Una sigaretta


Ti ho rivisto, oggi. Era un po’ che non capitavo nel luogo giusto al momento giusto per vederti. Non potrei dire che non ci siamo incrociati, perché tu sei sempre lì e quindi non può essere che colpa mia. Ero di dodici anni più giovane quando ti ho incontrato per la prima volta, Y. Ho pensato che avevi dei lineamenti molto fini, che sembravi anche molto distinto. Peccato. Peccato che da tempo non fossi più presente a te stesso, che vivessi ormai irrimediabilmente per strada, che parlassi quasi ininterrottamente da solo, facendo ampi gesti nell’aria tutt’intorno e ti interrompessi solo per dire la quasi unica frase che ti ho sentito dire nella mia lingua: “Ce l’hai una sigaretta?”.

“Non ti spaventare, non è violento”, mi ha buttato lì Stefano, preoccupato che la ragazzina inesperta creasse problemi. Ma non c’era neanche bisogno di dirlo, era evidente. Negli anni la tua presenza fissa, quotidiana, alla mensa di via degli Astalli è diventata familiare anche per me. Imparai di te quel che si sapeva: che sei etiope, rifugiato, e che – come accade a tanti, a troppi – non ce l’hai fatta a trovare una normalità. Quando hai incrociato via degli Astalli ti eri già perso. Però una relazione, nonostante tutto, è innegabile. Con il posto, con gli operatori. A volte sedevi tranquillo a fumare, avvolto nel tuo cappotto color cammello, alzavi un po’ la testa e fissavi un punto lontano. Ti ho anche visto sorridere, di tanto in tanto.

Poi c’è stata una improvvisa svolta. Un giorno si presentò a via degli Astalli un distinto signore etiope, che parlava un inglese fluente. Ci spiegò che era un professore universitario, a Roma per un convegno, e che data la circostanza gli era venuto in mente di passare a trovare suo fratello, all’ultimo indirizzo che aveva lasciato, più di dieci anni prima. “Non ci ha mai dato un telefono, una mail”, si giustificava. “Magari nel frattempo si è trasferito”. Era a disagio, il professore. Si aspettava una casa privata, non un corridoio della cantina del collegio dei gesuiti. Lo facemmo sedere, gli spiegammo con tutta la delicatezza possibile che no, suo fratello non aveva propriamente ricostruito la sua vita in Italia. Che probabilmente non si era più fatto vivo con loro perché si vergognava. E che, piano piano, la sua mente si era annebbiata. Ma chissà, magari quella poteva essere l’occasione. Incontrarlo, parlargli. Magari organizzare un suo rientro in patria. Certe volte il recupero può essere straordinario.

“Certo, certo, ovviamente, ci mancherebbe altro”, assicurava il professore. Più tardi, quel pomeriggio, vi incontraste. Chissà che vi siete detti. Dopo l’incontro tuo fratello sembrava vacillare ancora di più. Ci lasciò la sua mail senza troppa convinzione, assicurandoci tuttavia che si sarebbe fatto vivo alla fine del congresso. Non ci meravigliò molto il fatto che non ritornasse mai più e che non rispondesse più ai nostri messaggi. Si fa presto a giudicare. Dopo tutti quegli anni, sconvolgere tutti gli equilibri, chissà. Non se la sarà sentita.

E così tu sei sempre lì, fedele. Vieni, mangi, parli da solo, chiedi una sigaretta. Mi è sempre dispiaciuto un po’ non avertela mai offerta io, purtroppo non fumo. Vivi con poco, con pochissimo, discretamente in un angolo. Non ti ubriachi, non dai fastidio a nessuno. Ti spegni, giorno dopo giorno. Come spesso mi capita di pensare, chissà cosa abbiamo perso permettendo che la tua mente se ne andasse. Un patrimonio, molto probabilmente.

Così lontano


Su tutti i giornali si leggono aggiornamenti sulla Siria, che è diventata (e magari resterà per un po’) LA notizia dagli esteri. L’altra sera, benedicendo le webcam e chi le ha inventate, ho potuto seguire un lungo e toccante incontro pubblico organizzato presso l’Auditorium di San Fedele. Come sempre, le parole di chi vive direttamente l’esperienza della guerra, di questa folle e crudele guerra che fa a pezzi anche i bambini, hanno poco a che fare con i titoli giornalistici confezionati in redazioni lontane mille miglia, fisicamente e spiritualmente, dai fatti. Mi ha fatto particolarmente impressione pensare che noi ora assistiamo a qualcosa (una reazione contro un regime di oppressione) che passerà alla storia come qualcos’altro (una guerra civile a sfondo etnico e religioso) perché in effetti si sta trasformando, o forse è stata già trasformata, in qualcos’altro. Possiamo quasi toccare con mano come questo stia avvenendo, nonostante la resistenza eroica e commovente di alcuni.

Solo ieri, vergognandomi un po’, ho mandato una mail insulsa a un collega siriano conosciuto a Bangkok. Non so se mi vergogno di più per non averlo fatto prima o per averlo fatto ora, mettendo insieme quattro parole imbarazzate che in fondo volevano solo significare “Non capisco nulla, non posso sapere cosa stai passando, ma ti penso”.

