Calmare la mente


Da un paio di settimane, anche attraverso alcuni scambi significativi con due amici diversissimi tra loro, mi chiedo se sia arrivato il momento di cambiare prospettiva.

Ho sempre dato per scontato il fatto che una vita degna di essere vissuta sia una vita mobile, animata da slanci, piena di fuoco, di inquietudine, di passioni. Tutta la mia vita adulta è stata così e nonostante oggi, se dovessi fare un bilancio, non sarebbe particolarmente lusinghiero, non posso dire di esserne dispiaciuta. Ho creduto in varie idee e persone, talora contro ogni evidenza, sono stata generosa di entusiasmo e di sentimenti. Ai limiti della irragionevolezza e talora fieramente (e forse ostinatamente e addirittura caparbiamente) oltre quei limiti.

Mi sono sempre riconosciuta nell’esortazione di Pedro Arrupe a innamorarsi. E di anno in anno mi rendo conto di fare più fatica, forse perché non sono capace di innamorarmi di Dio, ma vado piuttosto dietro a “tutte le cose” (persone incluse) e soprattutto all’idea stessa di me innamorata e entusiasta.

Non mi abbandona negli ultimi anni la sensazione di girare a vuoto e, peggio ancora, di un certo senso di non autenticità. Cerco di convincermi, di trovare espedienti, di distrarmi e allo stesso tempo mi ostino sempre più a raccontarmi cose che in fondo so non essere vere, insultando la stessa intelligenza di cui mi vanto.

Ma se fosse arrivato il momento di deporre questa ricerca di slanci? Se questo che oggi mi pare il rischio di una misera rassegnazione fosse invece una strada per uscire dal pantano in cui mi trovo? Forse la vita che mi aspetta in questo “secondo tempo” non somiglierà affatto a quella che ho sempre considerato felicità. Vuol dire che non sarò mai più felice?

“Non si può essere sempre felici”, ho scritto un giorno a un amico, più per recriminazione che per saggezza. Magari devo imparare un modo nuovo di essere felice.

A esserlo anche da sola, ad esempio. Ricordo tempo fa che su Facebook c’era un giochino in cui si chiedeva di pubblicare foto di momenti felici: in nessuno degli scatti che ho scelto ero sola, non ricordo chi me lo ha fatto notare. Per me fino a oggi la felicità non è solitaria. Mi angoscia la prospettiva di non avere nessuno con cui condividere le cose importanti come quelle piccole.

Eppure questo è il corso abbastanza inevitabile della mia vita. Inutile cercare di aggrapparsi disperatamente ai rapporti di amicizia che mi si presentano, caricandoli di aspettative esagerate. Come dice una canzone che amo moltissimo:

“Don’t cry out or cling in terror
Darling that’s a fatal error
Clinging to a somebody you thought you knew was yours…”

Magari poi dovrei prendere esempio dai miei due amici diversissimi tra loro  (ma sicuramente entrambi diversissimi da me) e pensare seriamente di allenarmi a calmare la mente, “quello spirto guerrier ch’entro mi rugge”. Come non so bene. Inizio a guardare in faccia le mie paure più grandi e poi vediamo questo dove mi porta. 

Confort zone


“Era da anni che non stavo così comoda”. Mi è venuta dal cuore, questa considerazione, dopo il primo dei due giorni e mezzo di seminario di canti ebraici con Evelina Meghnagi.

Non che ci fossero molti motivi di stare comoda. Intanto non so cantare. Mi piace, ma non sono tanto capace. Il gruppo a cui mi univo si conosce da anni e aveva già studiato tutti i pezzi. Non sono ebrea. Non ero proprio l’unica, ma quasi. Apparentemente non c’entravo proprio nulla. Tanti motivi di stare in ansia e io tendenzialmente sto in ansia (in questo l’età non mi ha migliorato).

