Oggi ho avviato un esperimento di ottimizzazione delle risorse umane di casa nostra. Dato che Nizam da una settimana ha lasciato il lavoro al cantiere per dedicarsi alle procedure di avvio del negozio di kebab, sto tentando di riformulare le competenze mattutine: io preparo e vesto Meryem, lui ultima le procedure e la porta al nido un po’ più tardi. Ciò vorrebbe dire spostare la sveglia dalle 6.10/6.15 alle 7.00 (con un po’ di allenamento, anche 7.15). Il piano, in sé geniale, ha un paio di punti deboli. Ma ci si può lavorare. Tipo: Nizam non deve chiudersi sotto la doccia esattamente all’ora in cui io dovrei uscire. Oggi è finita a schifio, con acceno di rissa tra me e il curdo e sonnolento padre. Meryem faceva da contrappunto con una rappresaglia a base di capricci. Alla fine sono riuscita a riportare la situazione sotto controllo, facendo solo una decina di minuti di riitardo al lavoro. Ho per fortuna avuto l’illuminazione di pretendere da Nizam di salutarci con un bacio come sempre: Meryem a quel punto si è illuminata in modo così evidente che un brivido di orrore mi è corso lungo la schiena. Cavolo, che responsabilità. Non si può neanche rissare un po’ a cuor leggero.

Sulla sostenibilità generale del piano preferisco non pronunciarmi. Non so davvero se, una volta aperto il negozio, riuscirò a farlo alzare all’alba a prescindere dall’ora in cui andrà a letto. Ma per ora cercherò di restare fedele alla linea "più sonno per (quasi) tutti".


Un castello con davanti un prato pieno di mucche. Con relativo cartello "Attenti al toro". Piove, ma non sempre. A casa sembra se la cavino benissimo. Insomma, cerco di godermi questo frammento di Irlanda, il suo vento, i suoi colori d’autunno.


Sia pure con il tempo tiranno che incombeva su di noi, ho incontrato Mammamsterdam, alias Barbara Summa, autrice di Statale 17. Un libro, per inciso, che è un piacere fisico tenerlo in mano. Che ha una consistenza e un odore che da Feltrinelli non li trovi. Un’ora ben spesa, questa presentazione informale e parzialmente autogestita, con chiacchiere quasi tra parenti. Un incontro che ho fatto benissimo a non mancare. Sul libro vi saprò dire di piùnel prossimo futuro, quando l’avrò finito. Perché, a scanso di equivoci, le considerazioni fisiche e formali non volevano essere un modo di distogliere l’attenzione dal contenuto. Erano solo sinceri complimenti all’editore Exorma.

Trincia, ti stimo


Sto maturando una stima improvvisa per Pablo Trincia, giornalista, autore di un servizio mirabile sui rifugiati afghani a Roma. A parte che parla dari, il che non è da poco, giuro che è la prima volta che vedo affrontare il tema con efficacia, rispetto, senza alcun pietismo o senso di carità pelosa. Mi ha colpito, ne ho parlato. Oggi arriva una donazione al Centro Astalli, accompagnata da una mail in cui due coniugi spiegano di essere rimasti colpiti dal servizio, di avercontattato il giornalista e di essersi sentito dire da lui che il Centro Astalli notoriamente assiste molti di questi ragazzi. Questo è vero, assolutamente, e il fatto che lui lo sappia e lo condivida è un segno ulteriore della sua serietà. Sono stata personalmente tormentata da giornalisti e fotografi che, imbattutisi nella stessa situazione (ragazzi afghani anche molto giovani, alcuni minorenni, costretti a dormire per strada anche se rifugiati), hanno pensato solo a come “fare lo scoop” (senza peraltro riuscirci), per poi dimenticarsene del tutto poco dopo. Oggi, cercando di capire un po’ di più di chi fosse Pablo Trincia, ho trovato queste considerazioni sulla conversione di Magdi Allam: le condivido, eccome se le condivido. E spiegano anche il suo approccio al servizio. Gli esprimo qui pubblicamente la mia stima. Chissà che un giorno ci si incroci.