Ho ripensato a una delle nostre conversazioni davanti al caffè thailandese, accompagnato da dolci di forma e colore improbabili. Gli dicevo che, stupidamente, durante gli anni dell’università, pur avendone la possibilità, non ero mai andata in Siria. Che un’altra volta ero stata quasi convinta di andarci, al punto da rifare il passaporto, per andare a vedere con i miei occhi l’esperienza di Deir Mar Musa, fondata da quel Paolo Dall’Oglio che oggi non può essere più lì. Ma che alla fine non mi ero mai decisa e ora mi dispiaceva. Lui mi ha guardato con il suo sorriso ampio e riflessivo e mi ha detto: “Vieni a trovarci. Abbiamo un piccolo appartamento dove puoi stare quanto vuoi”. Ma poi, con un guizzo di dolore negli occhi, ha aggiunto: “Magari non adesso”. Era ancora marzo.

Ripenso alle parole di un siriano che l’altra sera, parlava del centro storico di Homs, che lui era fiero di far visitare agli amici stranieri che venivano a trovarlo. Una testimonianza unica di convivenza tra popoli, lingue e religioni diverse, fin da prima dell’avvento dell’Islam. Ora, diceva, non potrò mostrare più nulla. Sono rimaste solo macerie. E cadaveri di bambini. Ho ripensato ai racconti di Nizam, che un mese fa mi chiamava da Mardin, in Turchia, non lontano dal confine. “Penso che ti piacerebbe”, mi diceva. E si riferiva anche lui a quell’intreccio antico di convivenza tra cristiani e musulmani, a quell’atmosfera unica, ricca e straordinaria di raffinatezza, di ricchezza, di cultura. Mentre parlavamo al telefono si vedevano i carri armati sul confine.

Continuo a seguire il filo dei pensieri e ripenso a una conferenza di Dan Madigan, un gesuita che stimo moltissimo, che ho trovato illuminante rispetto al concetto di fondamentalismo. Tendenzialmente bisogna tener presente che il fondamentalismo è il contrario del tradizionalismo. La tradizione culturale e religiosa può sicuramente essere opprimente e soffocante per l’individuo (specialmente per alcuni individui, ad esempio le donne), ma la tradizione cerca (e spesso trova) l’equilibrio e, almeno nei luoghi in cui sono presenti altre comunità, la stabilità di una convivenza sostanzialmente pacifica. I fondamentalismi di oggi, per “restaurare” qualcosa (la fede originaria, l’osservanza corretta, la purezza dei tempi antichi, l’interpretazione ortodossa), di fatto innovano violentemente, rompono programmaticamente gli equilibri costruiti dalla tradizione (spesso non senza secondi fini e strumentalizzazioni). Questa faccia delle religioni deve fare paura, oggi.

Penso a quante volte, da giovani studiosi – filologi, archeologi, biblisti, storici delle religioni – ci siamo compiaciuti ingenuamente e abbiamo tratto soddisfazione intellettuale dalla millenaria storia della Siria, da Ebla a Edessa, dai poemi ugaritici a Luciano di Samosata. Ora questa nostra egoistica consapevolezza di bellezza ci serve ben poco per capire cosa accade. Come spesso avviene, infatti, alla fine sarà accaduto quello che qualche potente deciderà che sarà opportuno che sia accaduto. Pochi, troppo pochi, sono gli strumenti che oggi abbiamo in mano per rendere giustizia alla verità e ai troppi che, in queste ore, stanno perdendo tutto: la patria, la casa, le persone care, la vita, spesso anche la dignità di quello in cui credono.

Eataly, secondo noi


Premessa: la recensione più godibile che abbia letto sul nuovo Eataly Roma è questa, a fumetti. Tutta vera, fin nei dettagli. In particolare ho fatto notare al curdo il sistema che suppone che tu paghi educatamente alle casse uscendo tutto ciò che peschi qui e là, senza trangugiarti a scrocco pacchetti di patatine sbarazzandoti dell’involucro nel cestino più vicino. Il massimo deterrente è un cartello che ti fa notare che chi fa così, ruba. Che fa il paio con il cartello che spiega che non ci sono numeretti ai vari stand perché non vogliono chiamarti con un numero ma guardarti in faccia e che chi furbescamente passa avanti non è un cliente gradito, da Eataly. Affascinante. Funzionerà? Il curdo si è sbellicato dalle risa: “Entro luglio non venderanno più nulla lungo i corridoi”, ha profetizzato.

Ma andiamo con ordine. Sabato, ore dodici e trenta. Trentanove gradi. “Mpfff… dove vorresti andare?”. Nizam ha la voce impastata di chi tenta di recuperare di giorno le ore di sonno perse di notte. “Ma dài, chi vuoi che vada in un posto così di luglio, a quest’ora?”, prova a smontarmi. Non demordo. Poco dopo l’una siamo sul luogo. Carino davvero. Non troppa ressa, in effetti, ma c’è gente. Aria condizionata a temperatura gradevole. Iniziamo l’esplorazione. Meryem apprezza (ma anche noi, in realtà) i vari punti in cui si assiste alla lavorazione dei prodotti: la mozzarella di bufala, la pasta fresca, il pane. Assaggia diffidente un quadratino di pecorino da degustazione e poi ci dà il tormento per tutto il resto della visita per tornare dal “signore del formaggio” (che saggiamente frattanto si è defilato, lasciando il posto al signore della porchetta. Ma quella non è tanto halal). Carine le simulazioni di orti, in cui anche noi cittadine possiamo scoprire come è fatta una pianta di melanzana. Ci perdiamo in contemplazione scientifica prima della pescheria (aragoste, pesce spada,scorfani, calamari, razze…) e poi persino del banco della macelleria: “Guarda il coniglietto, Meryem!” “Ma… ha perso la pelliccia? Povero coniglietto!” e giù a ridere. E’ proprio curda. Sadica. Senza cuore. Non contenta, trascina il padre allo stand a fianco: “Guarda, papà: la quaglia (in verità spiaccicata e anche avvolta nel lardo, credo)… e le sue uova!”. Nizam disapprova il pollame: sostiene che il fatto che sia esposto completo di testa rivela che è stato ucciso in modo non consono. Mah, non mi addentro in questioni tecniche.

