Perché sto dalla parte dei perdenti


Un bel post di Anna sulla quotidianità della guerra mi ha fatto venire in mente un’altra riflessione, analoga. Si sono già allestiti, al confine tra Tunisia e Libia, i campi profughi. E qui parte l’immaginario collettivo delle anonime masse di povere vittime nelle tende, parallelo e in un certo senso complementare all’altro immaginario collettivo, quello delle masse (sfigate o minacciose, a seconda da chi le immagina) sui barconi che si riversano sulle nostre coste. Masse, immagini sfuocate, astrazioni. Tipo l’immagine standard del campo di concentramento, quel brulichio di vittime che sono solo tali, che mai e poi mai potrebbero avere le sembianze del nostro macellaio, vicino di casa, familiare, marito, figlio.

Tante volte mi trovo a spiegare le circostanze, in gran parte casuali, per cui ho iniziato a occuparmi di diritto d’asilo. Ma c’è stato un momento, che ricordo distintamente, in cui ho realizzato che il destino di quelli che chiamiamo profughi, rifugiati, potrebbe ben essere il nostro, di destino. Uno dei primi rifugiati che ho conosciuto era un professore universitario di storia antica. Distinto, dotto, benestante, sereno nel suo equilibrio familiare. Abituato a una routine da professionista, a uno standard di vita assolutamente paragonabile al nostro (nessuna capanna sull’albero, tanto per capirci, nessun bambino con la pancia gonfia di denutrizione). Poi ha scritto un libro che gli è costato il lavoro e anche la sicurezza, l’incolumità. Al punto che si è trovato costretto ad arrivare qui, in Italia, ad avere come unica chance di mantenersi un’improbabile candidatura come manovale in un cantiere della periferia romana. Quel professore, per certi versi, era il ritratto di mio padre. Come lui disabituato alle faccende pratiche, come lui incapace di barcamenarsi nella burocrazia, nella violenza quotidiana, nell’arroganza di chi ti dice “ciao bello” solo perché sei straniero, anche se hai sessant’anni e sei plurilaureato.

C’è un altro aspetto che mi colpisce della questione dei rifugiati. Che sono qui, che vivono con noi. Il ragazzo della sicurezza al supermercato potrebbe ben essere un giornalista camerunese, finito in un carcere segreto solo per le sue idee, per la sua resistenza alla corruzione, per un imperativo morale a denunciare qualcosa o qualcuno, a firmare o non firmare un documento. E noi lo trattiamo con condiscendenza, certi della nostra superiorità culturale, certi di essere guardati con invidia, come modelli irragiungibili. Certe volte, dopo dei colloqui con questi giovani rifugiati, mi sono sentita sinceramente a disagio. Penso che sentimenti ben diversi dall’ammirazione mi animerebbero, se fossi al loro posto. Nizam, che questa trafila l’ha passata tutta, ci scherza su amaramente: i rifugiati sono gli extracomunitari degli extracomunitari, sono quelli che non si possono neanche far forza della comunità, dell’import export, della propria ambasciata e della pubblicità dell’ufficio del turismo. Cani sciolti, che spesso – pur avendo resistito alla tortura, a viaggi a piedi durati anche decenni, a prove surreali durante il viaggio – arrivati qui si perdono, travolti dall’indifferenza di una Paese provinciale, retorico, arrogante e anche molto, molto violento verso i “perdenti”.

Ieri nel mio ufficio c’era un padre con una bambina di circa un anno, che muoveva i primi passi  con quella spavalderia favolosa dei cuccioli (anche di quelli di uomo). Non so i particolari, ma quell’uomo è qui in Italia solo, con quella bambina. Si sta districando tra pratiche burocratiche, perizie, commissioni. Gli viene chiesto di raccontare la propria storia migliaia di volte, di imparare l’italiano, di fare file interminabili in Questura e altrove, di affannarsi nei meandri incerti e poco lineari di una procedura continuamente messa a rischio anche dai disinvolti provvedimenti come quello di cui ho parlato nel post precedente. E intanto deve crescere una bambina, da solo, sradicato da qualunque contesto e portandosi dietro un lutto che non posso neanche immaginare. Con tutto il rispetto per i nostri compagni, probabilmente questo padre non si chiude in bagno a giocare con l’i-phone, anche se magari lo desidererebbe.