Perché ho accettato convinta, entusiasta e tranquilla una proposta così, senza neanche fare mezza domanda di chiarimenti? Perché la cosa si configurava come un segno del destino e un messaggio dell’universo e io, in questi casi, gongolo e mi butto. 

A volte toppo clamorosamente, ma non è stato questo il caso. Una volta mi ricordo di aver pensato, a un concerto di Evelina, che per qualche motivo la sua musica riesce a tracciare un filo, un senso (se non logico, artistico), a tutti i pezzi frammentati della mia vita. Oggi lo confermo.

Ricordi dell’ulpan di Gerusalemme e dell’estate del mio primo attentato. Il fascino della sinagoga sefardita di Londra l’estate dopo la maturità, che si è saldata ai rilievi assiri del British Museum e mi ha spinto verso il percorso universitario che ancora parla alla mia anima. Mio padre che pochi giorni prima di morire mi chiede di tradurre il testo di Adon Olam. La ninna nanna struggente cantata sulla piazza del Campidoglio dopo il naufragio di Lampedusa.   Il libro di ricette sefardite comprate la prima volta che sono andata a Istanbul, per difendere fin d’allora uno spazio mio in quella Turchia di altri che da allora non mi ha mai lasciato. Le danze di Eli, la memoria nei piedi, gli spettacoli senza vergogna al Pincio, a piazza di Spagna, persino al Carnevale di Viareggio. Ma anche la maimuna e quel pensiero che un giorno dovrei dipanare quel filo che lega quella festa tripolina al marzeach dei miei antichi studi.

Le identità, le lingue, gli alfabeti, le religioni, le contraddizioni del mosaico unico e particolarissimo di ciascuno. L’individuo che si muove come una medusa nel flusso potente e contraddittorio della storia. Gli strappi, gli esili, i conflitti. Queste cose sono davvero la mia essenza, quello che in mille forme diverse ho inseguito sempre. Negli studi, nel lavoro, nelle amicizie, nei viaggi, persino negli amori (forse non casualmente sempre complicati e spezzati, anche quelli). 

Magari in questa inquietudine c’entra il confine di mio padre, quello che si è portato dentro tutta la vita e dove oggi è sepolto. La lingua negata di cui non mi ha mai esplicitamente parlato, ma che si vede in filigrana nella lettera persa del nostro cognome. L’attenzione e l’amore che ho sempre visto in lui per le minoranze, per la complessità di chi non entra in un’etichetta nazionale, linguistica, religiosa (ma quale uomo può essere definito con un aggettivo solo, alla fine?).

Sia come sia, non mi è facile parlare di queste cose nella vita quotidiana. E in questi giorni, oltre a cantare malamente in quattro lingue, ho parlato a macchinetta di un sacco di cose e mi sono sentita ascoltata e persino apprezzata. Cavolo, se mi serviva. Mi sono accorta che mi ero un po’ smarrita, a furia di censurare parti di me troppo ostiche per gli altri. Ho respirato a pieni polmoni, ho ricordato il mio fondamento e la mia mobile stabilità.

Sono davvero stati giorni preziosi, di cui sono infinitamente riconoscente.

Sempre qui, ancora qui


La settimana scorsa ho letto con piacere un post di un’amica di web che ha ripreso a scrivere un blog dopo 15 anni. Mi sono ricordata di un bel post di Claudia Porta, che riassumeva anche lei che è successo “nel frattempo”, da quando siamo state un po’ meno mamme blogger, con i figli non più bambini e la vita che per tutte ha fatto giravolte inattese, in su e in giù, tipo montagne russe. Anche Valentina, cara amica e certamente una delle blogger più talentuose in cui sia incappata, ha ripreso a scrivere.

Io in tutto questo tempo sono rimasta qui. Un contenitore un po’ vecchiotto, senza newsletter, che a tratti non ho aperto per mesi, ma che funziona da 20 anni e a cui sono affezionata. Che è successo in questo tempo a tratti l’ho quindi già raccontato, sia pure in forma un po’ più criptica e a intervalli irregolari.