Finita la disamina dei cadaveri, ci scegliamo un tavolo al ristorante di pasta. Preparati, seguiamo correttamente la procedura. Pasto decisamente soddisfacente e non costosissimo:  pasta corta al ragù di vitella per noi, pasta fresca ripiena di carne e verdure condita con burro e salvia per Meryem, che la trangugia quasi tutta commentando: “Sapete quanto mi piace,da uno a dieci? Sessantasei!”. Io mi godo una piccola soddisfazione extra. Ci serve al tavolo Samba, giovanissimo rifugiato che ha frequentato ad Astalli un corso di formazione. Ha un sorriso più largo della faccia quando ci augura buon appetito. E anche io. So che non è l’unico dei “nostri” ad aver trovato qui una buona opportunità di lavoro: anche M., un ragazzo eritreo la cui storia ho raccontato in Terre Senza Promesse lavora qui. E già che ci troviamo, apriamo una parentesi sul personale. Sono rimasta positivamente colpita: giovani, sorridenti, con l’atteggiamento giusto (oddio, magari bisogna vederli col pienone per metterli davvero alla prova). Non tutti paiono espertissimi, ma certamente sembrano volenterosi. Ho sentito un cameriere spiegare un po’ vivacemente a una signora che no, non poteva lasciare il tavolo libero mentre ordinava: “Ielo fregano, signo’!”. Insomma, ci diamo un tono newyorkese, ma siamo pur sempre all’ombra del Cuppolone. Poi, vedendo che sogghignavo, invece di prendersela è stato al gioco. Con uno smagliante sorriso mi fa: “Dice che sono stato un pochino esplicito?”. “Inequivocabile ed efficace!”, gli rispondo io.

Il gelato artigianale non era male, ma non era neanche indimenticabile. Meryem ha criticato molto il fatto che, essendo erogato con una sorta di dispenser, i due gusti non sono uno a fianco all’altro, ma sovrapposti. Quindi prima se ne mangia uno, poi l’altro. La Guerrigliera, dopo aver sospettato a lungo che la signorina avesse dimenticato il pistacchio, alla fine ha capito, ma continuava a scuotere la testa. “Due gusti io li voglio insieme”. Ok, mi pare un’obiezione lecita. Comunque ce la siamo goduta abbastanza. Nizam ha deciso che deve imparare a fare la mozzarella, cosa che certo, vista così, sembra pure abbastanza veloce. Lo staff dei mozzarellari era particolarmente multietnico. A un primo esame sembrerebbe: due maestri indigeni (casertani, verosimilmente), due ragazzi bengalesi, un egiziano e commesse dell’est Europa. Magari ci sbagliamo, eh? In ogni caso era un piacere stare a guardare quelle treccione che galleggiavano opulente.

Ultima nota sui prezzi. Medi, direi. Non inavvicinabili, non stracciati. Un pasto da tre, con mezzo litro di vino e acqua grande lo abbiamo pagato 39 euro. Era buono e abbondante, comprensivo di pane più che soddisfacente. Per gli acquisti, suppongo dipenda dai prodotti. Certo, non è luogo da spesa quotidiana. Ma uno sfizio ogni tanto, un regalo originale, una voglia improvvisa… Non è nemmeno Castroni. Insomma, promosso. Ha la nostra benedizione (anche se Nizam bofonchiava non so che contro le piadine al piano terra. Non ho approfondito, ma immagino sia sensibile nei confronti della concorrenza. Ha però speso parole di sincera ammirazione per l’aspetto delle patate al forno dello stand rosticceria).

Un momento di transizione


Lo è per Isabel, che abbiamo imparato a conoscere e apprezzare da tanti anni. Vorrei che lo fosse anche per me, perché sempre più spesso mi manca l’aria (e non c’entrano Caronte e Minosse). Questo video, realizzato da Famiglia Cristiana nel mio ufficio, stamattina mi commuove più del normale. Ci vedo dentro riflesse tante altre storie che ho incrociato in questi anni e, come in un caleidoscopio, anche la mia.

A volte mi chiedo cosa sarebbe cambiato se, tanti anni fa, avessi avuto l’assegno di ricerca che tutti si aspettavano che ottenessi. Se il mio ex marito avesse potuto firmare il prestigioso contratto di lavoro su cui contava quando ci siamo sposati. Se fossi partita per un viaggio a Vienna, anch’esso remoto nel tempo, a cui magari, chissà, potevano seguire molti altri eventi. So che sono domande oziose. Che l’esito di ciascuno di questi bivi (e dei tanti altri, nella vita di tutti noi) è stato determinato da un mix di mie valutazioni, di scelte altrui, di destino, forse di Provvidenza. Che dunque non è davvero il caso di concentrarsi sui treni passati, sulle occasioni perse, sui percorsi che magari si sarebbero rivelati vicoli ciechi.

Una cosa è molto probabile: storie come questa non sarebbero state parte della mia quotidianità. Nel bene e nel male, ho spalancato la mia vita alle assurdità e alle meraviglie del mondo. Per questo, condividendo con voi questo video, voglio ricordare a me stessa che non me ne pento.

