Inizia l’avventura


Da ieri sono ufficialmente la compagna di un kebabbaro. Stanotte ha dormito un’ora e mezzo e poi è tornato al lavoro. Mi ha riempito la cucina di avanzi di pizza (io starei cercando non dico di stare a dieta,ma almeno di limitare i carboidrati…). Il primo weekend si avvia al termine e io posso dire con una certa fierezza: ero preparata. Non sto dando di matto. Ancora. E con un po’ di fortuna prima che ciò avvenga lui riuscirà a prendere orari più umani. Non posso che augurargli un grande successo. Sta mettendo, in questa cosa, la parte di lui che più amo (e forse è anche per questo che non sbrocco).
Stamattina, un po’ per ingannare il tempo, un po’ perché mi pareva giusto, ho fatto un salto al negozio con Meryem. Gli manca tanto, questo è evidente. Anche lei stamattina mi ha chiesto: “Ma perché papà deve lavorare così tanto?”. Coraggio. Tornando in autobus, con Meryem che è crollata addormentata sul 766, mi immaginavo che un giorno faremo un fine settimana a Genova noi tre insieme. Quando non mi è assolutamente chiaro, ma è bastato il pensiero a illuminare un po’ una giornata noiosa.

Ogni scarrafone…


Ho letto un post di un’amica (che non linko solo perché il mio discorso non è veramente una risposta al suo) e mi sono chiesta ancora una volta come sia questa storia del “figlio preferito”. Noi siamo cinque e mentre sono abbastanza certa di poter dire che mio padre aveva le sue preferenze smaccate, non riesco tutt’oggi a dire se mia madre le avesseo meno. Credo però che una parte della sua imparzialità si dovesse al fatto che non ha avuto figli maschi. Qui lo dico e qui lo nego, ma se dovessi avere un secondo figlio (il che ovviamente è ad oggi un’ipotesi abbastanza remota) credo che desidererei una seconda femmina. Mi fa un po’ paura infatti vedere alcune madri che conosco assumerenei confronti dei figli maschi atteggiamenti che mai mi azzarderei a definire sbagliati, ma che certamente mi mettono a disagio perché ai miei oggi ignari appaiono un po’ ingiusti. A me Meryem piace da pazzi. Ma non perché mi assomiglia. Nonostante tutto mi pare un po’ prematuro riconoscere in lei tratti caratteriali specifici di me o di Nizam. O forse semplicemente lei è stata così evidentemente e decisamente se stessa, fin da quando ero incinta.

Una delle cose che mi piace di lei è che è così originale, o almeno a me pare così. Anche questo magari dipende dal fatto che non frequenta solo noi, ma la tata, la sua famiglia, le maestre del nido, i compagnetti: raccatta e imita un po’ a destra e un po’ a sinistra e quindi io sono costantemente sorpresa. Un giorno le ho detto, così perdire: “Facciamo un patto”. E lei, prontissima: “Qual è il patto?”. Oggi mi fa: “Mamma, io suono e tu balli” e ha iniziato a suonare il piatto rovesciato a mo’ di tamburo, aspettando che io improvvisassi una danza tribale. Se poi ritrovo la lucidità mi dico che queste sono tutte cose normalissime, ovvie, evidenti. E credo che se avessi un altra figlia rivivrei la stessa meraviglia. Se avessi un figlio maschio le mie sensazioni uterine mi indurrebbero a “oscurare” Meryem? Non lo so davvero. Ma non so se vorrei provare.

Piccoli passi


Per varie ragioni, in gran parte legate immagino al mio nervosismo di questi giorni, Meryem questa settimana èstata moltoimpegnativa. Un capriccio dopo l’altro. Ieri, dopo averla messa a letto, ho realizzato che la giornata, pur non perfetta, era stata molto migliore. Quindi a qualcosa serve tentare di non sbracare del tutto, anche se a volte la tentazione ci sarebbe tutta. La bambina, anche se fa finta di essere un mulo, recepisce e come. Lo si capisce da come ripete serafica,nei momenti calmi, le istruzioni ricevute: “Quando mamma dice basta cartoni, si va a letto e niente lagne!”. Poi ovviamente l’applicazione pratica va contrattata di volta in volta e tentare di essere fermi senza perdere le staffe è l’esercizio del secolo. La sua frase che preferisco, al momento è: “Io sono una cucciola!”.