Solo le pietre non cambiano, mi ha detto sere fa un amico, ricordandomi molto le frasi di vecchio maestro che sentivo quando guardavo l’Albero Azzurro con Meryem. Dunque evidentemente sono cambiata anche io, negli ultimi venti anni in cui ho scritto in questo blog. Alcuni cambiamenti li avverto, soprattutto quelli che sento come peggiorativi. Altre cose sono rimaste costanti. Qualcosa ho fatto e ho imparato, cerco di riconoscermelo. Mi piace aver conservato abbastanza intatta la capacità di gioire in modo immediato e ingenuo, quasi infantile, se faccio o se vedo qualcosa che mi piace.

Se dovessi menzionare una sola cosa che ho caratterizzato questi anni è la ricchezza straordinaria di incontri che ho fatto e che continuo ad avere l’opportunità di fare. Questo blog è stato un luogo di relazioni e un po’ continua ad esserlo, anche se ormai gli strumenti “nuovi” lo hanno un po’ depotenziato. Certo alcune persone incontrate qui continuano a sorprendermi, per la vicinanza che continuiamo ad avere, a dispetto del tempo che passa e delle opportunità di incontro fisico ormai limitate.

Da ragazza avevo il complesso di non avere amici. A tratti questo pensiero mi accompagna ancora, a dispetto di ogni evidenza: di amici ne ho moltissimi, diversissimi, nei contesti più vari. Quando riesco a farli incrociare tra loro, come potrebbe succedere domani, provo la stessa gioia di quando studiando un argomento mi imbattevo in un collegamento non scontato che gettava luce nuova sull’intera questione.

L’inquietudine non credo mi abbandonerà mai, e non mi dispiace. Non mi sono mai “sistemata” e ormai, probabilmente, non mi sistemerò. Non sono felice di essere sola, quando lo sono, ma di essere libera sì.

Il diritto di dire “ma”


Ieri ho guardato un servizio di Report di cui mi avevano parlato diverse persone. Non mi importa di entrare nel merito in questo post, ma il motivo per cui me lo avevano segnalato è che negli ultimi due anni per lavoro ho frequentato parecchio la Prefettura di Reggio Calabria, in particolare per questioni che riguardano immigrazione e sbarchi. Chi segue un po’ il tema e/o la trasmissione capirà a cosa mi riferisco.

Il mio punto oggi (ma ci rimugino ininterrottamente da ieri) è che in tutta onestà quel servizio non mi pare meriti l’entusiasmo con cui mi era stato presentato. Chiarisco subito, a scanso di equivoci: l’episodio di cui si parla, una strage di migranti a largo delle coste calabresi, è assolutamente reale, agghiacciante e meritevole di essere reso pubblico. Non per questo sono perplessa. Eppure, la tesi complessiva del servizio è piuttosto debole e il modo in cui è argomentata appare singolarmente sciatto.

Purtroppo il quadro è per certi versi assai peggiore e più tragico. E allo stesso tempo, quanto viene insistentemente suggerito in gran parte attraverso una testimonianza anonima e qualche astuzia di montaggio non suona affatto convincente. Per dimostrare che una certa situazione è stata gestita in modo anomalo, bisogna provare che in situazioni analoghe nello stesso contesto sono state fatte scelte diverse. Non dovrebbe essere difficile farlo: purtroppo non sono rari in quel porto né gli sbarchi né le vittime. Il servizio di fatto insinua che chi dice che (purtroppo, aggiungo io) non è successo nulla di particolarmente diverso da ciò che solitamente accade, lo fa per omertà o per timore.

E invece il punto è un altro, secondo me. Le omissioni di soccorso sono all’ordine del giorno, lì e altrove. Gli sbarchi in quel porto erano gestiti in modo anomalo rispetto ad altre regioni italiane e in qualche modo ingiustificabile già due anni fa. Quello che succede ogni giorno, in tutto il Mediterraneo e oltre, non dovrebbe farci dormire la notte. Ed è responsabilità precisa di tutti noi.