Morire di speranza


Solo lo scorso anno, circa 2.000 persone hanno perso la vita durante la traversata del Mar Mediterraneo e i confini europei sono diventati vetrine di tragedie umane.
Uno di questi viaggi, conclusosi in un disastro, è stato ben documentato. Si trattava di un piccolo gommone partito da Tripoli, il 25 marzo 2011, con 72 persone a bordo, di cui 50 uomini, 20 donne e 2 neonati. Quindici giorni dopo, è stato costretto a tornare sulle coste della Libia con solo nove sopravvissuti. Avrebbero potuto essere portati in salvo tutti…. se solo i testimoni di questo triste evento avessero rispettato i propri obblighi. Invero, il mondo è rimasto a guardare.
Ripercorriamo i fatti: dopo un giorno e mezzo dall’inizio di quel viaggio, un sacerdote in Italia fu avvertito con un telefono satellitare del dramma in corso. Immediatamente, egli informò la Guardia Costieraitaliana che rintracciò la posizione dell’imbarcazione e allertò le navi della zona affinché avvistassero il gommone. Entro poche ore, un elicottero militare si avvicinò alla barca e una volta riforniti i passeggeri di acqua e biscotti, fece segno che sarebbe tornato. Ma non fu così. L’imbarcazione incontrò almeno due navi da pesca, nessuna delle quali prestò soccorso. Il gommone andò alla deriva per molti giorni, senza acqua né cibo, mentre la gente iniziava a morire. Al decimo giorno di viaggio, quando già metà dei passeggeri erano morti, una portaerei o una portaelicotteri di grandi dimensioni si avvicinò. I sopravvissuti ricordano i marinai a bordo che li guardavano con i binocoli e scattavano foto. Nonostante l’evidente stato di emergenza umanitaria, la nave militare si allontanò. Cinque giorni dopo, il piccolo gommone ritornò in Libia.

Sembra un reportage, e invece è un’omelia. Un brano dell’omelia del Cardinale Antonio Maria Vegliò all’annuale preghiera ecumenica ”Morire di Speranza”, in memoria delle vittime (migranti e rifugiati) dei viaggi verso l”Europa, nella Basilica di S. Maria in Trastevere.

Per l’ennesima volta mi chiedo: ma perché il parere della Chiesa, che tanta, troppa, troppissima influenza ha su alcune note e dolenti questioni della politica italiana, su questo tema specifico sembra non spostare una virgola? Perché una leggera allusione sul diritto alla vita ha il potere di stravolgere alcune proposte di legge e la denuncia di una strage continua passa sotto silenzio chiunque la faccia? Non è vita anche quella di tutta questa gente?

Confusamente


Ci ho scherzato su, ma l’intervento di Luigi Centenaro a Mammacheblog mi ha messo la famosa pulce nell’orecchio. No, non sto cercando banner pubblicitari. Ci mancherebbe. Però mi sono interrogata per l’ennesima volta sul motivo per cui ho aperto un blog. Non questo, che doveva essere solo una prova non pubblica. Quello su cui volevo puntare davvero, che si chiamava Rifugiati e che, essendo su Splinder, oggi è stato inghiottito dall’oblio informatico definitivo.

Con molto pudore parlo di rifugiati, che sono oggi certamente l’argomento su cui ho più consolidate conoscenze e esperienze. Ieri ho scritto un guestpost sul tema per le amiche di Zebuk e, come sempre quando tocco questo argomento, ben pochi commentano. Giorni fa ho scritto uno dei post più documentati e ponderati della mia modesta carriera di blogger, quello della politica di Israele sui rifugiati africani. E qui trovo un commento di Nex, che mi ha riempito di pensieri e di dubbi. Non su quello che sostengo nel post, ci mancherebbe. Ma sulla mia capacità di fare informazione su questo tema. Poi mi dico: vero, io sono limitata e insufficiente. Ma non sarà che subisco la concorrenza sleale di tonnellate di informazione scorretta sul tema, talmente generalizzata da entrare come tale anche nella valutazione delle persone più intelligenti e equilibrate? Come si fa a urlare che non è vero, che le cose non stanno così, senza passare per un’estremista invasata e puerile? Ricordo che già in un’altra occasione avevo cercato di spiegarvi quanto è umiliante e spiazzante vedere un Paese intero (per tacere degli altri, che non necessariamente brillano) che sembra farsi beffe di leggi, procedure, dati statistici, competenze. Quanto fa rabbia vedere che tutti ti spiegano con aria paziente e paternalistica come ovvietà delle cose che sono solo e semplicemente non vere. E tu lo sai, i tuoi dieci colleghi lo fanno, ma cosa conta? Non ci andiamo mica noi in televisione. Come ho detto in un’altra occasione, nessun giornalista sportivo potrebbe confondere un calcio di rigore con un calcio d’angolo senza perdere per sempre la propria credibilità. Sull’immigrazione (como in amore e in guerra) tutto è concesso, perché si sa che sono cose complicate e che poi in fondo non interessano nessuno (a parte qualche milionata di persone).

Che c’entra il povero Luigi Centenaro in tutto ciò? C’entra perché mi ha messo in testa la domanda: “Io che problema risolvo?”. Beh, con questo blog direi nessuno. Ma anche con il mio lavoro di problemi ne risolvo piuttosto pochi. Però una cosa mi piacerebbe farla. Mi piacerebbe organizzare un incontro (con Chiara parlammo, a suo tempo e chissà perché, di un eremo) con un po’ di persone interessanti e potenzialmente interessabili che ho conosciuto in rete in questi anni e poter finalmente spiegarvi per bene cosa non mi va già della questione dei rifugiati in Italia (e anche altrove). Poter rispondere alle vostre obiezioni e alle vostre domande. Capire da voi dove sbaglio, perché dopo tanti anni mi viene il dubbio di non essere in grado di comunicare granché. A qualcuno fregherebbe qualcosa?

