Non sembra, ma abbiamo già vinto


“L’Italia non può sorgere a nuova vita se non cerca i semi in se stessa”. Questa tipica frase risorgimentale, scritta a lettere d’oro sopra il palco, dava una singolare chiave di lettura per l’evento di ieri pomeriggio. Di solito i convegni per la presentazione di progetti (realizzati e, ancor di più, da realizzare) sono noiosi. Uno strazio per chi li organizza e una spiacevole incombenza per chi è precettato a parteciparvi. L’incontro-concerto presso l’Istituto Cattaneo non si è limitato a fare eccezione a questa deprimente regola. Si è trasformato in un incanto raro, che mi ha lasciato addosso un groviglio di sensazioni ancora ben annodate. Dipanare un post non è facile, anche a svariate ore di distanza.

Intanto il pubblico. In massima parte studenti, ma non studenti qualsiasi. Molti volti noti, ragazzi rifugiati che anni fa erano ospiti dei centri di accoglienza e aspettavano l’esito della domanda d’asilo. Oggi studiano all’istituto professionale, chi con più scioltezza, chi con più fatica. Tutti con grandi sacrifici, ma questo è implicito. Le ore ai corsi serali se le guadagnano a suon di lavoretti precari e viaggi avventurosi da un capo all’altro di Roma, roba da fare invidia ai tragitti omerici che li hanno portati qui, anni fa. Tutti sorridenti, entusiasti, partecipi. Poi una bella porzione di facce nuove. Sono quelli che oggi frequentano i corsi di lingua italiana del Centro Astalli, i nuovi arrivati. Se possibile, ancora più entusiasti di annusare l’aria di una “scuola vera”. La parola studio suscita, in queste persone, un rispetto profondo: per molti di loro la scuola è stata un sogno irrealizzabile, vivo solo nei racconti di chi, nei loro Paesi, ricorda il tempo remoto di prima della guerra. E infine noi, gli italiani. Quelli che, nonostante le batoste e gli schiaffoni quotidiani della vita, continuiamo a credere che valga la pena di portare un contributo perché qualcosa cambi. Se non oggi, domani. Un pensiero particolare a quest’ultimo gruppo, che tante volte io stessa definisco (includendomici) con l’etichetta poco benevola di “sfigati quanto basta”, che se la cantano e se la suonano tra loro e poco riescono a comunicare ad altri le bizzarrie di cui ancora sono convinti. Ieri, dopo molto tempo, ho sperimentato con chiarezza che, al di là delle apparenze, noi siamo dalla parte dei vincitori. Perché non facciamo altro che sorridere e farci trasportare dall’inevitabile corso della storia. Il futuro ha gli occhi dei ragazzi che ieri erano in sala, di tutti quelli che ho rivisto dopo tanto tempo, di quelli che non conoscevo ma che vedevo scherzare con i loro amici, fregandosene di nazionalità, lingua, classificazioni e titolo di soggiorno. Mi sono sentita fiera di essere lì e felice di esserci con tanti amici. “Ci siamo divertiti come pazzi, vero?”, mi ricordava Massimo, che ha iniziato a fare il volontario alla scuola del Centro Astalli undici anni fa. Ed è vero, potrei citare mille episodi che ancora ci fanno sbellicare dalle risate. Ma divertimento, per me, è un termine riduttivo.  Ieri ho avuto la chiara percezione dell’infinita ricchezza che questi dieci anni ad Astalli sono stati per la mia vita professionale, ma soprattutto personale. Un privilegio, davvero.

Due parole sulla magia della musica, la “mia” Evelina Meghnagi. Canti del popolo ebraico, in esilio per definizione, che esprimevano quello stupefacente equilibrio tra disperazione e allegria, in un’altalena continua tra lingue diverse: dal ladino all’arabo tripolino, dallo yiddisch all’ebraico. In sala gli studenti afghani, turchi, iraniani, camerumensi, palestinesi, egiziani, ivoriani e romani di Roma sono riusciti, in quel mosaico di melodie, a sentire vibrare ciascuno qualcosa di suo. Chi una parola, chi una modulazione della voce, chi un suono di canto di pastori notturni, chi un modo di pizzicare il contrabbasso o semplicemente il ritmo che improvvisamente cresceva, strappando battiti di mani e tamburellamenti di piedi.