Ci piace di più additare un paio di cattivi che hanno dalla loro anche il fatto di essere particolarmente scostanti? Non mi fa particolare problema. Ma diamo a Cesare quel che è di Cesare. Le responsabilità delle due persone in questione (un ministro della Repubblica e un assessore regionale) sono molto diverse e, sebbene siano evidentemente (specialmente per il primo) assai più gravi di quanto ventilato nello specifico servizio, non mi pare sia necessario attaccarsi a insinuazioni malamente argomentate per sostenerlo.

Insomma, un lavoro fatto male, che mi ha lasciato un senso di disagio profondo paragonabile solo a quando si dibatteva di Riace ai tempi di un altro ministro, di altra parte politica (ma sempre in Calabria restiamo e pure nella stessa provincia, di cui in quel caso era originario pure il ministro in questione). Provare a argomentare che c’era stata evidentemente malafede nel costruire quelle accuse, ma che qualche problema evidente esisteva e andava affrontato, mi era stato sufficiente per sentirmi attaccare violentemente anche da amici abbastanza stretti.

Noto solo, incidentalmente, che anche in quel caso la Prefettura di Reggio Calabria aveva avuto un ruolo significativo. Evidentemente la collaborazione stretta con il Ministero dell’Interno prescinde dalle etichette politiche. Ma possiamo davvero meravigliarci se una Prefettura cerca di compiacere la volontà, espressa o presunta, del Ministro dell’Interno? Non mi pare una notizia.

Eppure di notizie ce ne sarebbero eccome. Peccato che evidentemente quelle rilevanti sono troppo complesse da comunicare…

Fuori dai denti


Guardiamo in faccia la realtà. Ci sono cose che mi riescono più o meno bene, ma altre per cui sono evidentemente negata. Quella che mi pare più evidente (a parte guidare, si intende) è la vita sentimentale. Comincio a credere che mi manchino proprio le competenze di base. Perché in realtà, negli ultimi 12 anni almeno, non è che le mie relazioni vadano male: non esistono proprio. E visto che il passare del tempo ben difficilmente migliorerà la situazione (come mi ha detto brutalmente ma saggiamente un’amica, alla nostra età gli uomini sono come gli ascensori: o sono occupati o sono rotti), mi sto rassegnando a fare pace con questo dato di fatto. Mi aspetta una serena vecchiaia da zitella.

Che sia messo agli atti che mi sono impegnata. Per almeno un paio d’anni ho anche usato i moderni strumenti a disposizione. Ma è stato un immenso buco nell’acqua, nel complesso. L’esperienza ha di molto arricchito il mio repertorio di aneddoti surreali, ma ha comportato anche un paio di esperienze sgradevoli. Dunque sono arrivata alla conclusione che decisamente non ne vale la pena: troppa fatica, praticamente nessun vantaggio.

Quanto alle (ormai rarissime) occasioni di socializzare dal vivo, ho cercato di cogliere tutte quelle che capitavano e persino di mettermi in situazioni che favorissero nuove conoscenze. Insomma, ho fatto i compiti. Ma evidentemente delle due l’una: o sono la persona più sgradevole del mondo (possibile), o sbaglio qualcosa. Certo possiamo convenire che non ho avuto molta fortuna, ma a questo punto mi pare difficile pensare che sia una coincidenza. Arrendiamoci al dato di fatto: proprio non ci so fare.