Un’ultima pennellata, sempre scusandomi per la scarsa leggerezza che mi caratterizza in questi giorni. Pensate a una ragazza, giovane, tranquilla. Una ragazza a cui era stato dato un pezzo di carta chiamato “protezione internazionale”, già nel lontano 2008, in riconoscimento di violenze a cui nonostante tutto era sopravvissuta. Una ragazza che aveva fatto del suo meglio per imparare la lingua, per cercare una strada qui in Italia. Pochi giorni fa si è tolta la vita, in perfetta solitudine, in un luogo indegno di essere abitato, ma che era per lei l’unica possibilità di avere un tetto sopra la testa. A Roma, non in un remoto campo profughi africano. Nessuno dei suoi connazionali, che pure si stanno facendo in quattro per dimostrare solidarietà, sa spiegare perché. Nessuno, in fondo, sa nulla di lei. Se non che era tranquilla, a modo, garbata. E sola.

Deportando qua e là


In questi giorni provo uno sbigottimento che non riesco a condividere, se non con i pochi colleghi con cui peraltro non c’è bisogno di condividere alcunché, essendo loro sbigottiti quanto me. Il Ministero dell’Interno sta mettendo in atto un provvedimento che supera tutti i precedenti per assurdità e antieconomicità, nonché per danno concreto a migliaia di persone. Ciò avviene alla luce del sole, senza alcun timore di contestazioni o proteste. Le persone che riescono a decifrarne le conseguenze si contano sulle dita di una mano ed è noto che le violazioni dei diritti dei rifugiati, nel nostro Paese, non scandalizzano nessuno e anzi non sono neanche avvertite come tali.
Mi sento in dovere di cercare di spiegare in parole semplici questo provvedimento, fosse solo per aggiungere due o tre persone al gramo elenco degli indignati sostanzialmente impotenti. Si tratta di un progetto dal nome poetico: il villaggio della solidarietà.
Trattasi di ciò: come qualcuno di voi ricorderà dai telegiornali, il Ministero ha allestito/sta allestendo un grande complesso presso la ex base militare americana di Sigonella. Con quale finalità? Ecco, su questo inizio subito a mordermi la lingua. Diciamo che la finalità esatta non era perfettamente definita, così come la natura giuridica di questa struttura, che poi si aggiusterà a seconda di chi ci sarà “ospitato”. Al momento si parla di circa 1800 posti, che verosimilmente aumenteranno. A gennaio, più o meno in concomitanza, riprendono gli sbarchi in Sicilia, interrotti da tempo a causa dell’accordo di collaborazione con la Libia. Quale fortunata concomitanza, penserete voi. Arrivi straordinari e, per una volta, tanti nuovi posti d’accoglienza disponibili. Ebbene no. Così era troppo logico. Cosa si decide invece di fare? In Italia ci sono nove centri dove i richiedenti asilo aspettano l’esito della loro domanda di protezione internazionale. Sono centri aperti e le persone, durante il giorno, possono uscire e iniziare a capire dove sono piovuti: frequentare un corso di lingua (del volontariato, si intende: lo stato non organizza nulla di simile), farsi assistere da un legale per le pratiche burocratiche, curarsi (quasi un terzo dei richiedenti asilo che arrivano in Italia sono vittime di tortura, stupri e violenze estreme). Gettare le basi insomma per un futuro percorso di integrazione. Ecco l’idea geniale. Prendiamo tutte le persone accolte al momento in questi centri, da Gorizia a Trapani. Spostiamole tutte a Sigonella, alias Mineo (CT), in un immenso comprensorio di villette in mezzo al nulla. Ah, queste persone devono fare un colloquio con le commissioni territoriali per il riconoscimento dello status? Poco male. Vorrà dire che ne allestiremo una in loco. Prima o poi. Il centro di Mineo è nuovo di zecca: metti 1800 richiedenti asilo tutti insieme in una struttura allestita dal giorno alla notte e vedrete che “la qualità della loro integrazione” risulterà certamente migliorata. Come? Ad esempio (cito testualmente dalla nota del Ministero) grazie alla “realizzazione di sistemi integrati di videosorveglianza per garantire il massimo della sicurezza”. Se fosse il primo aprile si potrebbe pensare a uno scherzo di cattivo gusto.
Ma soprattutto, perché organizzare questa macchinosa e costosa deportazione di massa, facendo saltare completamente il sia pur fragile sistema d’asilo di cui l’Italia si era dotata? Perché i nove centri così svuotati potranno accogliere i tunisini sbarcati a Lampedusa, semplice. Ora vi chiedo: ma vi pare logico? Vi pare consequenziale? Si vocifera (ma questo nella nota del Ministero non c’è) che le villette di Mineo sarebbero “troppo belle” per i tunisini. Che hanno paura che le rovinino. E quindi ora si procede così, un po’ a casaccio. Certo, qualche migliaio di persone si troverà in una situazione assurda, senza che nessuno le assista, probabilmente private di qualunque diritto e tutela. Ma a chi importa di qualche migliaio di richiedenti asilo?

