Certe volte uno si trova a guardare la vita che scorre come se fose acquattato nell'angolo buio di una stanza. Non so se vi è mai capitato. Una fatica enorme a rialzarsi, a ributtarsi nelle cose di tutti i giorni, che pure stanno lì. I pensieri che si prendono tutto lo spazio intorno, uscendo dai legittimi confini della testa del pensante. A me questa cosa, quando mi succede, fa proprio paura. Specialmente, ovvio, da quando sono madre. Con tempismo ammirevole, ho scelto di leggere sull'aereo "I giorni dell'abbandono". Lettura azzeccata quanto "Patrimonio" di Roth dopo la malattia e morte di mio padre. Come in questi casi capita, se ero partita un po' sbilenca, sono tornata del tutto fuori asse. Un po' per intoppi reali, un po' per sberloni emotivi che un po' il destino si accanisce a dare, un po' forse sei tu stesso ad attirarti, quando inizi a barcollare. E poi rieccoti qui, pienamente presente a te stessa (o almeno non meno del solito). Con la consapevolezza che quell'abisso in cui si pareva di sprofondare è una buca di piccole-medie dimensioni. Il che ovviamente non toglie che tu, maldestra da sempre, possa spaccartici una gamba o strapparti un legamento. Ma alla fine sei di nuovo qui ed è questo che conta.
Il rapporto con la tata di Meryem è nel complesso bellissimo. Lei adora la bambina, ma anche me (lavorava a casa di mia madre quando io ero piccola) e fondamentalmente siamo in sintonia. Ciò non toglie che qualche piccolo duello sotterraneo, talora, c'è. Capita che lei tenti di indurmi a fare di testa sua. Piccole cose, per carità. Ma io sorridendo e volendole un gran bene, tento di tenere il timone. Un po' come si fa con le nonne, per intenderci.
Sulla festa di compleanno, che si farà il 26 giugno (con 10 giorni di ritardo) con un pic nic in villa, ha tentato di dissuadermi con varie mosse. L'argomento cloux era la presumibile assenza di Adriano, l'amichetto con cui attualmente trascorre più tempo (al nido e fuori). "Vedrai, di sabato, a giugno, partono tutti". Mica siamo a Milano. Il nido è aperto tutto luglio e, mi risulta, assai frequentato. E poi uno se ha una festicciola il sabato mattina, magari al mare ci va la domenica, o il sabato sera. Il concetto era: è meglio farla di pomeriggio, durante la settimana, magari al campetto dove vanno a giocare. Ho sorriso serena e ho detto, ovviamente, no. Ci manca pure che non ci sia io (non era quella l'idea, ovviamente: ma prendermi un permesso per creare poi una grana a tutti gli amichetti… che peraltro a scuola la festeggeranno….). Le ho concesso che se per quel pomeriggio vuole farle una crostata e portarla alla gang degli scivoli per farsi bella con tate e nonne, può farlo. Io magari cercherò di raggiungerli lì. Ma mi rifiuto di pagare 100 euro per usufruire del padiglione delle feste dei preti polacchi. Mediazione.
In compenso, grazie a FB ho fatto un colpo basso: mi sono accordata con la madre di Adriano per fare la festicciola insieme. Così la tata non potrà dirmi che lui non ci sarà. E le altre mamme, a cominciare da noi due, saranno sollevate.
Stamattina, per telefono, la tata ha sferrato un altro attacco. "Sai, la bambina ultimamente chiama tutti gli amichetti 'fratellino' e 'sorellina'. L'hai notato anche tu?". Direi di no. E anche fosse… "Silvana, farò finta di non aver sentito. Buon sabato anche a te!".
E come si fa a non dire niente, con quello che sta succedendo nel mondo? Però vorrei partire da una parola: priorità. La priorità è restare umani, restare fedeli nonostante tutto a dei valori che non possono cedere davanti a cause di forza maggiore. Altrimenti cediamo alla logica che in casi estremi i valori possono passare in secondo piano. Ed è esattamente questa logica che detta le regole dell'orrendo gioco di cui, nostro malgrado, siamo parte. Quindi, niente "popoli infami". Niente generalizzazioni. La responsabilità c'è ed è di ciascuno degli interessati. Sarebbe bello poter puntare il dito e basta, mi redo conto. Liberatorio. Ma se siamo onesti, l'indifferenza tragica è anche nostra. L'alzare le spalle, il parlare solo con chi la pensa come noi, il compiacersi della nostra intelligenza e superiorità.
Quali sono le nostre priorità? Quali sono le mie, mi chiedo stamattina più che mai? L'altro giorno parlavo a un gruppo di immigrati della nostra Costituzione. Di come è nata. Della guerra civile, della fame, della paura, dell'orrore in cui affonda le sue radici la nostra Repubblica. Cose che chi viene dall'Afghanistan, dal Pakistan, dall'Eritrea, dall'Iran capisce, certo meglio di me. Loro non me l'hanno chiesto, ma me lo sono chiesta da sola: quando, esattamente, abbiamo scelto di rinunciare a quei valori? Quando abbiamo deciso che i principi fondanti del vivere civile vanno intesi come slogan utopistici, ché tanto poi la realtà è un'altra?
