Perdersi nel caos e tornare a casa

Che oggi sia una giornata difficile, da affrontare e da spiegare, credo che siamo pronti a dirlo tutti. Proprio per questo, mi sono decisa a condividere gli appunti decisamente disorganici che vi propongo qui di seguito. Mi paiono appropriati, anche se apparentemente riguardano solo insegnanti e educatori (e mi hai detto niente?). Educatori, ci piaccia o no (a me non tanto, a essere sincera, o quanto meno non sempre) siamo tutti. Lo siamo in particolare in questo momento, in cui solo uno spettacolare quanto imprevedibile ritorno al senso civico può farci ritrovare un senso, al di là dello smarrimento che sembra montare da ogni lato.

Ecco qui la mia esperienza di giovedì scorso, quasi unplugged. Magari a qualcuno è utile. Per me, ancora confusamente, lo è di certo.

“Una buona pratica della scuola sono gli insegnanti che si fanno venire i dubbi (su cosa fanno, su perché lo fanno, soprattutto su come lo fanno). Io direi che è una buona pratica di per sé, ma certamente diventa più produttiva quando questi insegnanti e educatori cercano e trovano degli spazi per dare spazio ai dubbi individuali e elaborarli in pensiero collettivo. Cesare Moreno, maestro di strada, fondatore insieme con sua moglie Carla Melazzini, anche lei insegnante e scomparsa nel 2009, del “Progetto Chance” a Napoli, si adopera per dare a molti di questi gruppi informali e compositi la possibilità di fare tesoro dell’esperienza accumulata dal suo gruppo in molti anni di esperienza e di riflessione condivisa.

Giorni fa, a Roma, ho avuto l’opportunità di partecipare a un seminario tenuto da lui, che voleva essere una sorta di preliminare (“un trailer, puro marketing”, ha scherzato lui) a un percorso di 4/5 incontri di formazione (libera e gratuita) e alla costituzione di un gruppo di lavoro territoriale. Anticipo subito che un altro appuntamento di rilievo (e un’altra occasione per potenziali dubbiosi) si terrà a Napoli il prossimo 3 e 4 luglio: si tratta delle Giornate di Studio “La mappa e il territorio. Perdersi e ritrovarsi tra strada e scuola”, in cui saranno toccati temi caldissimi come Riflessività e costruzione di senso nella relazione educativa, La funziona educativa adulta all’epoca dell’evaporazione del padre, e altro.

La solita formazione fumosa, piena di terminologia tecnica e schemi in power point più simili alle istruzioni dell’IKEA che a linguaggio umano? Se così fosse, non saremmo qui a parlarne. L’incontro con Cesare è un’esperienza di per sé. Io mi ci preparavo, indirettamente da anni. Si può dire persino che lo avessi già incontrato in diverse forme, attraverso i racconti (e più ancora le pratiche didattiche) di una cara amica, ma più ancora attraverso il libro di sua moglie Carla, da lui curato, di cui ho già parlato in questo post. Quello che segue è un estratto dai miei appunti di ieri, organizzato secondo gli elementi che mi sono parsi più significativi. Circoleranno dei materiali elaborati sull’incontro di ieri, che potranno essere eventualmente condivisi in un secondo momento. Mi assumo, ovviamente, la responsabilità per ogni eventuale fraintendimento.

Pluralità e altri dilemmi di fondo
La professione dell’insegnamento è solitamente esercitata in modalità individuale. Spesso anzi si stabilisce una relazione biunivoca tra la persona dell’insegnante e una serie di variabili di natura logistica-organizzativa: “la classe è mia”, “la materia è mia”, “l’orario è mio”. Ciascuno persegue individualmente un percorso lineare, in cui la pluralità (eventualmente) è un attributo, un valore aggiunto. Invece la pluralità è un carattere fondante della professione: il soggetto è plurimo (docenti, non docenti, genitori, personale di segreteria…), il compito è plurimo. 

Studenti o persone? Noi non ci occupiamo di studenti, ma di persone. La scuola è nata per gli studenti, la persona a rigore non può entrare nella scuola. Salvo poi pretendere di interessarsi di tutto: dalla sfera sessuale al diritto di cittadinanza, dal bullismo al rapporto con le altre culture. Solo che tutto è trasformato in discipline. L’interdisciplinarietà risolve? Affatto. L’interdisciplinarietà non ricompone l’intero. L’essere umano è irriducibile alle discipline. Il concetto base è l’integrazione o, se si vuole, il rispetto della sacralità della persona, che non può essere scomposta. Se la disciplina deve essere strumento di crescita della persona, dobbiamo sapere come è fatta la persona. E non la persona in generale, ma quella persona specifica. 