A questo punto forse converrà smettere di provarci e basarci su alcune verità consolidate:

  1. Per quanto cerchi di smussare, sono piuttosto eccentrica. Mi piacciono cose bizzarre, non ho grandi filtri, mi appassiono di argomenti astrusi. Questo è. Ma ho anche dei lati positivi. Chi non li vede evidentemente non ha alcun interesse a vederli. Amen.
  2. Il tempo è troppo prezioso per sprecarlo in attività potenzialmente deprimenti. Mi concentrerò più su cosa mi va di fare più che con chi potrei farlo. E smetterò di comprare due biglietti per ogni concerto o spettacolo a cui voglio andare, sperando di trovare compagnia. 
  3. Certe volte non capisco perché non c’è niente da capire. Non c’è per forza una motivazione più profonda di quanto appaia a prima vista. Magari se uno si comporta in modo immotivatamente scortese è solo una persona scortese. Non sta mandando un messaggio più sottile. Magari se le persone appaiono irrazionali e incoerenti è perché lo sono.

Sì, lo confesso, ho scritto questo post per potermelo rileggere di tanto in tanto e ricordarmi che, nonostante le apparenze talora dimostrino il contrario, non sono del tutto stupida. Che a tutte queste giuste considerazioni arrivo anche da sola, se solo accendo il cervello. Magari potevo scrivermelo su un quaderno privato. Ma qui lo ritrovo più facilmente.

Bilanci e buoni propositi


Non c’è niente di meglio di un funerale all’inizio di settembre per riprendere le fila delle grandi questioni irrisolte della propria vita, non trovate? Scherzi a parte, oggi mi trovavo a partecipare a una delle occasioni, sempre meno rare, ahimè, in cui avevo l’opportunità di salutare un altro pezzo della mia giovinezza che se ne è andato. E per me giovinezza significa ricerca, Vicino Oriente antico e tutto un pezzo di passione ancora bruciante, più volta seppellita eppure ancora lì che si riaccende sotto la cenere ogni volta che ci guardo da vicino.

Però davvero vorrei dire a me stessa che il tempo non passa invano (perché davvero ne è passato un sacco) e che con un po’ di distacco ormai posso aggiungere qualche commento e prospettiva nuova a quel miscuglio di strazio e di nostalgia che simili occasioni non mancano di lasciarmi addosso.

Precisamente, sento il bisogno di condividere una riflessione. A noi ex giovani i nostri maestri hanno dato un sacco di cose, alcune oggettivamente impagabili. Ciascuno a suo modo, nelle loro diversità, ci hanno reso in qualche misura partecipi di qualcosa di speciale, che definire professionale sarebbe riduttivo e a tratti improprio (anche perché spesso e volentieri non era e non è pagato). Credo di parlare per molti dei miei coetanei o giù di lì quando dico che quello che abbiamo avuto (nel mio caso specialmente da Garbini, ma non solo) è stata parte costitutiva di quello che siamo.

Però mi sento di aggiungere che un pezzo avremmo dovuto mettercelo noi e, almeno per quanto mi riguarda, non mi pare di esserci riuscita. Forse non ho avuto modo di farlo, forse non ero capace. Non importa. Ma certo una cosa loro non ce l’hanno data, se non in casi rarissimi: la capacità di apprezzarci senza competizione, di valorizzare ciascuno senza sentirsi sminuiti, di collaborare felici di farlo e senza dietrologie. Non ce l’hanno data perché loro per primi forse non l’avevano, o l’avevano smarrita strada facendo, per la natura stessa dell’ambiente in cui operavano.

Non che non fossero sinceramente amici, a volte. Ma questo nella maggior parte dei casi non si è tradotto in veri partenariati, gruppi di lavoro, situazioni propizie a coltivare e fare maturare i più giovani.

E noi? Forse nessuno di noi si è trovato davvero nella posizione di fare la differenza. Io, per dire, non c’entro proprio più nulla e come me tanti altri. Ma nel piccolo, abbiamo promosso sul serio un atteggiamento diverso?

Ci abbiamo provato, a tratti. Con l’associazione degli Orientalisti e i convegno autogestiti, per esempio. Ma io per prima ho sprecato troppa energia in recriminazioni amare e non mi sono preoccupata di coltivare il bello che c’era nelle nostre relazioni umane e, entro certi limiti, professionali.

Mi piacerebbe pensare che magari troverò un modo di rimediare e di restituire, in una forma creativa che ora non metto a fuoco del tutto, qualcosa di quello che ho ricevuto.

