Meme


Raccongo un invito indiretto di Panzallaria e rispondo al primo meme della mia vita.

RACCONTARSI IN 5 FOTO

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Foto di pessima qualità, che però mi vede ai tempi gloriosi del mio nuovo impegno con i rifugiati. Stazione Tiburtina occupata, la mia amica Marielou accanto e la sensazione di fare qualcosa di buono, che poi è diventato anche il mio lavoro.

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Un gran brutto periodo. Questa foto immortala, in un certo senso, la fine del mio matrimonio.

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Primi tempi della mia vita con Nizam. Molte incertezze, molte angosce. Il giorno dopo che mi ha scattato questa foto, partiva per la Germania con la prospettiva di restarci diversi mesi. Forse di non tornare.

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E invece, complice la burocrazia tedesca, è tornato. Non senza avermi fatto prendere un bello spavento. Questa è stata la nostra prima vacanza insieme, per cui non ringrazierò mai abbastanza il mio amico Pietro e la sua mamma. A quell’epoca non mi accettavano così a braccia aperte neanche i miei. Di lì a pochi mesi avrei perso il mio papà.

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L’epilogo lo conoscete. Eccoci con Meryem e con un’altra bimba che non è nostra. Ma in futuro, chissà…

Ovviamente, passo la palla a chi abbia voglia di cimentarsi…


Oggi sono un po’ amareggiata, come persona e non come mamma. Il che è in un certo senso una simpatica novità. Mi sembra di aver riacquistato percezione dei miei sentimenti individuali, anche se in questo caso dolorosi. Si tratta della vecchia, classica, delusione da amicizia storica che a pensarci bene non è più tanto solida. E che anzi, a pensarci meglio, è da tempo che ha lasciato spazio all’indifferenza se non a una velata ostilità. Saranno gli ormoni, ma mi sono sentita prima offesa, poi ferita. Oggi, dopo una mail di "chiarimento", sono ancora più allibita e scoraggiata. Avrei voluto almeno chiudere bene. Ma di questo non sono capace. Non sono amica del mio ex, non resterò in rapporti cordiali con la mia ex migliore amica. Prendiamone atto. I parallelismi tra le due situazioni, ahimè, esistono. Mi sembra di trovarmi in una situazione già vissuta. Da cui credo sia molto sano uscire, senza voltarsi.


Un consiglio: leggete attentamente le caratteristiche tecniche dei gadget mammeschi che vi regalano. Vi risparmierete molti cardiopalmi. A me hanno regalato un sofisticatissimo pannello da lettino chiamato "Ninna Mamma", che fa le lucine, ha vari tasti colorati che fanno partire musichedi tutti i tipi (classiche, new age, suoni della natura) e persino una funzione "record" per registrare la ninna nanna cantata dalla tua melodiosa vocina di neomamma (va da sé che qust’ultima funzione è stata utilizzata da Nizam per registrare rumori di ogni genere). Ebbene, stanotte mi sveglio perché sento al monitor Meryem che piagnucolava. Mentre mi appresto ad alzarmi, sento forte e chiara la musichetta new age. Arrivando nella cameretta, il Ninna Mamma è in funzione, con le sue lucine, poggiato come al solito sul divano Ikea, ben lontano dalla pupa frignante. Vero è che la sera non avevo disattivato l’interruttore come faccio di solito. Ma per far partire le musiche occorre schiacciare i tasti. Comincio a pensare vorticosamente. Nei giorni scorsi ho perso le chiavi di casa: che sia stato un ladro che, introducendosi furtivo, ha sfiorato inavvertitamente il Ninna Mamma? O peggio, un topo salito dal giardino sottostante? Con il cuore a mille, sveglio Nizam e lo obbligo a compiere un’accurata perlustrazione della casa (manco avessimo un castello). Iniziamo a formulare ipotesi sovrannaturali: fantasmi, angeli custodi che volevano avvisarci che la bambina era in pericolo? Per sicurezza comunque ci portiamo nel lettone la Meryem, che per una volta avrebbe continuato a dormire senza storie nel suo letto.

Stamattina il mistero si chiarisce con una rapida ricerca su internet (la scatola con le istruzioni l’ho buttata da quel dì): "Grazie alla speciale funzione ‘sensore sonoro’, NinnaMamma si attiva automaticamente in presenza di suoni come il pianto del bambino."