Fino ad ora mi sono trattenuta dall’aggiungere parole ai fatti di Rosarno. Forse se ne stanno sprecando troppe, rivelatrici troppo spesso di ignoranza se non di malafede. Il punto vero, mi sembra ci sia arrivato persino il Papa, è lo sfruttamento del lavoro nero. Maroni si appella alla tolleranza zero. Ma qualcuno lo dice che l’ultimo decreto flussi in cui datori di lavoro potevano chiedere l’ingresso regolare di lavoratori stranieri risale di fatto al 2007? Mettetevi con un po’ di calma (bisogna seguire alcuni passaggi, cosa inusitata nell’attuale mondo dell’informazione) e rileggete questo: http://sergiobontempelli.wordpress.com/2009/01/15/maroni-conferme-decreto-flussi/. Vogliamo anche aggiungere che se un imprenditore agricolo chiedesse di far arrivare un lavoratore stagionale dovrebbe aspettare, se è fortunato, 18-20 mesi? E intanto, i mandarini? Il punto reale è che la legge sull’immigrazione in Italia rende di fatto impossibile (o almeno fortemente irrealistico) l’ingresso regolare di lavoratori stranieri. Sono convinta che con questi meccanismi ferragginosi lo Stato lanci un messaggio forte e chiaro: ma chi te lo fa fare, sfruttane uno irregolare. Che ti costa anche tanto di meno. Per questo il Governo non può lavarsi le mani delle conseguenzedi una politica che, ahimé, non è nuova. La Bossi Fini non è fallita, come dicono scioccamente alcuni, perché non riesce a eliminare i clandestini (del resto ne crea di nuovi a getto continuo). Il vero fallimento è che non adempie in alcun modo alla sua funzione primaria: regolare gli ingressi legali di lavoratori stranieri nel nostro Paese, rispondendo a una forte richiesta di manodopera. Non si può aggirare tutto nascondendosi dietro buonismo e cattiveria, alternate a seconda di come soffia il vento. Una legge non deve essere buona o cattiva: deve essere giusta e funzionale, due caratteristiche che mancano all’attuale Testo Unico sull’immigrazione. Forse sarebbe l’ora di metterci mano sul serio, invece di appiccicarvi goffamente decreti a scopo propagandistico.


Dopo vari episodi critici in chiusura di 2009, mi sto imponendo una regola di buon senso: mantenere le distanze nei confronti di una persona (o piuttosto di tutta una situazione, il mio rapporto di sempre con questa persona) che non solo mi ha ferito molto profondamente e ripetutamente, ma soprattutto mi destabilizza. Ho sempre creduto che i colpi di spugna, la capacità di non portare rancore, fossero uno dei miei punti di forza. Mi sono dovuta ricredere. Il rancore, in questo caso, si ammucchiava fuori controllo. Avevo un bel mantenere riti, ostentare ironia, ricominciare da zero. Mi sono trovata talmente fuori di me da riuscire a guardarmi dall’esterno, per un attimo. E non mi sono piaciuta. No, non ero superiore, imprevedibile, fuori dagli schemi. Ero solo patetica. Masochisticamente falsa. E allora? Allora cerchiamo di cambiare rotta. Uno dei miei principali errori, nel passato, è stato ritenere certe strade obbligate. Non era così in passato e non lo è adesso. Cercherò di ricordarlo.


Ieri pensavo, dopo la telefonata di una amica reduce dalla prima pappa, che ci sono fasi che davvero non rimpiango. Quella è una, superata certamente dallo spanolinamento. Il che non vuol dire che al limite non sarei disposta a ripassarci. Ma rimpiangerle proprio no.


Un capodanno eccezionalmente gradevole e sereno. Siamo andati a cena da una cara amica, con un nutrito gruppo di ragazzi afgani e l’impagabile Marielou, con marito. Una serata azzeccata. Meryem ha giocato, ha ballato, ha resistito caparbia fino alle 10:30 e poi ha dormito su un bel lettino vista Tevere-Isola Tiberina mentre i più erano sul terrazzo sul tetto a vedersi i fuochi di artificio (Testaccio come sempre imbattibile) e io, con la padrona di casa, a scambiarci qualche confidenza sul balcone. Poi, mentre "i giovani" correvano a godersi gli ultimi scampoli del concerto di Venditti, lunga chiacchierata semi-seria con i grandi. Godimento puro.
Soprattutto è stato un Capodanno privo di ansia e di agitazione. Che sia così tutto l’anno, per me e per voi.


Una serata di libera uscita mi ha rimesso al mondo. Si vede che ero proprio arrivata… Ieri sera, parlatro, su ispirazione di Marielou, ho avuto un’illuminazione: non è che bisogna per forza fare quello che non si vuole fare. Basta fare qualcos’altro! Che sia questo il mio proposito per il 2010.


Un Natale da eremita e il dubbio mi assale: ma sarà davvero meglio così? Mai come quest’anno avrei avuto voglia di tradizione. Magari a piccole dosi. Ma nel caso della mia famiglia non sarebbe neanche tradizione: sarebbe innovazione radicale e probabilmente non auspicabile. E allora forse avrei voluto attingere a un po’ di famiglia altrui.
Ala fine non so bene cosa voglio. C’è un lato importante di me che cerca la solitudine, che mal sopporta i doveri mondani e che è, in sostanza, come i miei genitori forse avrebbero voluto che io fossi (?). D’altronde, la solitudine mi terrorizza. Non è vero che me la godo positivamente, come cerco di raccontarmi. Ora la presenza di Meryem complica ulteriormente le cose, ma in fondo me le complicavo in ogni caso, con una scusa o con l’altra.
E adesso mi rendo conto, per bizzarra coincidenza, che esattamente cinque anni fa, nel secondo post di questo blog, scrivevo la stessa cosa: "Non so cosa voglio". Sono dunque sempre allo stesso punto? So benissimo che non è così. Ma la perfezione certamente non è di questo mondo. O almeno non è di casa qui da me.


Il più bel regalo di Natale me l’ha fatto, in anticipo, mia madre, regalandomi l’ultimo libro che ha scritto (vedi colonna di anobii). Mi sta aiutando a far pace con me stessa in un periodo molto faticoso. Mia madre è persino "troppa". Troppo intelligente, troppo sensibile, troppo acuta, troppo comprensiva. La apprezzo profondamente per aver fatto di tutto per non farcelo pesare. Forse ha peccato di troppo zelo e alla fine accedere a lei come persona è stato un po’ complicato. Ma questo libro aiuta.