Sei felice?


“Ciò che ci rende felici è essere al centro di relazioni umane, vivere una vita ricca in senso di legami”. Questa frase di Pellai mi arriva leggiucchiando qua e là, in una mattina di lavoro. E ancora: “Essere felici vuol dire allora sperimentare anche la fatica e la stanchezza di dover essere non solo per e con sé stessi, ma anche per e con gli altri. Non si sorride sempre, all’interno delle relazioni. A volte si soffre, si piange, non si dorme di notte”.

Rimugino e ripenso a un momento, l’altro ieri pomeriggio, in cui camminavo per una Roma infuocata e sorridevo. Uscita da uno degli sprofondamenti di tristezza in cui inciampo sempre più di frequente, via via che il tempo passa, mi sono chiesta cosa esattamente mi avesse reso di nuovo felice.

Apparentemente, non era stato il contrario di quello che mi aveva reso triste. Per fortuna. Non mi sarebbe piaciuto l’idea di dipendere così tanto da un fattore esterno. Ma certamente, nelle montagne russe su cui continuo a vivere, l’oscillazione tra solitudine e relazioni (professionali, familiari, amicali) è certamente centrale. 

A volte non si dorme di notte, all’interno delle relazioni. Anche e soprattutto quelle con se stessi.

Sono felice? Per abitudine, inquietudine incoercibile e forse perfezionismo direi di no. Se sono ottimista, come in questo momento, attenuerei: non ancora, non del tutto. Ma la meraviglia è che a tratti sì, sono perfettamente e totalmente felice. Come nella foto che mi hanno scattato uscendo dal mare, a Palermo, dopo un tuffo non previsto ma molto desiderato. Come in una serata di un paio di settimane fa, quando tutto andava storto eppure restava anche giusto, facile, perfetto. Come sul marciapiede di via della Scrofa, l’altro ieri pomeriggio, al pensiero che qualcosa, ogni tanto, per quanto irrilevante possa essere, pare avere senso. E quando qualcuno se ne accorge insieme a te (o almeno sembra), si sprigiona un lampo di bellezza.

Ingenuità


Non è che io abbia mai seriamente pensato di essere furba. Questo mai. Eppure in fondo sono convinta di essere veloce a capire le cose, dotata persino di una certa capacità di analisi e di deduzione. Un po’ è la scuola che mi ha indotto a credere di essere intelligente.

Eppure, guardando all’ultimo anno e mezzo, ho preso cantonate madornali, tale da indurmi a dubitare delle mie più elementari capacità logiche. Più precisamente, mi sono bevuta balle, storie inverosimili, frasi dette evidentemente tanto per dire. Si sa, che tra adulti si fa così. Mica l’avrai presa sul personale? Ma sì, vedrai che una soluzione si trova.

Semplificare la vita agli altri, sempre. Non creare problemi. Ma figurati se ci rimango male. Certo, capisco benissimo. Riguardo foto rimaste nella galleria di whatsapp, percepisco in un pensile la presenza di un piccolo contenitore non mio e no, non capisco affatto e tuttavia, come si diceva in un antico programma di Arbore, mi adeguo.

Incasso silenzi, per adesso. Rosso di sera, bel tempo si spera. E tutto quel che segue.

Parare i colpi


Mala tempora currunt. E non accennano minimamente a migliorare. Bersagliati da notizie funeste da ogni parte, io e la mia bolla di amici ci barcameniamo tra la tentazione di imporci di fare gli struzzi e quella di rintanarci nel nostro piccolo privato (il che ovviamente vale per quei pochi che, per dirla con De André, “hanno una donna e qualcosa”: in caso contrario, il piccolo privato rischia di essere più angoscioso dello scenario globale).