Ieri il controllo all’occhietto è andato bene – era più che altro uno scrupolo, sempre per il fatto che la piccola ha un occhio un po’ più basso dell’altro. Avevo già fatto una visita per questo, visti i tempi di attesa biblici del Bambin Gesù, ma la pediatra mi ha suggerito di non cancellare lo stesso l’appuntamento. Quindi ieri ci sono andata. Sinceramente la visita mi è parsa meno accurata di quella che avevo fatta un paio di mesi fa – sempre in convenzione – nella clinica dove è nata Meryem, a due passi da casa mia. Questo dottore non mi pareva, paradossalmente, molto pratico di neonati ("Quanto ha la bambina? Un anno?"). Comunque ha confermato che è solo una lieve asimmetria senza nulla di patologico e se proprio dobbiamo cercare il pelo nell’uovo ha una lieve propensione alla miopia, ma va solo controllata tra un annetto.

Oggi invece abbiamo fatto il richiamo dell’esavalente. Anche questa volta, niente lacrime. Al dottore è sfuggito un commento fantastico: "Ma questa bimba è un vero uomo!". Poi si è scusato, perché l’infermiera l’ha fulminato. Ma non mi ha detto nulla che non sapessi già. Quando sono uscita per andare al lavoro, circa cinque ore dopo l’iniezione, non mi pareva che la bimba presentasse alcun sintomo. Aveva anche mangiato di gusto la sua pappa, seguita da un po’ meno latte. C’è il vantaggio che capire le intenzioni di mia figlia non è difficile: quando vuole mangiare spalanca la bocca ad ogni cucchiaino, procedendo a ritmo ben sostenuto. Quando non ne vuole più, la chiude e a quel punto non c’è verso.

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Il training da romana di Meryem prosegue. Dopo aver preso la metropolitana all’ora di punta (metro b, piramide-castro pretorio), oggi abbiamo fatto una lunga passeggiata al Gianicolo. La meta era l’ospedale Bambin Gesù per un ulteriore controllo oculistico. Molti pensieri mi frullavano in testa. Quell’ospedale per me, come per molti, rappresenta il simbolo della sofferenza dei bambini, la più inaccettabile. Anni fa ci ho passato momenti difficili e so di essere in buona compagnia:non c’è tragedia pediatrica del centro-sud che non sia passata per quelle mura.

Avevo necessità di liberarmi la testa da vecchie angosce mai risolte. Perciò ho camminato fin lì, assaporando ogni passo del viale alberato fiancheggiato da busti di garibaldini. Un tappeto arancione di foglie sull’erba verde, i ciottoli irregolari sotto le ruote della carrozzina. Il Gianicolo è una specie di spartiacque. A sinistra, i pini sempreverdi dei giardini degli istituti religiosi, la torre della Radio Vaticana e infine, troppo vicino e quasi sproporzionato, il Cupolone. A destra, la vertigine del panorama per eccellenza. Oggi una nebbiolina bianca sfumava tutto: le colline dei Castelli, le cupole, i palazzi, il serpeggiare del Tevere tracciato dagli alberi rosso-bruni, i ponti bianchi di marmo che fanno capolino. Se pensate che il massimo sia piazzale Garibaldi, sbagliate. Bisogna andare avanti, verso il faro incongruo regalato a Garibaldi dagli argentini – mi pare. Lì la vista è ancora più esposta, sfacciata. E proprio davanti al faro guizza la cupola di S. Ivo alla Sapienza. Il centro storico di Roma è lì sotto in tutta la sua spudorata bellezza. Ogni volta cerco i dettagli, le statue di S. Giovanni in Laterano che si vedono appena, la Torre delle Milizie, la sagoma tozza del Pantheon, i campanili di Trinità dei Monti. Ogni dettaglio è un ricordo e altri mille, le memorie di una vita da romana. Ricordi stupidi, emozionanti, tristi. Come vorrei che anche mia figlia viva abbastanza in questa città da farsi i suoi.

Riproviamo


Attenzione: il post che segue è altamente mammesco.

Svezzamento, la saga continua. Premetto che gli orari dei parti di Meryem si erano regolarizzati più o meno su questo schema: 7.00 colazione; 11.00 pranzo (orario da ospedale svizzero); 15.00 merenda di frutta; 17.00 bibe di LA; (20.00 cena – ma non sempre); 1.15 spuntino di mezzanotte posticipato. Date queste premesse, il pasto da sostituire era quello delle 11. Ho provato a spostarlo verso le 11.30, con i risultati brillanti di ieri. Oggi dunque alle 10.45 ero là con il cucchiaino in mano. Ho fatto una pappa un po’ più densa (3 cucchiai di crema di mais e tapioca per 180 g di brodo), perché secondo me gradisce di più questa consistenza (peraltro prevista sulla scatola). Tutto ok, nonostante l’interruzione del postino con consegna di raccomandata esattamente a metà dell’opera. Ne mangia circa 3/4. Mi pare soddisfacente. MA. Verso le 11.20 Meryem decide che ci siamo tanto divertiti, ma adesso è ora di mangiare. Per cui reclama e infine ottiene la poppata consueta. Come spiego a mia figlia il concetto di “al posto di”?