Sui piedi bisognerebbe scrivere un capitolo a parte. Perché dopo, levitando già a mezz’aria, sono andata anche a teatro per uno spettacolo di Erri De Luca, che mi ha offerto fasci di pensieri che avrebbero ben potuto sostituire questa mia goffa relazione. Mi piacerebbe tornarci su. Intanto condividerò questo testo, che trovo sempre azzeccatissimo.

Perché reggono l’intero peso.
Perché sanno tenersi su appoggi e appigli minimi.
Perché sanno correre sugli scogli e neanche i cavalli lo sanno fare.
Perché portano via.
Perché sono la parte più prigioniera di un corpo incarcerato. E chi esce dopo molti anni deve imparare di nuovo a camminare in linea retta.
Perché sanno saltare, e non è colpa loro se più in alto nello scheletro non ci sono ali.
Perché sanno piantarsi nel mezzo delle strade come muli e fare una siepe davanti al cancello di una fabbrica.
Perché sanno giocare con la palla e sanno nuotare.
Perché per qualche popolo pratico erano unità di misura.
Perché quelli di donna facevano friggere i versi di Pushkin.
Perché gli antichi li amavano e per prima cura di ospitalità li lavavano al viandante.
Perché sanno pregare dondolandosi davanti a un muro o ripiegati indietro da un inginocchiatoio.
Perché mai capirò come fanno a correre contando su un appoggio solo.
Perché sono allegri e sanno ballare il meraviglioso tango, il croccante tip-tap, la ruffiana tarantella.
Perché non sanno accusare e non impugnano armi.
Perché sono stati crocefissi.
Perché anche quando si vorrebbe assestarli nel sedere di qualcuno, viene scrupolo che il bersaglio non meriti l’appoggio.
Perché, come le capre, amano il sale.
Perché non hanno fretta di nascere, però poi quando arriva il punto di morire scalciano in nome del corpo contro la morte.

Metti che lei capisce tutta un’altra cosa…


… e ti fa subito l’occhietto, recitava un indimenticato verso di Renzo Arbore che mi ha funestato l’adolescenza (non ci crederete, ma io suonavo il clarinetto). In realtà questa giornata è stata un tale crescendo di equivoci e gag fantozziane che si staglia prepotente del panorama delle mie pur di loro peculiari esperienze. Merita una cronaca a caldo.

I presagi non erano buoni. Tata Silvana mi aveva annunciato che doveva accompagnare la di lei madre a una visita cardiologica alle quattro.  Qui io, che ho il viziaccio di pensare e integrare le informazioni parziali, deduco (erroneamente) che la visita avvenisse nello stesso ospedale dove prima di Natale l’arzilla nonna Gentilina aveva fatto l’elettrocardiogramma, a un tiro di schioppo da casa mia. Errore fatale, si vedrà poi. Parto come un treno con il piano alternativo. Assegno a Nizam la ripresa da scuola delle quattro, in considerazione del nuovo turno notturno (che non lo ha esentato, proprio oggi, dall’alzarsi all’alba, tre ore dopo essere andato a letto, ma questo non potevo saperlo, ‘nevvero?). Il padre temporaneamente presente avrebbe poi, alle cinque, depositato la fanciulla alla lezione di yoga, vicino casa. A quel punto il programma prevedeva una fatale variabile: alle cinque, emersa dalla cripta, io avrei chiamato tata Silvana per valutare la durata della visita e la fattibilità della ripresa della Guerrigliera. Solo avuto il suo ok, mi sarei rassegnata alla mia palestra settimanale. Altrimenti con grande gioia avrei marinato l’allenamento per andare a recuperare la progenie. Mi pareva semplice, efficace e lineare. L’unica variabile che la mia fantasia aveva previsto era che Nizam mi si abbioccasse sul più bello, e per questo avevo puntato una sveglia-promemoria per ricordarmi di chiamarlo intorno alle tre e mezzo (la sveglia non ha funzionato e io me ne sono dimenticata, ma questo è stato il meno).