La relazione educativa è reciproca? L’incontro tra educatore e ragazzo è di per sé asimmetrico, perché io da educatore sono chiamato ad assumermi la mia responsabilità (vedi sotto, autorità versus autorevolezza…). Però io educatore nell’incontro mi modifico. Tradizionalmente non si intende che la relazione educativa sia reciproca. Nel DNA della scuola non c’è l’incontro, anche se magari c’è nel DNA delle persone. E un altro concetto che manca nel modello tradizionale è il gruppo. L’impressione a volte è che si pensi persino che è meglio quando il gruppo non c’è, come se fosse un elemento di intralcio o di disturbo. E invece quando non c’è il gruppo è un disastro, provare per credere. 

Dichiarazione di servizio
Cosa ci proponiamo di fare con questo percorso? Illustrare una metodologia per trovare la strada di casa dopo che vi sarete persi nel caos irriducibile delle vostre esperienze di didattica. Perché il caos che vi troverete, che vi trovate di fronte è irriducibile: un caos stratificato, un caos multilivello. E nel caos non si può fare altro che perdersi. Allo stesso tempo, questo percorso si pone come un inizio di progettazione partecipata.

Il metodo
Non ci sono formule da insegnare per risolvere le situazioni. Del resto, se ce ne fossero, voi sareste bloccati completamente davanti a una situazione che presenta caratteristiche diverse da quelle previste dalla formula: se la formula non si applicasse, sareste persi, più persi di prima. Invece, applicando un metodo, con cui magari ripetutamente siamo riusciti a capire come si possono sciogliere delle situazioni specifiche, ci può permettere di affrontare con fiducia l’ignoto di ogni giorno. Il metodo ci permette di trovare una soluzione in tempi ragionevoli. Oppure di non trovarla e di sapere che in quel momento non potevamo trovarla. Quando la soluzione non si trova, gli atteggiamenti possibili sono due: o riconosciamo in coscienza che per adesso la soluzione non c’è (e magari potrebbe un giorno potrebbe esserci), oppure pensiamo che ci sia, ma che non siamo in grado di trovarla. Questo secondo atteggiamento, apparentemente più umile, implica però che noi la soluzione smetteremo di cercarla. Anzi, il senso di colpa in certi casi sarà talmente forte che non vorremo più sentirne parlare. In caso contrario, pur riconoscendo il nostro fallimento, resteremo con i sensi allertati per riconsiderare la cosa, se qualche spiraglio si dovesse aprire: manterremo alta l’attenzione. 

Il metodo che noi seguiamo è la riflessione. Facile, direte voi. Tutti riflettiamo. L’uomo è animale pensante e dunque riflettente. Dipende cosa si intende per riflettere. Qui vogliamo dire riflettere sull’esperienza e fare in modo che ciò che ci accade diventi patrimonio di pensiero. Apprendere dall’esperienza non solo non è ovvio, ma è anche particolarmente difficile. Ce lo dice l’esperienza: vediamo ripetersi sempre gli stesso copioni, con insegnanti particolarmente tetragoni nel non cambiare i propri schemi, studenti ancor più tetragoni nel non modificare una virgola degli atteggiamenti. Non è però un caso che sia difficile apprendere dall’esperienza. Ogni volta che apprendo qualcosa, sono costretto a ristrutturare anche le mie conoscenze precedenti, ad abbandonare le mie certezze. E questo mi fa sentire male. Non è solo un problema cognitivo. Immaginate una moglie che torna a casa e scopre il marito in atteggiamento inequivocabile con una bionda: non si tratta solo di acquisire l’informazione “lui ha un’altra”, di sanare una dissonanza cognitiva. Quello che si verifica è  una catastrofe emotiva, relazionale… Aggiungiamoci che apprendere dall’esperienza mentre si sta seduti serenamente a un tavolo è un conto, farlo mentre si è immersi in una situazione caotica che sfugge (parzialmente o del tutto) al nostro controllo è tutta un’altra storia.