Quando esattamente abbiamo smesso di scandalizzarci, di indignarci? Perché certamente abbiamo smesso. Possiamo dare la colpa a chi e a cosa crediamo meglio, ma al momento pochi di noi vanno oltre i sospiri. Purtroppo io non rientro in quei pochi. Rientro piuttosto nel più ampio numero di quelli che si chiedono cosa fare esattamente e cosa costerebbe farlo. E che poi ci si perdono, in questo chiedersi, e vanno a letto la sera inutili come si sono alzati. Cerco un'occaione per fare qualcosa di più, per rompere questa corazza di cinismo e scetticismo in cui mi sento soffocare.
Me ne sono resa conto già tempo fa: Meryem ormai dorme come un grande. Non è più il fagottino che adagiavo dal lato migliore. Prende posizione, aggiusta il cuscino, si rannicchia e poi si allunga, sbattendo qua e là. Oggi però, mentre ci addormentavamo, le ho visto fare un gesto lento, con la mano e ho avuto un flash back. Quando la allattavo e lei, a volte, a fine poppata si assopiva, agitava la mano davanti a sé, con gli occhi già chiusi, quasi a dire "aspetta, aspetta…". Come è difficile descrivere una cosa così. A questo proposito, registro qui che già da un po' abbiamo adottato una sorta di co-sleeping part-time. La addormento nel mio letto, sdraiandomi accanto a lei. Poi la metto nel suo lettino. La mattina prestissimo, quando si sveglia, mi chiama e torniamo nel lettone, stavolta in tre. Il grosso della notte è salvo, ma abbiamo queste finestre di coccola reciproca, la seconda delle quali finisce in grandi combattimenti mattutini tra Meryem e Nizam. Diseducativo, certo. Ma chissenefrega. A noi, quelli che a tre mesi nel lettino tutta la notte e pure nell'altra stanza, per ora, piace così.
Lo so, sono incontentabile. Però un po' mi annoio. Ieri ci voleva tutta, una noiosa giornata di riposo. Oggi avrei dovuto lanciarmi un po' di più, ma poi mi è mancato l'entusiasmo. Era uno di quei giorni in cui mi sarebbe piaciuto saltare in macchina con Nizam e Meryem e andare alla cieca a caccia di qualcosa (qualche volte ci ha detto bene, tante altro molto meno: ma il gioco in fondo sta tutto lì). L'estate sarà dura, mi sa.
Una blogger romana va a Milano
La comicità, quella vera, quella della vita vissuta, nasce spesso da gustosi fraintendimenti. Sprattutto per questo sono convinta che la trasferta milanese meriti che io spenda qualche parola. Riguardo alla parte già strutturata, lo spettacolo “Mamma che ridere”, credo che si sia già espressa in modo esaustivo Lanterna, di cui condivido sostanzialmente i commenti. Ma permettetemi di integrare sulla seconda parte della serata, quella che è sfuggita alle telecamere.
Le romane guardavano a Milano con speranza e timida aspettativa. Milano = trasgressione; Milano = bisboccia di portata nazionale, e persino un po’ international. E poi la notte fuori, con l’effetto gita scolastica. Si favoleggiava di pigiama party e gioco della bottiglia. Ci mancavano alcune informazioni base. A Milano di lunedì sera non si esce. Non fa fino. Non si usa. E’ molto out. Ma se proprio tu fossi uno sfigato romano che vuole uscire, la prima mossa sarebbe spostarsi dal centro. Lo sanno anche i bambini. E che, pensavate che i navigli siano a S. Babila? Ogni milanese punterebbe deciso verso la periferia, per trovare la movida, o – se vuol proprio esagerare – farebbe rotta su Abbiate Grasso, un nome un programma. Ecco dunque la sprovveduta comitiva che si trova fuori spazio tempo, ovvero a piazza S. Carlo alle 11 di sera.
Ormai in balia di Ivan Drago, cerchiamo invano di darci un tono. Parte l’asta del panino avanzato. Minacciosissimo, il torvo cameriere piazza i sandwich al salmone, ma si incaglia sulle piadine. L’aria è tesa. Il vassoio espositore sta per volare sulle nostre teste. Poi qualcuno vira sulla pizza. “Sapete già quali?”, ringhia il nostro. “Tre margherite”, azzarda impavida Silvia GC. Fare l’avvocato in queste circostanze fa la differenza. “In ordine!”, minaccia Drago. Ordinatamente ci sottoponiamo alle forche caudine dell’alzata di mano. Ma la nostra resa è stata sancita definitivamente dalle bevande. “Coca Zero”, sospira qualcuna. “Fanta”, geme un’altra. “Acqua tonica”, azzarda una terza. “Acqua minerale. Naturale”, chiosano infine le ultime. La bibita più trasgressiva che ha toccato il tavolo è stata una birra media. E che birra. Sgasata al punto giusto, quasi imbevibile. Ben vi sta, depravati alcolisti.