L’ennesimo femminicidio nei giorni scorsi ha dato il via a una serie di commenti sui social e in parte anche fuori dai social che, se possibile, mi hanno ulteriormente intristito. Stamattina la mia amica Valentina ha espresso molto bene quella che era anche la mia perplessità: ma siamo davvero così sicuri di poter dare la responsabilità di un delitto commesso da un giovane di 22 anni ai suoi genitori? Io da parte mia non faccio che constatare che, per quanto mi adoperi, la maggior parte delle cose, incluse quelle che riguardano mia figlia, sfuggono fatalmente al mio controllo. E magari è meglio, perché onestamente non credo di essere proprio la persona più adatta a determinare le sorti dell’universo.

Mi sento di dire che da genitore mi pare ovvio mettercela tutta, investire tutto il mio cuore, tutta la mia anima e tutta la mia mente, e in adolescenza questo qualche volta può implicare perdere il proprio equilibrio e la propria sanità mentale, eppure essere disposti a ricominciare il giorno dopo. Eppure, pur facendolo, sono piú gli errori che le cose ben fatte e, soprattutto, questo non ci dà nessuna garanzia né tanto meno potere. Io ho esposto mia figlia almeno in un paio di occasioni, a meno di 15 anni, al rischio molto concreto di subire violenza. È andata bene, ma poteva andare male, malissimo. Certe volte la cosa mi tiene sveglia la notte ancora oggi, ma non so se in futuro valuterei diversamente.

Questo discorso però mi ha portato anche a farne un altro, leggermente diverso, con una collega. Notavamo, intorno a noi, un livello di crescente disagio e sofferenza dei nostri coetanei, che permea ormai quasi tutti i rapporti interpersonali e li rende faticosi, dolorosi e a tratti impossibili del tutto. La collega sosteneva che, mediamente, gli uomini sono messi peggio delle donne. Ci ho pensato un attimo e istintivamente mi veniva da concordare. Non perché noi donne soffriamo di meno, anzi: ma mediamente, stringendo molto i denti, andiamo avanti e teniamo i pezzi insieme. Stamattina, per dire, mi sarei volentieri rintanata sotto il letto come fa la mia gatta quando le cose non le vanno a genio. Però non l’ho fatto. Perché?

Direi che, statisticamente, una donna italiana difficilmente se lo potrebbe permettere, perché banalmente ha (o avverte) su di sé la responsabilità di qualcun altro: figlio/a, genitore anziano, altro parente, marito/compagno che (poverino) deve essere supporato, persona o animale a caso bisognosa/o di cura. E così lo stesso carico (irragionevole, inappropriato e a volte francamente ingiusto) di cui ci carichiamo istintivamente, finisce per essere quello che ci protegge dall’abisso. Paradossale, magari. Ma sospetto che ci sia del vero.

Cosa stiamo facendo


Stamattina un’amica, dalla Sicilia, mi segnala una notizia dell’ANSA, che vi riporto sinteticamente qui di seguito.

“Due autisti sono morti e 25 migranti sono rimasti feriti, alcuni in modo grave, in un ìncidente stradale avvenuto l’autostrada A1, all’altezza di Fiano Romano (Roma). I migranti, una cinquantina circa, erano sull’autobus della Patti tour di Favara che ha un contratto con la Prefettura di Agrigento. Da Porto Empedocle era partito alle ore 10 di ieri per trasferire i migranti in Piemonte. Sul colpo è morto uno dei due autisti a bordo; l’altro, sbalzato dall’abitacolo, non è stato ancora ritrovato. Il bus ha avuto un impatto frontale con un mezzo pesante. I due autisti, entrambi italiani, sono morti. I migranti erano sbarcati a Lampedusa nei giorni scorsi. I due autisti morti avevano 35 e 32 anni. Tra i feriti due sono stati trasferiti in codice rosso al Gemelli ed all’Umberto I, otto in codice giallo distribuiti in vari ospedali. Altri 35 migranti sono stati visitati, ma non trasportati in ospedale perché illesi: sono stati quindi affidati alla prefettura”.