La prima cosa da fare è la descrizione dell’esperienza. Si tratta di una descrizione soggettiva, deformata, volutamente non scientifica. In che senso? La scienza si basa su un’ottica disciplinare e le discipline, per funzionare, devono avere dei limiti, sono parziali. La descrizione che ci serve, invece, è a 360°. Si deve soffermare soprattutto sugli aspetti in ombra, sugli aspetti nascosti. La mente addestrata infatti rileva automaticamente ciò che è noto, trascurando i particolari meno noti o disturbanti. Queste osservazioni è meglio farle per iscritto: non solo perché oralmente ci si distrae, ci si perde, ma anche perché il passaggio tra la lingua orale e la lingua scritta non è una semplice fotografia di ciò che ho in mente, ma la trasformazione di ciò che ho in mente. Ciascuno dunque scriverà o esporrà la sua descrizione, la quale sarà, ovviamente, parziale, lacunosa, addirittura faziosa. Noi non abbiamo alcuna fiducia nella capacità del singolo di vedere la realtà nella sua interezza, ma crediamo che il gruppo sia in grado di ricostruire un quadro attendibile. Attenzione, qui non si parla di “vero” o “falso”, che presuppongono che qualcuno dall’esterno valuti. Ci accontentiamo di un quadro che riscuota un ampio consenso.

Un’altra precisazione: noi non parliamo di casi. Parliamo di situazioni. Ad accendere la situazione ci saranno evidentemente uno o più personaggi.

Qui si è fatto un esempio pratico. Alcuni partecipanti hanno descritto una situazione tipica della classe in cui insegnano. Altri hanno aggiunto informazioni alla prima descrizione, altri hanno fatto domande. Sono emersi via via, un po’ spontaneamente, un po’ dietro sollecitazioni, elementi utili a capire meglio le dinamiche. Tutto ciò è stato occasione di approfondire alcuni elementi di interesse generale (vado a mo’ di indice): la modalità cooperativa e il gruppo classe; affrontare dinamiche distruttive/dissipative; il tema della gerarchia e dei diversi modelli di leadership possibili, auto affermati o imposti; vantaggi e limiti di un’organizzazione funzionale del gruppo classe; l’autorità dell’insegnante come assunzione di responsabilità (che non significa autoritarismo); l’esercizio del potere riflessivo; la questione della lingua/delle lingue.

C’è una teoria dietro?
La teoria non sta “dietro”, ma può e deve avere un ruolo. La finalità del gruppo di insegnanti/educatori è costruire un pensiero condiviso, non uniforme (ci sono scambi), ma anche di tentare una condivisione ulteriore. Il ruolo della teoria, di una teoria non libresca, ma che si confronta con la pratica, è quella di far sì che la fatica fatta non vada dispersa, che non si debba ogni volta ripartire da zero. Una buona teoria può contribuire anche a dare sicurezza. Non va disprezzata.

Nella seconda parte abbiamo fatto un esperimento pratico, che consentiva di sperimentare la costruzione di un pensiero condiviso a partire dall’osservazione individuale di ciascuno. Il succo dell’esperimento, arricchito dai racconti degli esiti che la stessa prova aveva avuto in altri gruppi (di educatori, di studenti di età diverse, di genitori…), ha permesso di illustrare il passaggio da pensiero semplice (individuale) a pensiero complesso (condiviso) e, soprattutto, il passaggio da un ottica di giudizio a un’ottica di apprendimento.

Io devo ancora capire che cosa ci faccio, esattamente, in questo gruppo di professori/educatori. Ma nessuno mi ha cacciato, quindi sono ottimista sulle mie chances di essere ulteriormente tollerata come clandestina a bordo. Se effettivamente sarà così, potrei tornare a farvi partecipi.

P.S. Ho messo in grassetto alcune espressioni, che mi paiono di portata più ampia del contesto a cui si applicavano in quel momento. Il compito educativo, anche come genitori, non può essere un’impresa solitaria. Non solo perché supera di gran lunga la capacità del singolo. Ma soprattutto perché educare è scienza sociale. Me lo ripeto a bella posta, proprio in un momento in cui la tentazione di contare solo su noi stessi, come singoli, è in agguato a ogni più sospinto. Quando ci si guarda intorno e ci si vede isolati. Quando non si scorge, nei luoghi che frequentiamo, alcuna consonanza reale. Eppure, per ardua che sia, la via è quella. La costruzione, la ricostruzione, di un pensiero collettivo, di uno spazio di relazioni che esca dalle quattro mura apparentemente rassicuranti che ciascuno di noi si è scelto.

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