino i ringraziamenti finali sono significativi: mi hanno colpito soprattutto quelli alla pediatra Asl “che fin dall’inizio non ha voluto sentir parlare di ‘prematuro’ ma solo di bimbo”. C’è consapevolezza, c’è speranza, c’è voglia di fare in queste pagine. Si parla anche di una proposta di legge per tutelare queste maternità del tutto speciali. Si danno alcuni sobri, assennati consigli.

“Non dimenticherò mai quanto sono stata fortunata”, scrive Silvia alla fine della sua narrazione. Ecco, io credo che tutti noi dimentichiamo troppo spesso le nostre fortune. Grazie alla mamma di Riccardo/Soldo di Cacio per questo bellissimo promemoria.

Un ragionevole pareggio


Tornata dalla Svezia ho trovato in ufficio un pacchetto della Universal che conteneva ben 3 dvd e… una pantegana rosa. Cioè, probabilmente si tratta di un criceto, ma dovete scusarmi, Zhu Zhu Pets ancora non l’abbiamo guardato. Il sorcio ha avuto un grandissimo successo e imperversa su tutte le superfici di casa mia. Ai dvd abbiamo iniziato a dedicarci ieri sera.
Qui è sorta una controversia tra me e Meryem. Io tifavo spudoratamente per “La squadra di soccorso di Diego”. Lei, data un’occhiata all’immagine di copertina, ha dichiarato: “Ma è bruttissimo”. L’occhietto della Guerrigliera era infatti attirato dall’abbacinte rosa di “Barbie. L’accademia per principesse”. Ma io ho tenuto duro, usando l’argomento del tempo a disposizione. Prima di dormire potevano entrarci un paio di episodi, ho spiegato a mia figlia, ma non un film intero. “Ma io voglio un cartone da femmine”, ha brontolato ancora lei. Ci sono anche soccorritrici di animali femmine, le ho fatto notare. “Voglio un cartone di SOLE femmine!”. Eh, no. Il femminismo deteriore sul mio divano Ikea non è ammesso. Meryem frattanto già iniziava a ricredersi, alla vista dei primi cuccioli.
L’esperienza è stata positiva. Ho trovato il cartone, pur non brillantissimo come ritmo, comunque adatto all’età di Meryem (4 anni e mezzo) e pieno di notizie interessanti. Dopo un po’ lei interagiva eccome. Correva su e giù dal divano allo schermo, indicando con il ditino le risposte giuste alle domande “di verifica”. Stamattina non solo ha voluto guardare i due episodi che restavano, ma ha anche voluto rivedere il primo e ripassare tutti gli animali che erano stati tratti in salvo,dall’ornitorinco alle raganelle dagli occhi rossi. Insomma, si è divertita molto. A un certo punto mi ha chiesto perplessa perché i protagonisti parlino un po’ in italiano e un po’ in inglese, ma si è fatta comunque coinvolgere e ripeteva anche i numeri in lingua, non senza una certa fierezza. Io posso solo osservare che come pronuncia Manny Tuttofare mi pare meglio, ma sono piccolezze.
Però oggi ho dovuto, per giustizia, affrontare i miei pregiudizi, nella persona di Barbie/Blair. Meryem aspettava con ansia e io, in fondo, sono aperta alle novità. Ho scricchiolato più volte durante la visione della prevedibile versione modernizzata di Cenerentola, con colpo di scena finale. Non mi piaceva molto la situazione di disagio della protagonista finita per caso (una vincita a una lotteria) in una accademia di snob in cui le viene fatta pesare la sua diversità. Meryem stessa, dopo poche scene, ha commentato che sperava che Blair tornasse a fare la cameriera, perché “lei è timida”. Tuttavia, sebbene io soffrissi un po’, Meryem ha seguito attentamente fino alla fine. Mi verrebbe da dire che lo ha fatto con meno entusiasmo del cartone precedente, ma non sarei onesta: Barbie è un film, non deve essere interattivo. Insomma, a lei è piaciuto e alla fine neanche io posso parlarne troppo male: nonostante le apparenze, i messaggi sono ineccepibili, dal punto di vista educativo. Nessuno può farti sentire inferiore, c’è una principessa in ciascuna di noi, etc. Non mi ha conquistato, non l’avrei acquistato, ma si tratta meramente dei miei gusti personali.
Ho cercato fino all’ultimo, un po’ meschinamente, di vincere e oggi ho chiesto a Meryem, a freddo, quale dei due dvd le fosse piaciuto di più. “Tutti è due”, ha risposto salomonica la Guerrigliera. “Del primo mi sono piaciuti i cuccioli e il modo in cui li salvavano. Erano proprio bravi!”, ha poi precisato. “Del secondo… la mamma che ballava bene!” ???? Quale mamma? Boh. Forse mi ero appisolata un momento. “Ma sì, poi è diventata principessa lei, la cameriera. E tutto è andato bene”. Già. Vissero felici e contenti. Ballando una musica disco davvero terribile, se mi consentite un’ultima frecciatina. Vi prego, le principesse continuate a farle ballare il valzer, preferibilmente di Strauss. Ho un’età, io.

