Uno solo

Stamattina guardavamo, in ufficio, lo spazio di trasmissione che Uno Mattina Estate ha dedicato alla Giornata Mondiale del Rifugiato: in un servizio esterno, il nostro collega Nabaz accompagnava una bionda giornalista alla mensa del Centro Astalli. A conclusione del servizio, in studio, a padre Giovanni (presidente del Centro Astalli) è stata posta questa domanda: “Quanti Nabaz ci sono, in Italia?”.

Lui ha dato la risposta corretta, ovviamente, evidenziando come storie simili siano molte, e troppo poche quelle che hanno esito positivo. Ma io avrei risposto: “Uno. Di Nabaz, in Italia e nel mondo, ce n’è uno solo, lui”. Non prendetela in senso letterale: ci saranno tantissime persone al mondo e certamente svariate anche in Italia che portano lo stesso nome. Ma in questo post veloce, in una giornata convulsa, ci tengo a dire una ovvietà: un rifugiato è prima di tutto una persona, e in quanto tale è unica, irripetibile.

I numeri contano, l’UNHCR oggi ne dà di impressionanti. Ogni 4,1 secondi una persona nel mondo diventa rifugiato o sfollato. Questa frase è molto efficace, ma ancora non ci permette di arrivare del tutto al punto. Proviamo in un altro modo: i rifugiati in Italia alla fine del 2012 erano 64.779. Quanti ne conoscete? Io non riesco a fare bene il conto: più della media, certamente, dato il lavoro che faccio. Ma comunque piuttosto pochi. Finché questo non cambierà radicalmente, la solidarietà civile verso chi fugge resterà necessariamente una cosa astratta.

Un rifugiato ha gli stessi diritti di un cittadino italiano. Raramente, però, ha le stesse opportunità. Non è facile quindi incontrare rifugiati all’università, in quartiere, nei nostri luoghi di lavoro (a parte me, ma sono un caso a parte). Nelle nostre città vivono molti rifugiati, separati da noi da una barriera invisibile eppure spesso invalicabile: quella dell’imbarazzo che molti provano rispetto alle differenze sociali. Non nascondiamocelo, i rifugiati vivono spesso – specialmente a Roma – in povertà estrema. Cominciamo a dirci che non è normale. Non è normale in primo luogo per loro, che prima di diventare inaspettatamente uomini e donne in fuga erano avvocati, insegnanti, giornalisti, proprietari terrieri o anche contadini, infermieri, ostetriche, guardie forestali, studenti universitari (e si potrebbe continuare, cito a caso pensando a chi conosco). Ma soprattutto non dovrebbe essere normale per noi, che riconosciamo loro un diritto di carta salvo poi voltarci dall’altra parte.

Di Nabaz ce n’è uno solo. Come c’è una sola Myrra, una sola Isabel, un solo Safet, un solo Abel, un solo Ali (salvo omonimie!). Le tante iniziative organizzate in varie città in questi giorni sono un’occasione per incontrarli. Non ve la lasciate sfuggire.

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