Più che un sogno, un incubo


Confessiamolo subito: questo post non sarebbe così difficile, da scrivere e da leggere, se le vicende di cui parlo accadessero, che so, in Belgio. Sarebbero fatti dolorosi e politiche che suscitano indignazione, ma almeno non sarei tenuta a fare alcuna premessa o disclaimer. Mi correggo: non farò premesse in ogni caso, perché credo che tutta la mia esperienza parli da sola. Però, a scanso di equivoci, mi sono documentata molto per scrivere questo post e cercherò, più del solito, di citare le mie fonti. Ci tengo davvero che la discussione, se ci sarà, sia pertinente e non ideologica.

Siamo in Israele, dunque. Quella stessa Israele giustamente citata ad esempio su alcune bacheche Facebook anche di recente per l’apertura e l’inclusione effettiva dimostrata nei confronti degli omosessuali. Ma da mesi c’è un altro argomento che ricorre prepotente nella pagine dei quotidiani. E qui ho avuto il primo sussulto, per la terminologia usata: si parla di problema degli infiltrati. Infiltrati africani, per la precisione. Approfondendo la questione, si arguisce che il termine, per l’uso del quale il governo israeliano è stato criticato anche dal Dipartimento di Stato USA, ha un suo preciso fondamento giuridico: la Legge per la Prevenzione dell’Infiltrazione, del 1954, emanata in circostanze di emergenza e rinnovata di anno in anno, fino al suo ultimo emendamento di pochi giorni fa. Si chiama così. Nel 1954 gli infiltrati erano nemici armati che si insinuavano all’interno dei confini di Israele per compiere attentati. Oggi gli infiltrati sono soprattutto eritrei e sudanesi, che varcano il confine del Sinai dopo aver passato spesso attraverso l’esperienza del sequestro e dei ricatto da parte di trafficanti senza scrupoli. Si tratta di persone in fuga da guerre e persecuzioni, a volte amici e parenti dei rifugiati che incontro ogni giorno qui in ufficio e a cui l’Italia riconosce la protezione internazionale.

La legge prevede detenzione fino a tre anni, bambini inclusi, per chiunque varchi la frontiera senza documenti, anche se chiede asilo. La pratica dei respingimenti in frontiera è comunemente praticata. Ma Israele non ha firmato la Convenzione di Ginevra del 1951? Certo che l’ha firmata. Eppure l’accesso alla procedura d’asilo è una fortuna riservata a pochi. Secondo l’associazione israeliana Avvocati per l’asilo, dei circa 25mila richiedenti asilo presenti nel Paese, all’85% è negato l’accesso alla procedura. Secondo il Dipartimento di Stato USA, alla maggior parete dei richiedenti asilo viene dato un documento che ne sospende provvisoriamente l’espulsione, da rinnovare a intervalli di pochi mesi. Ma agli altri non sembra andare molto meglio: se si guardano i dati UNHCR, delle 4.603 richieste di asilo presentate nel 2011 (a fronte di circa 16mila arrivi), 3.692 sono state respinte e a una sola famiglia è stato riconosciuto l’asilo politico.

Proprio in questi giorni è aperta la caccia all’uomo in vista di un massiccio rimpatrio coatto in Sud Sudan, Paese notoriamente a rischio, sia dal punto di vista della sicurezza alimentare che delle violazioni sistematiche dei diritti umani. Per ora non è stato autorizzato il rimpatrio coatto di eritrei e sudanesi. Per ora.

Il clima sociale e politico è incandescente. Gli africani che vivono in Israele, spesso senza alcuna forma di accoglienza, sono stati oggetto di ripetuti attacchi: molotov lanciate in case private e persino contro un asilo frequentato da bambini africani, incendi dolosi ad abitazioni, manifestazioni in cui centinaia di persone chiedono a gran voce di “deportarli tutti”. Non si può dire che i politici gettino acqua sul fuoco. Il Ministro dell’Interno ha rilasciato dichiarazioni sconcertanti: malati di AIDS, stupratori, violenti, i migranti africani avrebbero reso il sud di Tel Aviv “la pattumiera del Paese”. Se ne devono andare, con le buone o con le cattive. E se qualcuno gli obiettasse che le sue parole possono suonare un po’ xenofobe e razziste, risponde: “Lo so, ma sono motivato dall’amore per il mio Paese e dalla consapevolezza che non ne ho un altro.”

E chi ne ha un altro, oltre il proprio? potrebbe obiettare qualcuno di voi. No, qui il riferimento è chiaro ed è tutto ideologico: gli ebrei non potrebbero vivere altrove, perché sarebbero perseguitati. Israele è l’unica risposta possibile per assicurare a un ebreo di vivere in sicurezza. Secondo me, con questa frase il ministro Yishai deliberatamente mira a spostare il piano del dibattito da una questione di politica nazionale a un piano diverso. “Noi non siamo uno Stato come gli altri”, sembra voler dire. E su questo punto, sono spiacente, ma non mi sento davvero di seguirlo.