Documento del Tavolo Asilo  

Il cinismo nuove gravemente alla salute


La sensazione più intensa di questi giorni è che davvero qualcosa stia cambiando, che si stia scrivendo una pagina di storia che probabilmente noi non saremo neanche in grado di leggere. Come tutte le pagine di storia, non è esattamente una pagina rosa. Anzi, oserei dire che gronda di sangue. Qui al lavoro cerchiamo faticosamente di seguire le possibili strategie che saranno messe in atto per accogliere gli arrivi dal Nord Africa. Fatica quasi inutile, dato che quel che arriva (per lo più a mezzo stampa) è fantasioso, surreale e assolutamente contraddittorio. Ma al di là del quasi inevitabile pasticcio che combineremo noi, lo scenario si allarga e si approfondisce a vista d’occhio. Leggevo qui: “Il vento della democrazia può cambiare la percezione che abbiamo dei musulmani”. Io pensavo qualcosa di vagamente analogo, ma in chiave persino più ambiziosa. Sembrerebbe che il sistema scricchioli, che a tratti ceda. Ora, essendo cinici, si potrebbe dire che rapidamente la struttura di ingiustizia reagirà e troverà il modo di riassorbire le piccole perdite per ricalibrarsi in un sistema magari diverso, ma analogo. Ma vogliamo sognare? Sarà pure l’ora di cominciare. Vogliamo immaginare che il Nord Africa si porti dietro molti altri Paesi africani e riesca a scardinare la dinamica dello stato/i occidentale/i che supporta/no regime antidemocratico accampando scuse più o meno nobili (la laicità, lo sviluppo, il progresso, gli aiuti umanitari)? A quel punto non ci sarebbero più musulmani e cristiani. Sarebbero (oltre che sognatori, siamo pure ingenui) oppressi contro oppressori. Sarebbe rimettere in discussione sistemi geopolitici, ma soprattutto economici. Sarebbe ripensare alla radice tutti i rapporti di potere. Già vi vedo scuotere la testa. Le rivoluzioni non sono mai una cosa romantica, lo so anche io. Alla fine, gira gira, a vincere sono sempre i soliti, magari sotto mentite spoglie. O forse si finirà col perdere tutti quanti, chi può dirlo. Però sapete che c’è? Il cinismo, oltre una certa soglia, dovrebbe essere proibito per legge. Nuoce gravemente alla salute e, in particolar modo, alla voglia di fare. Noi brillanti e profondi analisti non riteniamo valga la pena nemmeno formularli, certi pensieri. Sospiriamo, argomentiamo. E infatti siamo al punto in cui siamo, come Paese. Ovvero molto in basso.

