I film della memoria

Questo pirotecnico post della Piattins sulla filmografia della memoria mi punge sul vivo. La visione di film in famiglia a casa Peri era un’esperienza formativa a tutto tondo. Tv, chiaramente, molto più che cinema. Sebbene si vociferasse che mio padre fosse abbastanza appassionato del grande schermo (pare che avesse persino un carteggio con Fellini), alla fine – per motivi logistici e sospetto anche economici – le visioni familiari prediligevano decisamente quello piccolo. La formazione prevedeva mio padre sdraiato sul divano con la testa in grembo a mia madre, apposite coperte e eventualmente me appollaiata sulla pancia (finché le dimensioni lo hanno consentito). Tutte le altre variamente appollaiate tra poltrona, puff e eventuali sedie. Per la programmazione ci si affidava, fondamentalmente, a mamma RAI (e più tardi anche al Biscione).

Alcuni momenti sono rimasti memorabili. Come quando abbiamo lasciato mia padre e mia madre davanti a Nove settimane e mezzo e li abbiamo trovati che russavano davanti alla scena dello spogliarello. O quando, davanti ai Blues Brothers, la famiglia si è divisa in due schieramenti distinti: chi si scompisciava e chi proprio non capiva che ci fosse da ridere, fino all’uscita indimenticabile di mia sorella Serena: “A me questi film americani di inseguimenti non piacciono”. Ricordo un capodanno agghiacciante davanti a Drive In (mio padre andava pazzo per le comiche di Benny Hill) e svariate estati a guardare film dell’orrore improbabili, tipo Tremors Api assassine.

Ma veniamo ai classici, ai film della memoria.

1. Tutti insieme appassionatamente. Questo, decisamente, è IL film della memoria. Anche a Natale, a tutt’oggi, è una sicurezza. So a memoria quasi tutte le canzoni e quando alla visione era presente zia Maria (la calabra zia di mia madre che veniva a trascorrere le feste a Roma, rendendo indimenticabile ogni singolo giorno) eravamo invitati a intonarle tutte insieme a lei, a partire da una delle prime, quella in cui le monache cantavano “Che cosa ne faremo di Maria…” (e lei sogghignava, ancora fiera di essersi fatta cacciare da scuola dalle monache circa 75 anni prima, per aver nascosto una rana nel cassetto della maestra).

2. La principessa Sissi. Un’altra sicurezza. Qui entrava in gioco anche l’orgoglio austroungarico del padre goriziano. Si godeva della bellezza di Romi Schneider, si rubava l’intramontabile battuta “Ah, brava!” del padre dell’imperatore, sordo quando faceva comodo, si empatizzava per l’antipatia verso l’insopportabile “Maman” di Francesco Giuseppe, allenandoci nella femminea arte dell’odio della suocera. Una palestra di vita.

3. I soliti ignoti.  Intramontabile, indimenticabile. Un must. Per i miei genitori, le basi culturali di una romanità acquisita. Per noi figlie, l’iniziazione al cinema d’autore e agli uomini che meritano di essere guardati (tipo Gassman, pur balbuziente, e  Mastroianni).

4. Buddy Buddy e, più in generale, tutti i film della coppia Jack Lemmon-Walter Matthau. La critica dice che non è questo uno dei più riusciti, ma il killer Trabucco e la sua mimica facciale mi sono rimasti impressi tutta la vita. Aggiungerei sicuramente alla serie E’ ricca, la sposo, l’ammazzo, con l’indimenticabile personaggio di Enrichetta (che temo sia diventato incongruamente uno dei miei modelli adolescenziali… peccato che non ero ricca).

5. Il cowboy con il velo da sposa. Diffidare del remake: non è la stessa cosa. Classicone Disney, che da noi riscuoteva successo anche per la presenza in famiglia di due gemelle femmine.  La gita in montagna si è scolpita nel mio immaginario come qualcosa che un giorno avrei voluto organizzare anche io. Negli anni cambiava solo la persona ai danni della quale l’avrei organizzata.

6. Quattro bassotti per un danese, ma anche FBI Operazione GattoIl Fantasma del Pirata Barbanera, Herbie il maggiolino tutto matto… Dean Jones era una garanzia: magari non si trattava di film pirotecnici, ma facevano ridere, erano dei buoni prodotti, affidabili come un vecchio Maggiolino. Io li riguardo ancora con immutato piacere. Meryem finora non li ha molto apprezzati, a onor del vero.

Poi si cresce e i film di riferimento diventano altri. Anch’essi debitamente conditi di ricordi: i film di gruppo, con i compagni di scuola e di università; i film dei primi (ma anche dei secondi e dei terzi) sospiri; i film di godimento privato. Ma la memoria familiare, che  – ormai forse lo avrete capito – nel bene e nel male è parte costitutiva della mia essenza, resta legata al divano di casa, ai plaid scozzesi, al telefono (fisso) che squillava – con i relativi brontolii di chi aspettava un’altra chiamata. Alla fine, lo sapevo, finisce che mi commuovo.

Questo post partecipa al blogstorming

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