Il colpo di grazia su questa storia mi arriva da un editoriale singolarmente infelice di Abraham B. Yehoshua, pubblicato su La Stampa giorni fa. L’articolo è stato ampiamente criticato in rete (per esempio qui e qui), quindi evito di glossarlo punto per punto. Cito solo una frase su tutte: “Qual è la soluzione? Innanzi tutto bloccare la frontiera col deserto, cosa che sta già rapidamente avvenendo [con la costruzione di un muro su 140 km dei 250 km di frontiera complessivi n.d.b.*]. Se ciò non accadesse Israele potrebbe essere travolta da un vero e proprio tsunami africano”. L’uso del termine tsunami applicato all’arrivo di richiedenti asilo per noi italiani non è una novità. L’abbiamo sentita in bocca a Maroni e a Berlusconi, a proposito degli arrivi dal nord Africa (ed era stata giustamente criticata, tra gli altri da Gad Lerner). In nessun caso delle persone, fossero pure dei migranti in cerca di lavoro, possono essere accomunate a un’anonima catastrofe naturale. La cosa è tanto più grave se si hanno presenti le circostanze che hanno costretto alla fuga questi uomini e queste donne e le esperienze spaventose che hanno subito nella speranza di salvarsi la vita.

Non tsunami, dunque, e neppure infiltrati. Chiamiamoli rifugiati e interroghiamoci su cosa sono diventate le nostre società democratiche (Israele, certamente, lo è). Dobbiamo chiedercelo prima ancora che per loro, per noi e per i nostri figli. Il ministro Yishai dice che questa gente minaccia il sogno sionista. Io credo fermamente che questo sogno rischi di trasformarsi in un incubo, se non si riuscirà a tornare al rispetto delle leggi internazionali e, prima ancora, della ragionevolezza e della civiltà, come molti in Israele chiedono.

Meno di un mese fa, Anne Rose Siegel, volontaria di una ONG israeliana, ha scritto una lettera molto toccante alle comunità ebraiche della diaspora. Anche lei, come il ministro Yishai, cerca il collegamento, complicato e controverso, con gli ebrei che non vivono in Israele. Cita un celeberrimo discorso di Ben Gurion alla comunità internazionale del 1944, lo parafrasa e chiede: se invece di africani fossero ebrei gli uomini, le donne, i bambini che si vedono oggi arrivare molotov in camera da letto e che vivono nel terrore costante di essere deportati dove li aspetta carcere, tortura o morte certa… vi comportereste nello stesso modo? Ma forse si può generalizzare e dire: se fossero i vostri figli, i vostri amici, i vostri parenti… vi comportereste nello stesso modo? Non crediamo forse di appartenere a un’unica famiglia umana, chi per un motivo chi per l’altro?

*nota del blogger

Le Quyen


Anzi, Lệ  Quyên Ngô Ðình. Un nome difficile (ci tornerò). Questo è il mio blog personale, quindi non posso andare oltre il mio piccolo, parziale saluto e ricordo. Altrove troverete di più (e comunque sempre troppo poco: incredibile quante cose avesse fatto, quante ne facesse e a quante si interessasse).

Non posso dire di averla incontrata di recente. Nessuno che si occupi di rifugiati, soprattutto a Roma, può dire di non conoscerla. Era stimata, apprezzata e anche un po’ temuta in ogni campo del nostro lavoro. Una donna magnetica, dal piglio energico, impeccabile nell’espressione scritta e orale. Ma c’è stato un momento in cui il nostro rapporto ha superato quello tra enti ed è diventato una relazione personale. Era un convegno di fine progetto. Un progetto che ci aveva dato del filo da torcere e la parte di esposizione che toccava a me non era né facile né simpatica. Alla fine del mio intervento, lei si avvicinò e mi disse: “Lei è brava a parlare in pubblico. Dobbiamo tenerlo presente, in futuro”. Chi mi conosce un po’ sa che io e la stima altrui non abbiamo sempre un buon rapporto. Diciamocelo, io di solito mi baso soprattutto sull’autovalutazione. Ai complimenti raramente mi scopro a dare peso. Ma lei era lei. E, sebbene fosse sempre molto cortese e cordiale con tutti, le sue parole erano sempre ben pesate.

Al progetto successivo abbiamo collaborato molto più strettamente, scrivendo insieme un capitolo di una ricerca. Dopo molte questioni sul fatto che non c’era nessuno che potesse fare editing e che dunque avremmo dovuto aggiustarci da noi rispetto alla continuità di stile, abbiamo convenuto di provare a buttar giù due pezzi giustapposti e lavorare in seguito per l’armonizzazione. Ebbene, scoprimmo in quella circostanza che avevamo uno stile di scrittura tanto simile da essere praticamente indistinguibile. Nel frattempo quel progetto ha creato un gruppo di lavoro eterogeneo e itinerante, che finì con l’incontrarsi, insieme o a gruppetti, in diverse circostanze su e giù per l’Italia. Lệ Quyên in quel contesto ha saputo andare ben oltre il suo ruolo ufficiale. Fu uno scambio a tutto campo, in qualche misura anche informale e personale, intessuto di tragitti in treno e pranzi arrangiati in rosticcerie di varie località. “Tu, quando mi scrivi, sei tra le poche che scrive il mio nome correttamente”, mi disse un giorno dalle parti di piazza Indipendenza, a Roma. Eravamo passati al tu (ci si adeguava al codice del gruppo di lavoro, in netto contrasto con la sua abitudine di dare del lei a tutti i collaboratori, anche a quelli più stretti) e io risposi: “Beh, non è difficile: faccio copia incolla dalla tua firma”. La verità è che io detesto quando chi scrive una mail sbaglia il nome del destinatario. A voce si può sbagliare, ma quando si scrive il controllo dovrebbe essere un obbligo di cortesia. Si parlava molto di nomi, in qella pausa pranzo. Nel rispetto della persona che passa anche attraverso lo sforzo di non storpiare il nome altrui e il tentativo di dare adeguatamente del lei anche (e soprattutto) allo straniero appena arrivato.