Procedura comparativa


Il concorso pubblico per il reclutamento di un ricercatore si chiama “procedura comparativa”. Io sono una filologa, quindi i testi scritti esercitano su di me un richiamo irresistibile. Non parlo di manoscritti inaccessibili o di documenti segreti. In questo caso, sto parlando dei verbali della procedura comparativa di cui sopra. Mi seguite in una piccola analisi testuale?

La procedura comparativa si base sui seguenti elementi: valutazione del curriculum, dei titoli e delle pubblicazioni scientifiche dei candidati (chiamiamolo punto A); prove scritte (punto B), prova orale (punto C).

E ora compariamo.

Candidato 1
punto A: curriculum “La candidata è laureata in Lettere (Università di Roma “La Sapienza”) e ha conseguito il Dottorato di ricerca in Ebraistica (Università di Torino); ha maturato occasionale esperienza didattica a livello universitario nel SSD L-OR/07 (Semitistica) come professore a contratto presso l’ Università di Roma “La Sapienza”) (a.a. 2003-04); ha presentato relazioni scientifiche ad alcuni congressi italiani sui temi della religione dell’antico Israele e dei Fenici; ha svolto e tuttora svolge copiosa attività editoriale nell’ambito delle scienze bibliche.” Pubblicazioni: La candidata presenta 1 monografia, 1 raccolta di poesia ugaritica in traduzione annotata, 17 articoli su riviste scientifiche o atti di congressi e 4 recensioni“.

punto B: “Il risultato delle prove scritte è stato complessivamente buono

punto C: “L’esposizione della candidata è particolarmente brillante ed esemplica in modo appropriato il contributo che la filologia semitica nord-occidentale può recare agli studi storico-religiosi.”…. “veramente eccellente il colloquio conclusivo “.”””
 “”2”

Candidato 2
punto A: curriculum Il candidato è laureato in Lettere (Università di Firenze) e ha conseguito il Dottorato di ricerca in Linguistica (Università di Firenze); ha esperienza archeologica sul campo in Italia e in Yemen; ha maturato esperienza didattica a livello universitario nel SSD L-OR/07 come professore a contratto presso l’Università di Firenze (2004-06); ha presentato relazioni scientifiche ad alcuni congressi internazionali, soprattutto sui temi dell’epigrafia sudarabica e della storia culturale e religiosa dello Yemen antico, risultando ben inserito nell’ambito internazionale della sabeologia”. P“2      “”””””””””””””””””””””22ubblicazioni: “Il candidato presenta un breve ma denso articolo su rivista di rilevanza internazionale … e la propria tesi di dottorato”. O, nelle parole di un altro commissario, “Il candidato presenta un convincente articolo di lessicografia sudarabica, che lascia presagire le sue buone capacità scientifiche”.

punto B: “Molto buoni i suoi due elaborati scritti

punto C: “Il candidato ha esposto con competenza le proprie ricerche e illustrato la propria attività scientifica e didattica in ambito nazionale e internazionale”

Per giustizia vi aggiungo degli elementi. Per il Candidato 2 ha pesato molto anche la considerazione in merito ai risultato raggiunti “in considerazione della giovane età”: 35 anni, rispetto ai 38 del candidato 1. Mi rendo anche conto che la presentazione è leggermente fuorviante: le prove B e C del Candidato 2 nella valutazione complessiva sono diventate “eccellenti”. Una delle due prove scritte del candidato 1 non è stata brillante: il candidato medesimo l’avrebbe valutrata appena sufficiente.

Chi ha vinto? Evidentemente in Candidato 2. Il candidato 1 non ne è sorpreso. Ciò nonostante, si pone qualche domanda.