I tempi sono tutto


Telegraficamente, solo per dire che il mio trionfale svezzamento di Meryem ha avuto una battuta d’arresto. Ho commesso un paio di errori tattici, il principale dei quali è stato cercare di ritardare di 15-20 minuti l’ora del pranzo. La curdina ha iniziato a urlare con quanto fiato aveva in corpo, e ne aveva tanto. Ho cercato di proporle cucchiaini di crema di riso, che mi pareva proprio della giusta consistenza questa volta. Mi ha guardato inferocita, come per dire: “Deficiente, io voglio del CIBO. Capito? CIBO. Non questi esperimenti del cavolo che fai da un paio di giorni a questa parte”. Mi sono arresa e le ho dato il latte. Poi, placata la fame, per dimostrarmi che è una bambina tutto sommato ragionevole e che anche le fisse della mamma devono essere un tantinello assecondate, si è mangiata 5-6 cucchiaini di crema di riso, brodo, olio e parmigiano come dessert.


Il fine settimana è passato tranquillo e senza intoppi particolari. Sabato c’erano le partite di due nazionali su due: Scozia-Italia e Norvegia-Turchia. Scaglionate di un’ora l’una dall’altra, mi hanno dato la possibilità di costatare ancora una volta una sostanziale differenza di metodo tra i telecronisti italiani e quelli turchi. Gli italiani sono decisamente allenatori: friggono sulla panchina, sbuffano ("Gattuso deve rientrare"), chiamano i cambi, esortano i giocatori a cambiare la disposizione in campo. I turchi invece non abdicano comunque alla loro posizione principe di tifosi. I commenti sono del tipo: "Forza, figlio mio, che manca poco! (circa 25 minuti, per la cronaca)"; oppure "Fantastico, un tiro bellissimo (peccato che non mirasse neanche lontanamente allo specchio della porta)". Il clima di familiarità è aiutato dal particolare piuttosto singolare che in Turchia usa chiamare i giocatori per nome e non per cognome e che dunque generalmente sia il primo e non il secondo a essere scritto sulla maglia.

Ieri siamo riusciti persino a vederci un film, molto carino, in DVD: Spanglish. Divertente, misurato, originale e anche commovente. Mi sentirei di raccomandarlo per una serata di relax, in cui non ve la sentite di rivedere Babel o altro film drammatico e/o impegnato

La seconda pappa è andata un po’ meglio della prima e siamo arrivati alla consumazione di buoni tre quarti del contenuto del piatto. Oggi mi pare di aver preso un buon ritmo: tra le 6.30 e le 7.30 ho preparato il brodo vegetale, l’omogeneizzato, dato la colazione a Nizam, a me medesima e a Meryem (ai primi due in tazza, alla seconda al seno), ho lavato una buona parte di una montagna di piatti. Appena la pupa ha abbassato la palpebra per la sua mini pennica mattutina, ormai davvero brevissima, sono schizzata sotto la doccia e mi sono sommariamente lavata e ancor più sommariamente vestita. Contestualmente ho appurato che in bagno mancava l’acqua fredda. Mi è parso un po’ curioso. Per carità, con 2 gradi scarsi meglio che manchi quella fredda piuttosto che quella calda. Ma ci sono macchie che, come voi brave donne di casa (ma anche donne e basta) saprete bene, non vanno mai trattate con l’acqua calda. Ma questa è un’altra storia…

Prima pappa


Prima pappa, dopo una notte quasi in bianco… Soddisfacente. La belvetta si è trangugiata, ridacchiando, circa la metà della razione prevista di brodo vegetalecon crema di mai e tapioca, olio e parmigiano. Domani si torna alla carica. La merenda di frutta ormai è consolidata. Ma perché da stanotte è così lagnosa? Io ho davvero bisogno di dormire… e di mettermi in paro con tutto quello che ho da fare (in quest’ordine).


La mia piccola ha cinque mesi. Cinque! Non mi pare possibile che sia già così grande. Da domani proviamo la pappa salata a pranzo. Oggi è l’ultimo giorno della mia seconda settimana in ufficio. Avrei bisogno di un po’ di incoraggiamento, di tanto in tanto, ma non mi posso lamentare. Credevo peggio, tutto sommato. Però una cosa è sicura: il tempo vola proprio.