Inutile dirvi che al rientro in albergo l’euforia era alquanto contenuta. Quando il portiere ha lungamente insistito per sapere chi volessi in camera con me (per qualche misteriosa ragione, avevo una doppia) ho dovuto confessare la triste realtà: sola, solissima. Raramente la mia coscienza, pur tendente al candido, è stata più immacolata di così.
Schivate le calamità più grosse, guarita la bambina (o piuttosto considerata tale), consegnati quel paio di lavoretti urgenti che contribuiscono a placare il residuo di senso di colpa da madre degenere, stampati i biglietti del treno… tra poco si va a Milano, con il preciso intento di svagarsi. Disimpegno assoluto. Mamma che ridere! A presto, amiche blogger.
Lui, il curdo, è decisamente un signor padre. L'altra mattina l'ho lasciato a casa tre ore con Meryem, malaticcia. Al mio ritorno, ho trovato la porta della camera tappezzata di fogli con artistici timbri. Mi sono chiesta fino al suo ritorno che cosa esattamente si fosse inventato, visto che in casa non c'erano tempere né spugnette di sorta. Meryem era esaltatissima, ma non mi dava particolari su questo inaspettato estro artistico. Il mistero si è chiarito al ritorno di lui: avevano usato l'applicatore del lucido da scarpe (e la tinta, appunto, era il lucido nero delle sue scarpe buone). Però. Ricordo la prima volta che sono partita per lavoro. Meryem aveva 9 mesi e l'avevo appena inserita al nido. Ansia a mille. l'ho rincoglionito fino a oltre mezzanotte con le istruzioni più assurde. La sera dopo, al telefono, mi ha detto: "Guarda che devi stare tranquilla. Io magari non faccio tutto come dici tu, ma lo faccio. Ieri ti ho lasciato parlare, perché ne avevi bisogno tu. Ma io me la cavo lo stesso". Prendi e porta a casa. Qualche volta ancora mi commuovo, se ci penso. Peccato davvero che questo nuovo lavoro lo tenga lontano da noi così tanto tempo. Va bene la qualità, che è indubbia, ma nostra figlia avrebbe diritto a una quantità più congrua.

Questo post partecipa al blogstorming
Come dice Lanterna, continuo a sprecare la mia fortuna … Ebbene sì, ho visto un altro Candy, in questo caso il Book Candy di Cinzia. Grazie!!!
Il mio diavolo tentatore personale si chiama Stefania. Ha un dolcissimo sorriso, la voce suadente, è spiritosa. E ha una boutique. Esatto. Un costosissimo negozio di vestiti. Un posto dove, se fossi un minimo ragionevole, non dovrei entrare mai. Però non è un negozio qualunque. Era il magazzino di una bancarella di vestiti: quella di suo padre, Emanuele, che ancora se la gestisce in tutta serenità lì sullo stesso marciapiede. Io ci compro gli antiscivolo per Meryem, ad esempio. Ci vado da quando ho memoria e me lo ricordo, quel magazzino. Emanuele ti ci faceva anche entrare, per provarti al volo qualcosa. C'è una storia, dunque, la storia di una donna giovane e intelligente, con uno straordinario buon gusto, che ha saputo mettere su un'attività di livello eccellente e sceglie personalmente tutto ciò che vende. Senza nessuna puzza sotto il naso: il nome del suo negozio, Emanuele, parla da sé e per chi vive a Monteverde dice tutto. Tra noi c'è un feeling straordinario. Ci divertiamo come matte. Ci sono quelle volte che un acquisto praticamente si impone, che la mamma si commuove, che – come oggi – cedo di schianto e basta, senza alcuna ragionevolezza. Ma io adoro Stefania perché, anche se sa perfettamente che non sono "una buona cliente" e non credo che lo sarò mai (a meno che non diventi improvvisamente ricca, eventualità alquanto improbabile), non mi nega mai l'effetto Pretty Woman. Mi conosce come le sue tasche, mi fa provare praticamente solo cose che mi piacciono. Chiacchieriamo, scherziamo, giochiamo alla sfilata. Mi prova accessori che non mi comprerò mai, perché non me li posso permettere, ma così me li posso vedere addosso. Si gioca.
Oggi avevo bisogno di un colpo di genio. Un look milanese, compatibile con le comodità necessarie ai ritmi di una giornata che oscillerà tra l'ufficio, il treno e un teatro di cabaret. Ne abbiamo inventato uno disinvolto, molto disinvolto. Non casual, di più. Ma con un unico, vistoso, tocco magico. Una coccola a cui non ho potuto resistere e in fin dei conti non me ne pento. E poi ho visto la borsa dei miei sogni, e una cintura che mai avrei creduto di desiderare con tutta me stessa finché non me la sono vista appoggiata sui miei larghi fianchi. Lasciate lì entrambe, ovviamente. Ma Stefania è impagabile perché, una volta ogni tanto, mi regala tutta la sua professionalità per farmi sentire femmina. E' una bella sensazione. Certo, lei ha il suo guadagno, sia pur molto episodico. Non lo metto in dubbio. Però una volta mi ha persino regalato una maglietta: così, perché non mi vedeva convinta e invece secondo lei mi stava bene. Ora è una delle mie preferite, la maglietta spagnola nera elasticizzata con il toro giallo.