Parliamone


Quando faccio dei commenti su alcuni argomenti che mi stanno a cuore e poi leggo le reazioni e le risposte, mi trovo a desiderare un bel salotto accogliente, magari con un fuoco scoppiettante e una bevanda calda e speziata, dove trascorrere delle belle serate a fare discussioni lunghe e lente, sviscerando i vari aspetti di quel che si vuole dire e lasciandosi portare dal filo del discorso. Praticamente il contrario di un dibattito televisivo. Mi riprometto dunque di dedicare qualche post a spiegare come la penso, consapevole che questa forma scritta di botta e risposta non può in alcun modo sostituire l’atmosfera richiamata sopra, né lo spirito di confronto affettuoso a cui ambirei. Non voglio fare lezioni a nessuno, non potrei neanche volendo. Però credo che sia importante condividere con voi che mi leggete alcune considerazioni che nascono dai miei studi, ma anche dalla mia esperienza diretta e dalle mie amicizie.
Siccome da qualche parte si deve cominciare, iniziamo con l’islam. E, per la precisione, da un’espressione precisa: “musulmano moderato”. Credo che questo termine la dica lunga. Se c’è bisogno di specificare, si intende che un musulmano generico moderato non lo sia. Se poi consideriamo che quelli solitamente indicati come moderati sono semplicemente musulmani non praticanti, ovvero l’equivalente (a grandi linee) di un battezzato che non va in chiesa e non prega (se non addirittura un non credente), credo che l’idea media che si ha di questa religione si sia definita da sola: una roba barbara, retrograda, repressiva, da cui non ci si può che emancipare. Comunque la si pensi in fatto di credenze personali, consentitemi di dire che questa immagine culturalmente parlando è solo una gran sciocchezza, nata dall’ignoranza, dal pregiudizio e dalla cattiva (e a volte anche interessata) informazione. Con questo non intendo che non esistano persone che si definiscono musulmane e che si comportano secondo lo stereotipo suddetto. Ma vi ricordo che esistono gli antiabortisti che ammazzano i medici e nessuno attribuirebbe al cristianesimo su scala mondiale le definizioni meritate da un gruppo specifico di fanatici.
So che già qui si potrebbe discutere per mesi. Quello che intendo è che non si può attribuire a una religione, peraltro molto meno istituzionalizzata del cattolicesimo, la responsabilità di fenomeni sociali e politici complessi e differenziati, e addirittura su scala mondiale. Ribadisco che i dibattiti su quale sia la religione migliore e su quale sia il testo sacro migliore non mi interessano in generale, e certamente in questo discorso.
Perché parlo di questo quando quello che ho in mente sono invece situazioni specifiche come le rivolte in Tunisia, Egitto e Albania? Perché mi sembra che il modo in cui leggiamo la storia e l’attualità di paesi di cultura millenaria e anche abbastanza diversi l’uno dall’altro (anche se hanno dei tratti comuni) sia clamorosamente viziato dal pregiudizio sull’islam. Sarà per il provincialismo dei nostri media, che guarda al di là dei confini nostrani solo per presentare fatti clamorosi senza alcun tentativo serio di lettura o di approfondimento, scopiazzando e mal traducendo dai media stranieri (anch’essi tutt’altro che cronisti neutrali e disinteressati dei fatti)? Sta di fatto che io mi trovo a leggere (semplifico, per carità) che pur di non avere “gli islamisti” (qualunque cosa ciò voglia dire!) al potere, è certamente meglio una dittatura laica, magari militare. Come questo si concili con la nostra idolatria delle nostre forme democratiche, lo sa Dio (o Allah). Alla democrazia dedicherò un post a parte, mi pare necessario. Intanto, provate voi a vivere in un regime militare e poi ne riparliamo. Ma almeno è laico. Ah, ok. Peccato che esistano paesi dove in nome della laicità (che no, non ha lo stesso significato in tutto il mondo) si sono compiuti colpi di stato (più o meno cruenti) e si sia limitata fortemente la libertà dell’individuo, a cui noi sembra che teniamo come a un bene supremo.