Vado in ufficio, o almeno ci provo. Linea del tram interrotta. Mi affanno con percorsi alternativi che mi portano, sudata e sbuffante, su un autobus pieno come un uovo, incuneata tra due garrule fiorentine che si raccontavano i casi loro, districandosi tra gomiti, borse e ginocchia altrui. Il clima a Roma è migliore, signora mia. Firenze è proprio in una conca. Afoso d’estate e gelido d’inverno. E poi la vita è più cara. Però c’è la coop. Non c’è fiorentino che non vada alla coop. Non lo chiamano neanche supermercato. La coop è la coop. E così, di argomento in argomento, una delle due ne infila uno particolarmente appassionante: la rara e misteriosa malattia di sua figlia ventunenne. Si diffonde ad illustrare sintomi e potenziali rischi, incluse trombosi, atrofie, emorragie devastanti e malformazioni varie. Qui, complice la penuria di ossigeno, rischio seriamente lo svenimento. Per fortuna siamo arrivati (in perfetta simultaneità con il tram, che intanto ha ripreso il servizio. E come sempre se fossi stata capace di starmene ferma e buona ad aspettare mi sarei risparmiata tanti sbattimenti e nausee e sudate).

Piombo in ufficio in nettissimo ritardo sui tempi di marcia. Ho una riunione alle 11 in altra sede, ma prima devo incastrarne un’altra da me e un paio di lavori preparatori alla medesima. Annaspo, annaspo, sto per farcela, quando mi casca l’occhio sull’ordine del giorno della riunione delle 11. Beh, non era alle 11. Era l’11 gennaio, cioè effettivamente oggi. Però alle 9:30. Aaaaargh. Sono le 9:34. In qualche modo mi smaterializzo (non prima di aver giurato e spergiurato di essere di ritorno per le 11 per la nostra riunione) e riappaio a un paio di km di distanza intorno alle 9:49. Dopo di che, discusso quel che dovevo discutere e smadonnato quel che si doveva smadonnare (si parlava degli afgani a Ostiense), riguadagno l’ufficio a grandi falcate.

Qui il lavoro riprende il suo corso in meraviglioso multitasking (con una pausa per ingollare una non molto dietetica polenta ai quattro formaggi al bar degli energumeni), fino alle 16:10, ora in cui mi rendo conto di non aver chiamato Nizam. Donna di poca fede. Il curdo aveva autonomamente provveduto a individuare la giusta scuola, la giusta classe e anche la giusta bambina. Rassicurata, mi rituffo nelle scartoffie sui rifugiati urbani e riemergo alle 17. Chiamo, come da accordi, tata Silvana. Telefono staccato. Vabbè. Fregandomi le mani per la gioia…. oops, volevo dire rammaricandomi tremendamente, mi appresto a cassare la palestra dal mio programma giornaliero. Quand’ecco che mi chiama mia madre per riferirmi che aveva ricevuto apposita telefonata da Silvana, a cui si era scaricato il cellulare: nessun problema, a riprendere Meryem pensa lei. Posso andare in palestra. Ah, ok. Allora vado, eh? Sei sicura mamma? Sicurissima.

