A freddo

Lunedì sera ho seguito con attenzione la puntata di Presa Diretta, che trovate qui, se ve la siete persa. Mi ha fatto piacere anche di condividerne la visione con alcune amiche on line. Mi sembra importante e sicuramente positivo che una prima serata della RAI sia stata dedicata ai respingimenti di rifugiati e alla guerra in Libia. Però oggi non è di questo che voglio parlarvi, o forse non solo. Ho dovuto lasciar sedimentare per qualche giorno le sensazioni contrastanti che la trasmissione mi ha lasciato. Perché ho avuto la sensazione, fin da subito, che – nonostante le intenzioni e l’impegno civile e di denuncia, che di per sé sono un valore – ci fosse qualcosa che non funzionava. E non mi riferisco tanto e solo alle inevitabili omissioni, alle forzature necessarie, a questo o quel dettaglio. Alla fine forse ho capito qual è il punto vero. E’ un problema che sta alla base, che non riguarda il lavoro di quella specifica redazione. Il problema sta nel mezzo, il mezzo televisivo.

Mi spiego meglio. Qualunque addetto ai lavori sa, ed è pronto a spiegare, che il format televisivo ha le sue regole, le sue peculiarità. Soprattutto, i suoi tempi. Ecco, a me sembra che questi tempi televisivi non solo non aiutino a veicolare un messaggio sensato di impegno civile e di consapevolezza, ma che anzi necessariamente passino – in certa misura – il messaggio opposto. In un format del genere non si può mai approfondire: troppo lungo, l’attenzione calerebbe. Servono colori, toni forti. Se non lo sono abbastanza, vanno sapientemente calcati. La priorità è catturare l’attenzione, sempre. Il conduttore è sacerdote unico di questa liturgia: ergo, legittimamente, soprattutto interrompe. Gli intervistati, i suoi collaboratori, eventualmente il pubblico. Tiene i tempi.

Faccio un esempio concreto dalla puntata di Iacona. L’intervista ai rifugiati sopravvissuti del barcone è apparta fredda, inutilmente aggressiva, poco rispettosa. Sono certa che il tono sia stato scelto volutamente, per non indulgere a pietismi e comunicare obiettività. Eppure non posso fare a meno di notare che l’interlocutore, in questo efficace (?) scelta stilistica, sparisce. Si riduce a mera macchia di colore, fa atto di presenza. Ma più ancora mi colpiva il modo in cui il giornalista interpellava e poi toglieva subito la parola alla sua collaboratrice in studio, incaricata di riferire i feedback da internet. Sono sfumature, certo (e mi corre l’obbligo di precisare che escludo che il sesso del collaboratore abbia a che fare con questo). Ma certamente, in generale, l’atteggiamento era singolarmente privo di rispetto.

Si arriva alla fine della puntata con l’ansia, la sensazione che tutto fosse troppo complicato o poco pertinente, e soprattutto che noi della trasmissione (autori e pubblico) fossimo davvero troppo impegnati, troppo presi, troppo di fretta per lasciare davvero spazio a qualcosa. Ma è così? Una trasmissione televisiva deve trasmettere l’urgenza di un’operazione chirurgica a cuore aperto? Quale missione superiore ci si impone? Arrivare alla fine del programma? Tenere alta l’audience?

Soprattutto, qual è il messaggio implicito di una trasmissione del genere? In primo luogo, non è certo un’educazione all’ascolto e al rispetto. Quale che sia il tema, quello che lo spettatore coglie (almeno a me pare) è che il conduttore, è lui e solo lui quello che sa. Le sue “fonti”, i testimoni, gli esperti, hanno un ruolo meramente accessorio. Devono parlare e tacere a comando, devono intervenire a sottolineare e avvalorare quello che viene detto. Non si ha mai l’idea di condividere con il pubblico l’opportunità straordinaria di ascoltare qualcosa da chi davvero la sa. [N.B. Questo non è impossibile in televisione, in generale. Mi vengono in mente esempi in cui ciò viene fatto. Ma mai in trasmissioni di questo tipo].

Io sono convinta che per capire qualcosa di rifugiati (o di qualunque altro tema) si necessario, in estrema sintesi: a) non essere superficiali, riflettere, approfondire;  b) entrare per quanto possibile in rapporto con le fonti dirette e con i testimoni, senza filtri e senza mediatori (che a volte sono interessati); c) ascoltare con pazienza e umiltà, senza sovrapporre pre-giudizi propri o altrui, disponibili davvero a cambiare opinione o a iniziare a crearsene una. Tutte e tre queste cose, anche con le migliori intenzioni, sono incompatibili con i ritmi di una trasmissione come Presa Diretta, Report o simili. Forse sono incompatibili con i ritmi televisivi in genere. 

Dunque? Non lo so. Non sono mai stata contraria alla televisione, che è uno strumento potentissimo e potenzialmente di grande utilità educativa e civile. Mi pare, tuttavia, che forse bisognerebbe ripensare un po’ priorità e obiettivi. Voi che ne dite?

3 thoughts on “A freddo”

  1. Io ho guardato la puntata di domenica e, a volte, anche le altre di Presa Diretta e devo dire che il modo di fare di Iacona è quello, qualsiasi sia l’argomento trattato, e come le altre volte mi ha dato un po’ fastidio. Ricordo Iacona quando era inviato esterno di altri programmi, spesso con una folla attorno (quello che oggi fa Ruotolo da Santoro, per capirsi) e lì questo continuo interrompere e tenere il ritmo aveva il suo perchè, il suo motivo. In studio, con invitati scelti e interviste preparate mi sembra forse fuori posto. A mio parere, in una puntata come quella di domenica, gli unici momenti di respiro in cui oltre a vedere riesco a riflettere su quello che vedo sono quelli dei video “esterni”, quelli che vengono mandati in onda e non interrotti fino alla fine.
    Mi viene quasi da pensare che possa in questo senso funzionare meglio una puntata non in diretta, dove il ritmo viene dato dal montaggio e non dall’incalzare delle domande.

  2. Non ho visto la puntata ma penso di aver capito – un po’ per esperienza, un po’ perché hai spiegato bene certi passaggi – il tono della trasmissione. Purtroppo cara mia – e te lo dico sapendo che questa non è di certo una risposta alla tua domanda – la tua conoscenza del/sul campo e la tua profondità d’ animo vanno ben oltre quello che vuole essere una trasmissione che si pone lo scopo di informare ma (e questa è una legge) deve rendere conto a chi sta in alto con i numeri dell’ audience………

    Un bacio, paola

    1. Certo, Paola, capisco anche io. Solo che a volte penso che anche chi sta in alto potrebbe fermarsi un attimo e riflettere sui propri obiettivi in modo più articolato. Mi piacerebbe vedere una TV amministrata con un sapiente equilibrio tra profitto e servizio pubblico e, per quanto riguarda il secondo, una visione un po’ più evoluta e globale delle politiche, dei messaggi, delle scelte di policy.

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