Un esempio che conosco bene, la Turchia. Certo che il fondamentalismo, da sempre estraneo all’islam turco, ha guadagnato terreno. Ma molto si deve alle follie della cosiddetta laicità. In un Paese in cui il 99% della popolazione si professa di religione musulmana, fino a poco fa era vietato a una donna di indossare il velo in qualunque luogo pubblico, ad esempio l’università. Però potevano mettere la minigonna. Benissimo. Ma vietare una pratica religiosa personale è grave quanto imporla, per come la vedo io. Ora il velo è consentito all’università, così come la minigonna. A me sembra una cosa civile. Ma a noi anche questa è stata presentata come una svolta di fondamentalismo. Ahimè, il fondamentalismo è davvero in agguato. Ma non tanto in un governo che è islamico quanto l’UDC è cristiana, in un paese in cui le donne votano da prima che in Italia e la moglie del presidente, osservantissima e velata, è laureata ad Harvard o simili. Il fondamentalismo è in agguato nelle campagne povere, dove lo stato continua ad essere assente e dove è facile, con pochi soldi, comprarsi la vita e la fedeltà di persone semplici. E’ un’altra storia, che sfugge del tutto ai media – o almeno a quelli italiani.
Bisogna comunque fare delle distinzioni. La politica turca può piacere o non piacere (a me non piace granché), ma la Turchia è un sistema democratico ben affermato e sostanzialmente solido (se non fosse per i colpi di stato laici che in passato hanno sciolto partiti che avevano vinto le elezioni perché “troppo islamici”!). La percentuale dei votanti alle elezioni è spaventosamente alta, si vota con il computer e i risultati arrivano quasi in tempo reale. Esistono partiti rappresentativi delle minoranze, anche di quelle etniche che in Turchia hanno avuto e hanno vita durissima (curdi, armeni). I ministri del governo sono giovani e preparati. Ci sono delle inquietanti somiglianze con la nostra classe politica: ad esempio è emerso che il capo dell’opposizione aveva fatto sesso con una prostituta, che lo ricattava con un video. Si è dimesso ed è scomparso dalla vita politica, dopo decenni di attività, senza aspettare che nessuno lo chiedesse.
La Tunisia? E’ ancora un’altra storia. Non mi venite a dire che c’entra il fondamentalismo islamico. Ma so che mi leggono persone più preparate di me su questa situazione. Io, superficialmente, sono ammirata del coraggio e della dignità di giovani ancora disposti a mettere in gioco la vita in nome della libertà. E’ lo stesso sentimento che provo davanti ai racconti dei giornalisti camerunensi, che a 25 anni si sono fatti arrestare e torturare per non aver smesso di denunciare brogli elettorali e abusi dei loro governi. Certo, noi queste cose non le concepiamo. Qui da noi si può dire e scrivere tutto. E, aggiungo io, questo è l’unico vero motivo per cui ancora le cose si dicono e si scrivono. Perché non hanno conseguenze e, soprattutto, perché nessuno rischia niente. Il sistema è talmente solido che può concedere ai sudditi persino la libertà di dissentire. Tanto, stringi stringi, nessuno lo fa veramente.
L’Egitto è ancora più complicato e non mi sento, senza documentarmi e aggiornarmi, di prendere una posizione. Vi posso solo raccomandare di non farla troppo facile. Quando ci sono di mezzo le identità religiose si finisce per essere davvero superficiali nel mettere etichette. Io vi suggerisco un bel sito, http://www.minareti.it, dove potete trovare notizie e informazioni aggiuntive. Ma ne riparliamo certamente.
Un’ultima notazione. Tutti e tre questi paesi sono stati da sempre meta di vacanze di noi italiani e europei in genere. Ma cerchiamo di andare oltre l’immagine del paese che può avere un turista in spiaggia, magari nel villaggio Valtour o nel comprensorio di Sharm. Non è che se voi o i vostri amici in quella vacanza vi siete divertiti tanto ciò significhi che allora andava tutto bene e ora qualche malvagio è arrivato a turbare l’idillio. Magari era un idillio solo vostro e di relativamente pochi privilegiati. Scusate, qui ho un tono un po’ amaro, magari aggressivo. Ma certe volte siamo più profondamente colonialisti di quanto possiamo immaginare.