Vado in palestra, ne emergo intorno alle 18:20. Sul telefono un numero x di chiamate perse e un messaggio inquietante della maestra di yoga. Alle 18:16 nessuno si è ancora presentato a prendere Meryem. Per interminabili 15 minuti nessuno mi risponde al telefono. Né Silvana, che lo aveva scarico, né la maestra di yoga (scoprirò che nel laboratorio dove fanno lezione non c’è campo). Alla fine un altro sms: “E’ arrivata la nonna (=Silvana). Aveva perso il treno. Tutto a posto”. Il treno??? Per fare 200 m? Mi scapicollo a casa, cercando di recuperare i dieci anni di vita persi e di dominare la furia che mi travolge. Il mistero mi si chiarisce solo all’arrivo. La visita cardiologica non era a Monteverde, ma a Trigoria. Silvana aveva calcolato di tornare con un treno che l’avrebbe lasciata a destinazione in tempo (piuttosto risicato, a dire il vero) per arrivare a prendere Meryem. Se non che la corsa era saltata e aveva tardato, appunto di mezzora. Ovviamente se io avessi saputo l’ubicazione effettiva della visita non sarei mai andata in palestra. Il telefono di Silvana stanotte non si era caricato a dovere. Tutto bene quel che finisce bene. La maestra di yoga, aiutata dalla tecnica e dalla sapienza orientale, non si è scomposta più di tanto e non solo non mi ha denunciato ai carabinieri, ma mi ha detto che, essendo mamma, è successo anche a lei (empatia. Probabilmente mente, ma è stata carina a dirlo).

La bella notizia è che questa giornata volge al termine.

Grazie, Iunicorn!


Ci sono certe mattine di festa in cui faresti qualunque cosa per tornare momentaneamente indietro di una manciata di anni. Quelli che basterebbero perché non ci fosse una molla saltellante di un metro e spicci a tirarti giù dal letto a prescindere. La sera prima hai fatto la splendida: hai fatto tardi, hai sbevazzato e ti sei abbuffata di ogni sorta di pietanza portata dalle tue ospiti in imbarazzante abbondanza. Ti sei persino un po’ pavoneggiata perché tua figlia era a letto a dormire prima dell’inizio della cena e non si è neanche svegliata, nonostante il casino fatto. Però… chi va a letto presto, si sveglia presto. Prestissimo. All’alba, direi. Mentre lotti per tapparti la testa con quel che resta del piumone, l’immortale verso di De André ti rimbomba nelle orecchie: “Femmina un giorno e poi madre per sempre…”. Con una breve invocazione a S.Erode, le cui gesta vengono celebrate in queste giorni anche dalla liturgia, cerchi l’unica cosa che può ammorbidirti l’impatto con il mondo: un diversivo.

E così, ancora in stato di semi-incoscienza, ho ripensato al pacchetto della Universal. Dora l’Esploratrice fa al caso nostro. Le avventure di Dora nella foresta incantata è un cartone senza troppi fragorosi effetti sonori, in grado di intrattenere piacevolmente la Guerrigliera con quel tanto di interattività che la tiene avvinta (ok, ogni tanto urla “Mappaaaaa!”, ma tutto non si può avere) e ci ha permesso di oliare il nostro ingresso nella mattinata di festa con una piacevole e rilassante visione di un mondo traboccante di fiori e funghetti, dove il candido unicorno (“Iunicorn!”, come dice Meryem) si appresta a diventare re. Mi piacerebbe che il suo corno magico potesse creare uno scudo sotto il quale sonnecchiare un altro pochino…. Zzzzzzz…..

Heroicamente


Anche questo Natale in famiglia è andato. Con qualche colpo di scena e qualche falso allarme, meno mugugni del solito e i soliti preparativi irrazionali dell’ultimo minuto. Il cibo fin troppo abbondante, i regali – che pure abbiamo cercato di contenere – debitamente ammucchiati sotto l’albero. Le canzoni in coro, ma nessuna poesia (Meryem si è rifiutata), il pan brioche per far contenta mia madre, ma anche le lasagne (che mia figlia ha definito, facendomi fare la solita figura da madre degenere, “molto, molto più buone di quelle del bar”. Come se la nutrissi a Quattro Salti in Padella al baretto sotto casa). In questo contesto tradizionale si è inserito un nuovo ospite: il cubotto edizione speciale contenente le quattro confezioni di Lego Heroica. Era stato rivestito di carta da regalo e etichettato come “Antibiotico, confezione risparmio” per depistare il destinatario.