Ma parlammo anche di altro, in quei mesi. Del mio ultimo tentativo di carriera universitaria, attraverso il concorso più avvilente della mia esperienza. Lei mi raccontò la sua, di esperienza, per certi versi ancora più frustrante. E il fatto di essere su un treno per Parma la mattina in cui ho saputo l’esito della farsa, in attesa di essere accolta da un variegato gruppo di specialisti un po’ caciaroni che in parte faceva il tifo per me (e in parte mi augurava, saggiamente, di restare dov’ero) certamente è stata una terapia efficace per riprendermi da un’esperienza non esaltante. Con Lệ Quyên parlai anche delle mamme blogger e di “Hai voluto la carrozzina?”. Lei mi confessò di aver accarezzato molte volte l’idea di scrivere un libro comico sulla maternità e, se non fosse stato per un impedimento dell’ultim’ora, si sarebbe unita volentieri a un aperitivo con una blogger che andavo ad incontrare, sfruttando la trasferta del progetto. Lesse il libro con la stessa accuratezza che dedicava alle ricerche giuridiche e questo mi incoraggiò, quando saltai una riunione del progetto successivo a causa di un infortunio surreale di cui ero rimasta vittima, a giustificare la mia assenza mandandole un link, questo. Scoprii poi che lo aveva girato anche a una sua serissima collaboratrice, con cui si davano del lei, per incoraggiarla a ridere a sua volta degli acciacchi e delle difficoltà.

Quest’anno stavamo lavorando a un progetto a cui entrambe tenevamo molto. Non erano mancate le difficoltà e anche, ahimè, le tragedie. Ma il clima delle riunioni di progetto era sempre incredibilmente rilassato, scherzoso, affettuoso e allo stesso tempo produttivo ai massimi livelli. Stavamo facendo un lavoro eccellente, ciascuno nel suo. Lo continueremo, certo. Ma non è la stessa cosa. Una come lei non si può sostituire, in nessun senso. Il mio capo gesuita dice che dobbiamo essere riconoscenti per avere avuto la grazia di fare un pezzo di strada con lei. Certamente. Oggi però mi sento solo di pensare che mi fa rabbia quello che tutti abbiamo perso, che è un’ingiustizia e uno spreco incalcolabile. Che mi fa malissimo non poter partecipare al suo funerale (domani si lavora). Che mi fa malissimo, soprattutto, non poter più godere della sua compagnia, del suo umorismo, della sua competenza e, non ultimo, della sua eleganza.

Arrivederci, Lệ Quyên.

Travaux, ovvero: contro il pregiudizio (anche positivo)


Anni fa ho visto uno di quei film che sarebbe rimasto una pietra miliare, pur nella sua leggerezza, per la costruzione delle mie convinzioni di cittadina e operatrice sociale. Si tratta di questa commediola francese, mirabilmente interpretata da Carole Bouquet. Tra una risata e l’altra, il messaggio complessivo è molto saggio: non avere pregiudizi nei confronti degli stranieri non deve mai equivalere a una mitizzazione a prescindere. L’istinto di difendere persone da continui soprusi di cui siamo testimoni, particolarmente spiccato in operatori sociali, attivisti dei diritti umani et similia, nella pratica spesso porta a un parziale obnubilamento del senso critico in soggetti che magari in altri campi brillano per acume di analisi e complessità di ragionamento. Si potrebbe definire “infatuazione professionale da reazione”.

Dato che le grugnate, anche dolorose e drammatiche, in questi casi, si sprecano e in 9 casi su 10 si traducono in reazioni viscerali, generalizzate e estreme (che, viste da lontano, assomigliano molto al più deteriore razzismo), la consapevolezza di questa malattia professionale del cittadino socialmente impegnato è quantomai auspicabile. In estrema sintesi, sebbene ci faccia orrore che le etichette negative siano associate agli stranieri in quanto tali (e su questo non ci piove, ci mancherebbe altro), ci dobbiamo ricordare sempre che può ben darsi che uno straniero si comporti da stronzo, egoista, menefreghista, violento, disonesto, senza che per forza si debbano cercare giustificazioni a misterioso sfondo antropologico per dimostrare che in realtà trattasi di malinteso culturale. Ebbene, il malinteso culturale a volte è presente e certo non aiuta: ma ogni individuo può pur sempre comportarsi da bastardo senza che ciò sia predeterminato dalla sua origine etnica o giustificato da una specifica identità culturale.

E quindi? Diffidare sempre? Certo che no. Io, dall’alto di una consolidata esperienza, consiglio di prendersi tutte le fregature del caso ma non condannarsi alla paranoia. Un po’ (anzi, dosi massicce) di autoironia però aiutano sempre, unite possibilmente a un sereno atteggiamento socratico, ovvero alla consapevolezza che nel rapporto con l’altro (in tutti i casi) le cose che ci sfuggono sono solitamente di gran lunga superiori a quelle che afferriamo, con l’intelletto o con il sentimento.

Leggendo qua e là


Da quando ho scoperto anobii, mi sento come se facesse parte di me. Doma il mio disordine. Mi aiuta a tenere traccia delle letture fatte, mi suggerisce idee per nuove esplorazioni libresche, soprattutto attraverso gli scambi, che ho praticato abbastanza nel corso dell’ultimo  anno.