Hop! Iniziamo una nuova avventura…


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Eccoci qui. Quando ho ricevuto l’invito di Iolanda a partecipare a questa iniziativa della Universal Picture Italia, ho pensato che capitava al momento giusto. Meryem finora è andata al cinema solo due volte e non ha visto molti film in dvd. L’opportunità di ricevere in visione gratuitamente alcuni film di animazione mi avrebbe consentito, in un colpo solo, di fare un figurone con mia figlia e di iniziare a discutere di cinema con lei. Meryem solitamente non le manda a dire e mi tentava troppo l’idea di recensire qualche pellicola con il suo apporto. Cars II, uno dei due film che ha visto sul grande schermo, l’ha definito piuttosto noioso, per dire. Io poi posso anche tradurre questa presa di posizione un po’ netta in una frase del tipo “la trama è forse un po’ complessa per una bimba di 4 anni”. Ma la sostanza resta quella: non le è piaciuto granché.

Veniamo quindi al film con cui abbiamo iniziato le nostre visioni casalinghe, Hop. Vi dico subito che la Guerrigliera ha decretato che le è piaciuto, molto più di Cars II. Aveva qualche problema solo con “l’uccellino giallo” (=il pulcino Carlos): le è sembrato davvero molto antipatico e, francamente, non so darle torto (anche se io trovavo l’accento del piumato golpista semplicemente irresistibile). La fabbrica dei dolci di Pasqua l’ha conquistata assolutamente: ci tiene a far sapere che lei ci lavorerebbe volentieri in un posto così. Inizialmente mi diceva che avrebbe preferito un film interamente a cartoni animati, ma alla fine il povero protagonista doppiato da Luca Argentero si è conquistato la sua stima. E’ stato bravo, sostiene mia figlia. Quindi è scusato per il fatto di essere umano.

Ma la vera marcia in più del film è stata la musica. Ai titoli di coda Meryem aveva allestito una postazione di percussioni nel mio salone e le dispiaceva solo non riuscire a ballare come si conveniva e scatenarsi alla batteria nello stesso momento. Si alternava tra una attività e l’altra, facendo integrare a me quella che era costretta a sospendere per mancata ubiquità. E così mi sono assicurata anche una congrua dose di fitness!

Come adulto mi sento di aggiungere che si tratta di un buon film per un pomeriggio tranquillo. Il messaggio sul rapporto padre-figlio e sulle aspirazioni mi è piaciuto abbastanza e mi pare sia stato colto da mia figlia (4 anni). Il limite, ovviamente, è la scarsa familiarità di noi italiani con la tradizione del coniglio pasquale. Questo coniglio sembra fare un po’ il verso a Babbo Natale, il che da un lato aiuta, dall’altro sembra un po’ forzato. Va detto però che alla fine i bambini si fanno meno domande dei grandi. Meryem ha registrato che “coniglio pasquale” è una professione come un’altra – e da un certo punto di vista ilfilm non la smentiva particolarmente.

Letture in aria


Quando viaggio in aereo, spesso mi regalo il lusso di acquistare un libro all’aeroporto. C’è un motivo preciso: quel momento di attesa, l’atmosfera un po’ ovattata, mi conciliano gli acquisti di impulso, quelli che non farei alla Feltrinelli dietro l’ufficio. Il più delle volte, sono stata ripagata. Sono stata molto soddisfatta di leggere, ad esempio, questo libro che, senza essere un capolavoro, mi ha raccontato molte cose che non sapevo e mi ha guidato verso altre letture, più impegnative (tipo questa). In un’altra occasione, tra le riviste di un’edicola, ho scovato questo, una lettura piacevole e non banale. Ieri ha fatto una rapidissima trasferta a Bari, andata e ritorno in giornata. Uscita di casa con la sola borsa, come se andassi in ufficio, mi sono goduta al massimo il giro d’obbligo alla Feltrinelli del terminal del voli nazionali. Ne sono uscita con l’ultimo libro di Elif Shafak, l’autrice turca di cui ho apprezzato molto il Palazzo delle Pulci e La Bastarda di Istanbul (un po’ meno Le quaranta porte, anche se l’idea era interessante). Udite, udite: è un libro sulla maternità. Si intitola, molto efficacemente, Latte nero. Storia di una madre che non si sente abbastanza. L’ho trovato interessante, molto originale. Fa un po’ fatica a tenersi insieme, in un certo senso, ma questo è paradossalmente molto in linea con il filo conduttore del libro, una specie di racconto mitologico delle contraddizioni. Ci sono moltissime interessanti informazioni sulla vita di scrittrici famose di tutto il mondo e del loro rapporto con la vita di coppia e la maternità. C’è l’esperienza personale, raccontata con una metafora in cui mi ritrovo quasi del tutto: il tentativo di conciliare “il piccolo harem che c’è in ogni donna”, incarnato in 4 (poi 6!) piccoli personaggi interiori dotati (dotate) di vita propria. Anche la depressione post partum, di cui l’autrice ha sofferto, è un personaggio di favola, per la precisione un jinn. Leggetelo, vi sorprenderà.