Mio nipote (9 anni) ha gradito. I suoi cugini ventenni sbavavano senza ritegno. Uno mi ha confessato che il Natale più felice della sua vita è stato quello in cui gli è stato regalato un castello Lego con torre svettante. Nel raccontarlo gli tremava la voce dall’emozione. Suo fratello, a parziale risarcimento, ha ricevuto questa.

Il giorno dopo però il vincitore della confezione ha preteso di vagliare con attenzione il contenuto del regalo, non senza una certa diffidenza iniziale (“apriamo solo la prima scatola, così se mi fa schifo regalo le altre a qualcun altro”). Ci siamo quindi messi all’opera.

Il test è stato positivo. Heroica ci è piaciuto, anche se l’abbiamo giocato ovviamente nella sua forma più basica per impratichirci. “Fichissimo”, l’ha definito il fiero neoproprietario, che ha anche vinto la prima partita giocata. Sua sorella, definita “l’eroe più pigro del mondo”, si limitava a seguire i nostri omini evitando perigliosi combattimenti. Grazie dunque per averci dato l’opportunità di sperimentare questa nuova versione delle costruzioni più giustamente famose del mondo. Un’unica piccola critica: se in una confezione ci sono solo due eroi, possono partecipare solo due giocatori (almeno, per come abbiamo inteso noi le regole). Noi le avevamo tutte e quattro, quindi abbiamo immediatamente ovviato: giocare in tre è molto più divertente!

Frivolezze e levità


In realtà avevo voglia di parlare di svariate cose sostanziose: il discorso del Ministro Andrea Riccardi a cui ho assistito, una lettura significativa fatta da poco. Ma certe volte i programmi bisogna saperli cambiare. Il tempo incalza, le commissioni sono molte e qualcuna mi è anche scappata. Ma in realtà ho una gran voglia di respirare profondamente e rilassarmi un po’. Concedermi qualcosina. Assecondare un po’ di autoindulgenza. Un pochino, eh. Sempre calvinista nell’animo resto. Ma oggi volevo annotare che al minimo di manutenzione indispensabile per Capodanno (per Natale non ce la faccio davvero) ho aggiunto un paio di appuntamenti non indispensabili, tra cui una manicure. E il prossimo 5 gennaio mi godrò 3 ore di hammam e massaggio, un regalo di compleanno che sulle prime mi aveva lasciato interdetta e che invece era perfetto. Perfetto perché questo è uno di quei momenti di parentesi in cui mi va di provare qualcosa di diverso e di godermela.

Lo stesso vale con Meryem. Ieri le ho dato subito il libro di Claudia Porta Giochiamo allo yoga. Non mi andava di aspettare alberi, pacchetti, befane. Ce l’avevo e glielo ho dato. L’ho lasciata stamattina che faceva lezione alla tata, aiutandosi con i disegni e con l’esempio diretto. In questi mesi l’ho portata una volta a settimana (con qualche salto) a una lezione di gioco yoga qui vicino e, nonostante tata Silvana sia un po’ tiepida (ma non me lo dice apertamente), io sono convinta che sia ottima. Meryem è entusiasta, ci tiene a farmi vedere le posizioni e ho notato che ormai (anche perché è un po’ più grande) segue con precisionie le istruzioni (provavo a leggerle dal libro: mani a terra, fronte sul pavimento…). Inoltre ho la sensazione che questi 45 minuti di yoga siano un’apertura alla creatività, alla fantasia, all’immaginazione. Mercoledì scorso li sentivo saltare come ranocchie e trasformarsi in ragni. Ho visualizzato i visi lamentosi delle maestre e ho provato un attimo di sollievo. Lamentarsi è umano, ma se è uno stile di vita è pesante. Per gli altri e per se stessi.