Gli incidenti, per loro natura, sono tragici e imprevedibili. In questo caso, però, credo che sia utile sottolineare alcune circostanze che sono impietosamente messe in luce dai nudi fatti riportati dall’agenzia.

Una cinquantina di migranti, sbarcati nei giorni scorsi a Lampedusa, sono stati prima trasferiti a Porto Empedocle e di lì venivano accompagnati, in pullman, in Piemonte. Non si tratta di un fatto eccezionale, ma di un normale meccanismo di distribuzione dei migranti che arrivano via mare in tutte le regioni di Italia. Tale distribuzione implica che i trasferimenti siano da mesi pressoché continui e dai porti della Sicilia (o della Calabria) si utilizzano pullman, con tutte le ore di viaggio che questo implica. Sulle modalità, i tempi e i criteri con cui lo smistamento (o il “riparto”, come viene spesso definito) è effettuato ci sarebbe molto da dire, ma lasciamo per ora da parte questo aspetto. Limitiamoci a notare che i migranti sbarcati a Lampedusa e spesso soccorsi in mare a valle di viaggi efficacemente descritti, ad esempio, nel bellissimo film di Garrone “Io, capitano”, vengono assegnati al centro di accoglienza a cui per legge hanno diritto dopo una serie di passaggi non ovvi, non sempre lineari, che talora prevedono trasferimenti da un porto all’altro (ho sentito usare il termine “stallo” per definire queste soste tecniche) e attese anche di giorni in sistemazioni di fortuna.

D’altro canto, perché questo avvenga, centinaia di altre persone, per lo più italiane (funzionari di Prefettura, poliziotti, medici e infermieri, operatori di agenzie europee e internazionali, mediatori, volontari, persone volenterose e – la cosa oggi ha la sua tragica rilevanza – autisti), sono soggette – chi più chi meno – a turni di lavoro impossibili, tensioni, conflitti, problemi da affrontare senza reali strumenti per risolverli, obblighi di legge da rispettare senza la possibilità concreta di farlo.

Io credo sia davvero disonesto dire che tutto questo avviene perché le persone che arrivano sono troppe. Mi rendo tuttavia conto che chi considera solo quello che viene riferito normalmente dai telegiornali non può che pensare questo. I numeri degli arrivi sono sicuramente alti (a ieri erano sbarcati in Italia 125.928 migranti, secondo i dati ufficiali del Ministero dell’Interno), ma nel 2016 in un anno le persone arrivate via mare sono state 181.436, quindi abbastanza in linea con la situazione attuale. Una situazione non si può valutare solo con i numeri, altri elementi vanno considerati. Ma certamente una diversità importante rispetto al 2016 riguarda il funzionamento e la capienza effettiva del sistema di accoglienza. I posti disponibili sono sempre di meno e ci sono ragioni che determinano questa situazione.

In questi anni sono state prese delle decisioni, politiche, che – contro ogni buon senso e razionalità di uso delle risorse economiche – hanno di fatto minato il molto di buono che era stato faticosamente costruito (sia pure a macchia di leoprado, con mille limiti, in modo incompiuto…) per una gestione intelligente delle migrazioni forzate. (Questo è un discorso lungo, ma per una battuta rapida sulla recentissima attualità ascoltate ad esempio questa intervista). Queste decisioni oggi presentano il conto, non solo per quello che subiscono i migranti (che pure ci riguarda, evidentemente), ma più direttamente nel quotidiano di molti cittadini, in molti più forme di prima.

L’arroganza di pochi governanti incapaci (o almeno non intenzionati) a valutare la realtà è sempre più pericolosa. Io vorrei almeno vedere l’indignazione di molti cittadini. Non solo la legittima commozione per la morte di una bambina. Ma la profonda indignazione, argomentata e motivata, nei confronti di chi si prende il lusso di dare per scontata la morte e la profonda sofferenza di sempre più persone (migranti, lavoratori, persone che prendono seriamente la legge e il senso dello Stato).