Questo periodo lavorativo, pur piuttosto faticoso, mi ha messo voglia di fare anche letture complementari alla mia sfera professionale. Non succedeva da un po’, nel senso che spesso tendo a privilegiare letture di evasione (pur senza riuscire a reprimere i miei interessi, sempre un po’ bizzarri) o, all’estremo opposto, saggi di media pesantezza che a volte mi danno da recensire (ma anche quelli li prendo come uno stimolo a tentare strade nuove, che da sola non avrei preso in considerazione – a volte a ragione, va detto). Oggi vorrei segnalarvi tre di queste mie letture semi-professionali. La premessa, piuttosto bizzarra, è che – a parte forse il secondo dei volumi – nessuna mi ha del tutto appagato. Tuttavia tutte hanno alimentato la voglia di procedere nell’approfondimento dei rispettivi temi, e per questo soprattutto mi va di parlarvene.

More about Decolonizzare la follia Il primo è una raccolta di saggi di Frantz Fanon. E chi era costui, dirà il mio sparuto gruppo di lettori (ad eccezione, forse dei due-tre più secchioni)? Lasciate stare Google, vi soccorro io direttamente da Wikipedia. I “miei” psichiatri lo citano, per comprensibili ragioni, ogni due per tre. Mi sono dunque decisa a comprare questo volume e, per inciso, credo di aver toppato alla grande. Avrei dovuto prendere qualche scritto più significativo, che mi desse la possibilità di confrontarmi con questo autore con un respiro maggiore, meno inquinato da dibattucoli polemici di stampo accademico (l’introduzione ai saggi, scritta dall’autorevole curatore dell’opera, è davvero un caso studio di per sé). Tuttavia, leggendo, un collegamento fortissimo mi è saltato agli occhi: mi ricorda da morire Orientalismo di Said. Da un lato il nesso era fin troppo ovvio, eppure a me era sfuggito, a causa delle diverse sfere professionali che mi hanno portato alla lettura dei due saggi. Colonizzare e decolonizzare: due processi storici di portata spaventosa, che investono prepotentemente e trasversalmente tutti i miei campi di interesse (e forse, più in generale, molti campi del sapere e dell’agire umano). In Fanon come in Said salta all’occhio la rabbia. Una rabbia ferocissima, una reazione intellettuale che si tiene in equilibrio precario sul limite del fanatismo. Nel riflesso della reazione credo che noi oggi abbiamo la possibilità davvero di sperimentare in modo indiretto la violenza coloniale, pur senza averla vissuta. E qui si pone la domanda metodologica: come salvare tutta l’energia rivoluzionaria di queste reazioni per sublimarle, per dir così, in un approccio più equilibrato, capace di riconciliarsi con il passato senza rimuoverlo? Come avviarsi verso una sintesi su questioni tanto brucianti ancora oggi? Ma mi riprometto di andare avanti nella mia finora fugace conoscenza di Fanon. Forse ci tornerò sopra, più specificamente (con vostra profonda gioia, presumo: come non adorarmi quando all’astrusità tento di aggiungere il tecnicismo?).
More about Un indovino mi disseCambiamo decisamente argomento, come si direbbe in TV. Sono rimasta fedele alla tradizione del’acquisto di impulso di un libro in aeroporto prima di un viaggio. Ho resistito a un libro di ricette di Claudia Roden e ho superato uno dei miei tabù: ho letto il mio primo libro di Tiziano Terzani. Scelta azzeccatissima. Mi ha portato esattamente lì dove volevo andare, nell’atmosfera di incontro tra culture non dominato dall’intellettualismo (pur supportato da lucida e puntuale analisi, ai limiti dell’assurdo), ma guidato in buona parte da una irrazionale curiosità. Ci ho sguazzato. Era come una colonna sonora azzeccata per il mio viaggio a Bangkok. Forse leggerò altro di questo autore, forse no. Ma sono soddisfatta. Alla fine la cosiddetta intercultura, qualsiasi cosa ciò voglia dire, non si fa senza un pizzico di irrazionalità. Quella fiducia immotivata che ti spinge ad assaggiare un piatto che non toccheresti mai, se ne sapessi gli ingredienti. Poi non è detto mica che ti piaccia, sia chiaro. Ma ti sei lasciato trasportare in un viaggio in cui non eri tu con i tuoi pregiudizi a predeterminare la rotta. Se c’è una possibilità di capire qualche cosa è questa: aprire una finestra perché possa entrare qualcosa che nei tuoi schemi mentali ancora non c’è.

More about Rediscovering Dharavi Ed eccoci arrivati al terzo libro. Tema: la povertà urbana. Il libro in effetti mi è piovuto tra le mani casualmente. E’ una copia pirata, venduta in fotocopia per le strade di una città indiana. La leggenda narra che l’autrice stessa si sia imbattuta in un venditore delle copie taroccate della sua opera e sia rimasta tra il perplesso e il lusingato. Se la leggenda è vera, io non mi capacito del fatto che una ricerca di sociologia/scienze sociali, pur accattivante, possa essere venduta per strada in copie non autorizzate. Ma che lettori assatanati ci sono in India? Vabbè, prescindendo da ciò, la lettura è interessante, anche se a tratti un po’ faticosa. Nessun pietismo, analisi articolata – storica, sociale, economica – della vita di uno slum indiano, dei suoi punti di forza e delle sue – molto più ovvie – criticità. Ma, ancora una volta, un richiamo a complicare le nostre mappe mentali. Non è solo miseria, non è solo degrado, non basta spazzare via con una ruspa. Bisogna fare la fatica di capire, analizzare, mediare, negoziare con chi ci vive percorsi inediti. La politica, del resto, non è un gioco da ragazzi. Neanche quella locale. Peccato che troppo pochi la prendano seriamente (e chissà se qualcuno di quei pochi vive in Italia).