Secondo lo stesso principio dell’impazienza (eppure con Meryem canto spesso la canzoncina dell’Albero Azzurro “Con la pazienza, maturano le mele, finisce il temporale, si gonfiano le veleeee…”) oggi ho visto in una vetrina una gonnellina meravigliosa (a palloncino, color nutella – questo recita l’etichetta – a pois beige chiari). Sono entrata, l’ho comprata, domani gliela metto. Però servivano le scarpe. Uscendo da un’orrida festa da Mc D. (non mi capacito di come si possa pagare per vedere figli propri e altrui chiusi in una specie di pollaio in compagnia di una tizia scostante che vistosamente cerca di farli mangiare in quattro e quattr’otto per passare allo scarta la carta e torta a tempo di record), siamo passate davanti a un rinomato (pare) negozio di scarpe per bambini. Mi avevano messo in guardia. Non è economico. Ma si muore una volta sola. Ci siamo accordate: Meryem poteva scegliere (leggi: l’avrei pilotata un po’, ma mi sarei intromessa il meno possibile). La Guerrigliera ha immediatamente puntato in vetrina delle ballerine di vernice rosa fucsia con fiocchetto. E sia. Domani farà un figurone.

E io? Beh, come detto, il restauro lo rimando a dopo Natale. Ma faccio voto di non paludarmi nei soliti pantaloni neri. E ormai la zeppetta Wonders la sfoggio con assoluta disinvoltura.

P.S. Alle cose serie tornerò presto, abbiate fede. E buon Natale a tutti voi, di tutto cuore.

… e una cucchiaiata di melassa


Annoto qui, per i momenti di scoglionamento acuto da genitore-che-non-è-single-ma-in-pratica-sì; per i momenti in cui vorrei scivolare liquefatta tra le assi del pavimento (che peraltro è di marmo) pur di non giocare l’ennesima partita di “Maialino cerca funghi”; per i momenti in cui mi pare che no, non ce la posso fare….

Ricordo a me stessa che io adoro quando mia figlia dice: “Mi stavo giusto chiedendo…”. Adoro quando sull’autobus gioca a fare la mia amica e dice che mi aiuterà a cucinare la cena, ma poi l’aspetta suo marito “per andare al mare a campeggiare” (facendo scompisciare mezzo tram). Adoro quando il fiore di palloncini scoppia in parte e lei lo trasforma in un pesce rosa. Adoro quando si mette a letto, mormora “Non ho tanto sonno, però dormo lo stesso” e poi dorme davvero.

Guerrigliera, mi stai simpatica.

A distanza


Oggi, poco dopo le 8, il treno su cui viaggiavo è sfrecciato, senza fermarsi, attraverso la stazione di Rovigo. Ho subito mandato una mail di saluto alla mia amica Betti, che vive lì. Nel farlo mi sono ricordata che avevo già avuto lo stesso impulso spontaneo, molti anni fa, mentre viaggiavo su un treno diretto a Gorizia (o di ritorno da Gorizia? vatti a ricordare). Questa volta lei, notoriamente più assennata di me, mi ha telefonato e ci siamo salutate a voce. La nostra amicizia è iniziata poco più di dieci anni fa ed è andata a balzelloni significativi, nel senso che non ci siamo viste o sentite molto spesso, ma ogni volta è stata, a suo modo, memorabile. Le sono ancora profondamente grata, e oggi lo voglio dire pubblicamente, per aver voluto trascorrere insieme a me uno dei Capodanni più difficili della mia vita, senza mai farmi pesare quanto fosse moscia la mia compagnia, nonché il contesto di festeggiamento che le offrivo (ricordo di aver dormito davanti a Shrek in attesa della mezzanotte). So che legge questo blog e che mi segue, con affetto, a distanza. Anche se commenta poco, la sento vicina e non è poco. Poi finisce che non la chiamo, che non le scrivo. Ma ogni volta che il mio treno attraversa Rovigo, mi faccio viva. Magari un giorno scendo.