Silenzio


Certe tragedia non hanno parole. Fanno sembrare piccole piccole tutte le questioni di cui in questi ultimi giorni ho fin troppo discusso, mangiandomi stupidamente tutto il credito del telefono. Forse è così: le meschinità chiamano discorsi, le vere perdite lasciano dietro di sé solo il silenzio. Un pensiero silenzioso, allora, a chi è stato oggi, ancora una volta, bastonato dal destino.


E come si fa a non dire niente, con quello che sta succedendo nel mondo? Però vorrei partire da una parola: priorità. La priorità è restare umani, restare fedeli nonostante tutto a dei valori che non possono cedere davanti a cause di forza maggiore. Altrimenti cediamo alla logica che in casi estremi i valori possono passare in secondo piano. Ed è esattamente questa logica che detta le regole dell'orrendo gioco di cui, nostro malgrado, siamo parte. Quindi, niente "popoli infami". Niente generalizzazioni. La responsabilità c'è ed è di ciascuno degli interessati. Sarebbe bello poter puntare il dito e basta, mi redo conto. Liberatorio. Ma se siamo onesti, l'indifferenza tragica è anche nostra. L'alzare le spalle, il parlare solo con chi la pensa come noi, il compiacersi della nostra intelligenza e superiorità.
Quali sono le nostre priorità? Quali sono le mie, mi chiedo stamattina più che mai? L'altro giorno parlavo a un gruppo di immigrati della nostra Costituzione. Di come è nata. Della guerra civile, della fame, della paura, dell'orrore in cui affonda le sue radici la nostra Repubblica. Cose che chi viene dall'Afghanistan, dal Pakistan, dall'Eritrea, dall'Iran capisce, certo meglio di me. Loro non me l'hanno chiesto, ma me lo sono chiesta da sola: quando, esattamente, abbiamo scelto di rinunciare a quei valori? Quando abbiamo deciso che i principi fondanti del vivere civile vanno intesi come slogan utopistici, ché tanto poi la realtà è un'altra?
Quando esattamente abbiamo smesso di scandalizzarci, di indignarci? Perché certamente abbiamo smesso. Possiamo dare la colpa a chi e a cosa crediamo meglio, ma al momento pochi di noi vanno oltre i sospiri. Purtroppo io non rientro in quei pochi. Rientro piuttosto nel più ampio numero di quelli che si chiedono cosa fare esattamente e cosa costerebbe farlo. E che poi ci si perdono, in questo chiedersi, e vanno a letto la sera inutili come si sono alzati. Cerco un'occaione per fare qualcosa di più, per rompere questa corazza di cinismo e scetticismo in cui mi sento soffocare.