Scirocco, pioggia, scocciature. Martedì parlo per Dublino e sarò fuori fino a domenica. Non so che portarmi, più precisamente non so che mettermi. Ho appena scoperto, ad esempio, che i pantaloni che indosso in questo momento presentano due tagli vistosissimi e apparentemente irreparabili. Sono vagamente agitata per l’organizzazione domestica in mia assenza e pare che dove andrò in cellulare non prenda. Riassumendo: posso tornare a letto e mandare avanti la mia vita di un paio di settimane prima di risvegliarmi?


Oggi è una giornata uggiosa e fredda, ma piena di pensieri positivi. Nulla di che, in realtà. Roba impalpabile, difficile anche da verbalizzare. Il primo, che scritto nero su bianco, è una botta di presunzione, è che sul lavoro sono brava. E non solo in quello che faccio per campare, ovvero la progettista/operatrice sociale/varie ed eventuali, potenziale policy officer, etc. Anche in quello che non faccio, e che forse non farò mai, ovvero la ricercatrice di storia delle religioni. E’ un po’ difficile spiegare perché leggendo un libro bizzarro sul santuario di Guadalupe, in Messico, ho pensato ciò. Eppure l’ho pensato. Credo di avere una marcia in più, un’antenna più potente di altri sui fenomeni religiosi. Riesco a coglierne il ruolo insostituibile nei grovigli della storia e godo moltissimo nel seguire fili intrecciati, che raramente non vengono banalizzati da approcci semplicistici o fideistici nel senso peggiore. Mi sono spiegata? Direi di no.

Il secondo pensiero è ancora più banale e casalingo. Fuori fa freddo, Nizam è in giro e a me oggi pare bellissimo che nel suo tornare a casa ci sia anche ritrovare me. Tornare a casa non è una cosa da dare per scontata. Per molti anni Nizam una casa non l’ha avuta, tra centri di accoglienza e alloggi di fortuna. Ecco, io non sono una casalinga neanche passabile, cucino poco e male, non decoro gli ambienti in modo creativo. Ma sono pur sempre qui, nelle quattro mura dove stiamo crescendo nostra figlia. Se non è casa questa…


Lavorando per il Centro Astalli, qualche volta ci capita di chiedere a personaggi noti di partecipare a un evento organizzato da noi, ovviamente a titolo gratuito. Molte facce note associano la loro immagine a campagne umanitarie, rilasciano interviste toccanti, sono in prima fila negli eventi benefici. Eppure spesso abbiamo delle brutte sorprese e scopriamo che dietro le belle parole si nasconde arroganza, protagonismo, se non addirittura avidità e scorrettezza. Ma tra tante delusioni (una stamattina), spiccano con maggior forza le sorprese piacevoli. E in questo caso i nomi sono d’obbligo. Oggi voglio ringraziare pubblicamente Massimo Wertmuller, un attore bravo, serio, affidabile. Ma anche e soprattutto una persona generosa e modesta, che dimostra interesse sincero verso l’impegno civile in tutte le sue forme. Per la seconda volta ha partecipato alla premiazione di un concorso letterario di liceali arrivando in motorino, preparandosi prima, presentandosi in camicia rossa e giacca a vento e tendendo la mano a tutti dicendo semplicemente: "Piacere, Massimo". Non vi fermate ai polpettoni trasmessi su RaiUno. Non sono le uniche cose che fa. E, soprattutto, è una gran bella persona.


Meryem e le uscite serali dei genitori degeneri (uscite separate, si intende).

Ore 19:30. Io, sommersa dai sensi di colpa, mi appropinquo alla porta dopo mille moine. Lei, impegnata a giocare, mi degna di uno sguardo distratto: "Torna presto, eh!".

Due giorni dopo, ore 19. Nizam con maggiore leggerezza e disinvoltura, saluta e se ne va verso la partita di calcetto. Viene inchiodato sulla soglia da un grido: "Papàààà!". Si volta perplesso. "Hai preso le chiavi?".


Abbiamo esaurito anche la prima influenza della stagione. Tossisce ancora, ma domani si torna al nido (dopo quattro giorni). Io mi sento un po’ fuori fuoco. Dovrei fare uno scatto di volontà, e invece…