Oggi mordo


“Sembri la vignetta di Mafalda”, mi faceva notare la mia collega stamattina. Vero, verissimo. E non solo per i capelli, che pure di per sé giustificherebbero l’accostamento. Eppure stamattina non era partita male. Poi sono passata da scuola e ho avuto un colloquio poco edificante con una delle maestre di mia figlia. Cioè, neanche un colloquio. Piuttosto la negazione di ogni possibile colloquio passato, presente e futuro. Le amiche sagge, su Facebook, mi esortano a non prendermela e anzi a gioirne: nei colloqui con le maestre vince chi fugge. Se sono loro stesse a chiederlo, che voglio di più?

Sarà che quella frase me ne ha richiamata un’altra, molto più antica. Quando ho iniziato il dottorato a Torino, carica di aspettative, mi venne detto: “Più ve ne state a casa vostra, più siamo contenti”. Anche lì si intendeva come una facilitazione, probabilmente, per noi dottorandi. O almeno come tale la si vendeva. Non vi state a preoccupare di venire qui, basterà una firmetta due volte l’anno. Voi vi fate il vostro lavoro in pace, vi prendete la vostra borsa di studio. Noi (professori) non ci troviamo nella sgradevole situazione di doverci ricordare continuamente che esistete. Una win win situation, la definirebbe qualcuno. Per noi, giovani entusiasti, è stata una delusione. Non è che a risparmiarmi di fare qualcosa mi fai necessariamente un favore, ecco. Può essere anche che io abbia la sensazione che per te non conto niente. Insomma, se anche e così, dovresti preoccuparti di non sbattermelo in faccia così esplicitamente. O no?

Comunque, come spesso mi capita per quei corridoi di scuola comunale, mi sono innervosita, ma non ho voluto obiettare in nessun modo. Ho la precisa sensazione che sia inutile e anzi dannoso. Poi per strada ho continuato a rimuginare e, come spesso avviene, a quella recriminazione non detta se ne sono aggiunte un altro paio, per affinità. Stavo lì sul tram, leggevo un libro che mi piace, ma allo stesso tempo pensavo a queste tre cose che mi infastidiscono e, più di tutto, a perché non riesco mai a tirarle fuori nel modo giusto con chi potrebbe farci qualcosa.

E di nuovo il punto è lo stesso. Perché in fondo non penso che le cose possano cambiare. Non ho fiducia in chi potrebbe cambiarle, o al limite, ritengo impossibile il cambiamento di per sé. “Tanto vale farsele piacere, queste situazioni”, mi dicevo più tardi nella mattinata. Invece no, questo so bene che è impossibile. A nessuno piace l’incuria, la trascuratezza, l’indifferenza. Dunque? Forse ho bisogno di rimettere le cose in fila, ancora una volta. Di capire se c’è qualcosa che merita di essere cambiato davvero. E se pure dovrò mettermi l’anima in pace, di farlo sul serio per me stessa e non per assecondare le aspettative di qualcun altro.

Promemoria mammesco


In un solo fine settimana Meryem:

– è stata con la nonna svariate ore, godendosi felice la sua compagnia e non massacrandola con capricci o monellerie;

– è venuta con me alla presentazione di un libro, facendo confusione il giusto, ma senza mai diventare lagnosa;

– ha mangiato le polpette di Ikea, con le mani, ma compostamente seduta a tavola e ha giocato una mezzoretta allo Smaland;

– mi ha aiutato a mettere a posto la sua camera senza boicottarmi e anzi rendendosi molto utile; alla fine, quando si era proprio stufata, ha chiesto il permesso e si è messa a fare un disegno con gli acquarelli senza nemmeno sporcare il pavimento;

– ha atteso un congruo tempo in un ristorantino trendy senza devastare l’ambiente circostante, ma persino familiarizzando con un bambino conosciuto là per là e condividendo con lui i giochi;