Fino ad ora mi sono trattenuta dall’aggiungere parole ai fatti di Rosarno. Forse se ne stanno sprecando troppe, rivelatrici troppo spesso di ignoranza se non di malafede. Il punto vero, mi sembra ci sia arrivato persino il Papa, è lo sfruttamento del lavoro nero. Maroni si appella alla tolleranza zero. Ma qualcuno lo dice che l’ultimo decreto flussi in cui datori di lavoro potevano chiedere l’ingresso regolare di lavoratori stranieri risale di fatto al 2007? Mettetevi con un po’ di calma (bisogna seguire alcuni passaggi, cosa inusitata nell’attuale mondo dell’informazione) e rileggete questo: http://sergiobontempelli.wordpress.com/2009/01/15/maroni-conferme-decreto-flussi/. Vogliamo anche aggiungere che se un imprenditore agricolo chiedesse di far arrivare un lavoratore stagionale dovrebbe aspettare, se è fortunato, 18-20 mesi? E intanto, i mandarini? Il punto reale è che la legge sull’immigrazione in Italia rende di fatto impossibile (o almeno fortemente irrealistico) l’ingresso regolare di lavoratori stranieri. Sono convinta che con questi meccanismi ferragginosi lo Stato lanci un messaggio forte e chiaro: ma chi te lo fa fare, sfruttane uno irregolare. Che ti costa anche tanto di meno. Per questo il Governo non può lavarsi le mani delle conseguenzedi una politica che, ahimé, non è nuova. La Bossi Fini non è fallita, come dicono scioccamente alcuni, perché non riesce a eliminare i clandestini (del resto ne crea di nuovi a getto continuo). Il vero fallimento è che non adempie in alcun modo alla sua funzione primaria: regolare gli ingressi legali di lavoratori stranieri nel nostro Paese, rispondendo a una forte richiesta di manodopera. Non si può aggirare tutto nascondendosi dietro buonismo e cattiveria, alternate a seconda di come soffia il vento. Una legge non deve essere buona o cattiva: deve essere giusta e funzionale, due caratteristiche che mancano all’attuale Testo Unico sull’immigrazione. Forse sarebbe l’ora di metterci mano sul serio, invece di appiccicarvi goffamente decreti a scopo propagandistico.


Secondo me, l’educazione consiste proprio nell’aprire tutte le finestre nella mente di un bambino, di un ragazzo e di una ragazza che crescono e hanno il diritto di diventare sensibili a tutte le realtà umane e naturali del mondo. Aprire, comunicare abiti mentali, del cuore e culturali all’insegna della varietà: così potremo educare persone flessibili, aperte, che non si spaventano per qualcosa di nuovo, di diverso, ma sono pronte ad apprezzare tutte le possibilità umane. Credo che questo lavoro di aprire le finestre della personalità, della mente, del cuore sia essenziale. Credo che dobbiamo arrivare a far sì che i nostri studenti italiani, spagnoli, tedeschi, siano fieri della cultura cinese, o della cultura indiana o africana, per il solo fatto che esse sono una produzione dell’umanità. Non dovremmo più considerarle “cultura degli altri”. Essere fieri di una cultura piccola e ridotta ci ha fatto molto male: credo che sia frutto di un’educazione troppo limitante.

E’ stato un pomeriggio di brutture televisive, di frasi gravissime condivise con milioni di persone, di violenza organizzata e esibita. Sia su Canale 5, che su Rai 1. Ho spento in tempo, prima del prevedibile climax, con un senso di crescente preoccupazione, quasi di panico. Cerco di esorcizzare con le belle parole di padre Nicolàs, Padre Generale della Compagnia di Gesù. Sembra che parli di fantascienza, non vi pare? Però in questo dramma contemporaneo, questo dovremmo avere scolpito in mente. Soprattutto come genitori.


Tra il serio e il faceto. In tempi di dibattiti sui crocifissi, in ufficio (cioè presso il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati) riceviamo una favolosa chiamata del nostro capo (gesuita): "Mi hanno chiamato per benedire dei locali. Non è che vi trovate un crocifisso?". Ravaniamo qua e là ed alla fine ne troviamo uno in ceramica, con tanto di decorazione a rondinelle. Meglio di niente. Lo spolveriamo un po’. Ora, qualcuno potrebbe mai dire che i gesuiti per cui lavoro non difendono le radici culturali cristiane dell’Italia? Ma se sono tra i pochi che contribuiscono a mettere una pezza sull’immagine morale della Chiesa Cattolica… Noto poi che l’indignazione popolaree la protesta formale alla Comunità Europea sui crocifissi nasce. Sui respingimenti e le stragi di donne e bambini, meno. Molto meno. Qualcosanon mi torna.