– ha camminato svariati chilometri senza lamentarsi, ma inventandosi un passatempo dopo l’altro (prima la conta dei rombi, poi la nave pirata con annesso safari fotografico immaginario);

– mi ha chiamato due volte Mamma Sbagliona, senza il minimo tono recriminatorio, ma anzi ridendone con me di cuore;

– quando lo zio gli ha chiesto “perché non sei andata in Turchia con papà” (ma perché gli adulti non riescono ad evitare di fare domande del c***o?), ha risposto “E come faceva la mamma qui da sola? A lei chi ci pensava?”

Guerrigliera, quando è giusto è giusto. Per questo week-end ti meriti un dieci e lode.

Il posto noioso


Con questa entusiasta definizione mia figlia già ieri parlava di”Più libri più liberi“, la fiera della piccola e media editoria che per noi romane librarole è diventato un po’ un simbolo di goduria e di soddisfazione di sfizi. Guardando al luogo con gli occhi di Meryem, non saprei darle torto. Caldo, calca, bancarelle di libri, incontri di adulti. Con grande soddisfazione mia e sua quindi l’ho parcheggiata da mia madre e mi sono concessa un paio d’ore con mia sorella, assidua frequentatrice della zona. A questo giro per le scoperte non c’è stato obiettivamente tempo. Ho scelto quindi poche tappe sicure, dove concedermi qualche sfizio. Prima tappa, obbligata, lo stand di Avagliano. Uno scaffale intero di “Terre senza promesse” che, pare, sta andando bene. Convenevoli fatti, ego appagato. Poi, saluti alla Sinnos, succursale di Monteverde. Un salto da Gallucci, in tempo per acchiappare un libro pop up con il presepe di Luzzati. Dopo una rapida capatina da Castoro (mia sorella è stata indotta ad acquistare Soldo di Cacio di Silvia Mobili), via verso Exòrma. Dopo un rapido sguardo mi acchiappo un nuovo libro della mia collana preferita, La rotta di Glauco. Viaggi per terra e per mare di Maria Silvia Codecasa, prefazione di Melania Mazzucco (è una specie di destino). Mia sorella prende, per un regalo, un libro fotografico su cui io avevo lungamente sbavato anche lo scorso anno. Speriamo che i destinatari apprezzino. Omaggio rapido a Le Nuove Edizioni Romane, meritorie di aver ristampato alcuni libri mitici della mia infanzia (rapida chiacchierata sulla difficile arte della ristampa in un mondo alla spasmodica ricerca di novità), affacciata da La Giuntina, dove mi sono complimentata per la  veste grafica un po’ più giovane dei romanzi (“Ma alcuni preferiscono la vecchia, sa?”) e poi visita d’obbligo allo stand di Creativamente: acchiappo un puzzle verticale da vetro per la Guerrigliera e faccio l’antipatica, segnalando un’inesattezza iconografica in uno dei loro splendidi giochi da tavolo. Il tempo è già finito. Stavolta niente cappuccino con Barbara Summa, niente incontri con altre/i blogger. Qualcuno lo incrocio, naturalmente. Ma è più un’annusata che un’immersione. Per le scale mi assalgono i ricordi degli eventi (due, mi pare) organizzati qui con il Centro Astalli. I tamburi trasportati a braccia nel palazzo deserto, quando prima dell’apertura mattutina si erano bloccati gli ascensori. Ma anche una presentazione surreale di un altro libro, ancora diverso, a cui avevo contribuito (Cervelli in gabbia), quando al tavolo dei relatori accanto a me sedeva, incredibilmente, Piero Angela. E il salotto di Radio Tre, dove Randa Ghazi aveva fatto scintille mentre io chiacchieravo piacevolmente di comuni aneddoti con la sua mamma. Chissà che fa, quella ragazza. Ancora oggi, se penso al talento mi viene in mente lei.