"Mamma, oggi ho da fare tante cose da fare", mi annuncia Meryem tornando a casa. "Che ne dici di disegnare?", attacca poi. Questo "che ne dici" non so dove l’abbia preso, ma mi fa impazzire. L’altro giorno eravamo al supermercato, uno dei pochi luoghi in cui (a differenza di altre madri) mi sento relativamente tranquilla. Si concentra a trainare il carrellino (tutti mi guardano male, ma lei sa farlo e soprattutto vuole farlo), poi mi passa le cose da mettere sul nastro della cassa, rimette a posto il carrellino. Ma l’altro giorno, girando un angolo, mi fa: "Mamma, che ne dici di questi biscotti con le stelline?". E punta i Pan di Stelle in offerta. Non potevo non cedere a una richiesta formulata con tanta proprietà, non vi pare?
Tante coccole in tutto il mondo
Prima involontaria lezione di religione. Oggi, per non perdere le staffe di primo mattino, canticchiavo tra me un canone di Taizé: “Da pacem Domine in diebus nostris”. Ne convengo, anche io me le cerco. Se canticchiassi “Sarà perché ti amo” non mi troverei in situazioni concettualmente spinose. Ma tant’è, sono fatta così. Durante il viaggio di ritorno da Milano mi sono resa conto di essere molto folkloristica, ben più di quanto credessi. Mi disegnano così. Ma torniamo alla lezione. Meryem, prontissima: “Chi ti ha insegnato questa canzone? Papà?”. “No, tesoro, non ricordo. Credo zia Serena”. “E che dice?”. Eccoci. Provo una traduzione letterale. “Quale Signore? Chi è?”. Ehm. Attacco timidamente a spiegare il concetto di Dio. “Allora, c’è un papà grande che sta in cielo…”. “E si chiama Vittorio?”. Glom. Il nome di mio padre, che lei non ha mai conosciuto. Questa deve essere la tata: io di morti in cielo non mi sono mai trovata a balbettare prima. Correggo il tiro. Lei annuisce. Poi arriviamo alla pace. “Sai che vuol dire ‘facciamo pace’? Dopo che si litiga…”. “Sìììì! Tante coccole!”. I Teletubbies fanno interferenza. “Ecco, la canzone dice che ci vogliono tante coccole per tutti, in tutto il mondo”. Amen.
Lei ne è stata entusiasta. Lei meno, ma l’ho talmente rincoglionita nel viaggio di ritorno che mi ha citato indirettamente persino nel titolo del post. Io e Silvia (la metà di Genitori Crescono) ci siamo godute abbastanza la scampagnata, cercando di tenere a bada l’irrefrenabile vena scettica che ci scatta davanti a contesti troppo creativi. Ma incontrare un gruppetto di blogger fa sempre piacere. Specialmente se la cosa si prospetta come alternativa al lavoro e alle solite rogne quotidiane. L’attrice deputata a recitare nello spettacolo "Mamma che ridere!", ispirato ai nostri più comici post, è pure stata una sorpresa positiva. Giusta, realistica perché lei stessa mamma discretamente sgarrupata (o molto brava a interpretare la parte), si è facilmente inserita nel nostro chiacchiericcio (oopps, volevo dire brainstorming).
La prima classe del Freccia Rossa, gentilmente offerta da Huggies, mi ha deluso. In compenso, la compagnia era piacevolissima, il tempo spettacolare e la piadina, offerta da Giuliana (The Talking Village), davvero gustosa. Ma lo sapete che a Milano negli espositori dei bar, non mettono i panini veri, ma dei panini modello a cui ti puoi ispirare per chiedere che ti confezionino il tuo? Non so se siano commestibili o meno, ma io non sarei mai arrivata a cotanto grado di raffinatezza. Già stavo storcendo il naso perché ne avevano così pochi…
Il weekend di Pasqua non è stato sfavillante e io ci ho messo del mio. Quando ho dovuto chiedere aiuto a un amico nel vano tentativo di rianimare i computer privi di sensi (vedi post precedente), le più elementari regole della civiltà avrebbero imposto almeno un invito a cena. Va detto che i miei inviti non sono mai stati memorabili. Il top delle mie realizzazioni culinarie si traduce in pasta al tonno. Ieri però la mia dispensa versava in condizioni mai viste: niente pasta, niente pomodoro, niente pane, niente latte, niente uova, niente zucchero, niente carne, niente verdure, niente di niente. Avevo solo fruttoli, in modica quantità. Decidiamo di optare per una pizza a domicilio. Non avevo neanche soldi. Ha pagato lui. Credo che mai punta più infima fu mai toccata nelle esperienze mondiali di ospitalità.
Oggi sono tornata al lavoro con malcelato sollievo, nonostante il cumulo di lavoro da smaltire. Prima voce della lista: comunicare al capo che, contro ogni ragionevolezza, venerdì me ne vado a Milano con una cricca di bloggers a fare bisboccia. Ecco, l'ho detto. Lui è annichilito, balbetta obiezioni di varia natura, ma sostanzialmente ingoia. Aggiunge un po' di voci alla mia chilometrica lista di cose da fare, ma una più una meno che sarà mai. Oh. Mamma che ridere!
Per essere una blogger (o mamma-blogger che dir si voglia) sono molto atipica. Da ieri sono priva di computer (a parte quello del lavoro). La dolce Guerrigliera ne ha fatti secchi due in un colpo solo. Aaaah, le gioie della maternità!
Oggi ho azzardato assai: ho portato Meryem alla chiesa di rito greco, a una funzione durata un paio d'ore. Sono particolarmente affezionata alla messa del Sabato Santo alla Chiesa di S. Atanasio: lettura del libro di Giona (il mio libro biblico preferito), benedizione e lancio delle foglie di alloro, tanti canti che hanno accompagnato la mia infanzia (e non solo). Ci tenevo molto ad andare. L'anno scorso lei dormì serafica in passeggino tutto il tempo. Quest'anno, ovviamente, no. A pochi minuti dall'inizio già aveva rotto una corda di velluto appesa tra due colonnine, perché pretendeva di camminarci sopra tipo acrobata. A quel punto stavo per desistere e ho fatto per uscire. Ma uno dei seminaristi del coro mi ha inseguito e mi ha detto: "La lasci girare. Non c'è nessun problema, davvero". Gli sono stata infinitamente grata. Poi è andato tutto meglio. Certo, io sudavo freddo quando lei ha iniziato a trafficare con il Vangelo appoggiato sul bordo del sepolcro decorato di corone di fiori: mi sono immaginata tutti i possibili sacrileghi finali. Ma nessuno alla fine si è verificato. Abbiamo corso qua e là per la chiesa, ma dopo un po' si è dedicata a giochi più tranquilli e per un po' si è persino addormentata.
C'è un momento della liturgia bizantina in cui si dice (più o meno): "Di tutti voi e di tutti quelli che avete in mente, vivi e defunti, di tutti i cristiani si ricordi il Signore nel suo Regno". Oggi il celebrante (uno degli amici più intimi di mio padre, una persona che mi è cara fin dall'infanzia) ha fatto un'aggiunta: "… di tutti i cristiani, cattolici, ortodossi e protestanti…". E che sarà mai, direte voi. Beh, è una piccola cosa, ma non è affatto ovvia in quel contesto. Certo, ai musulmani non si arriverà mai. Ma un piccolo segnale di apertura di questi tempi è proprio necessario sottolinearlo.
In quella piccola chiesa, semivuota, c'erano molte persone che mi porto dietro da un'altra vita: uno dei sacerdoti l'ho conosciuto quando era un ragazzo, e io una bambina, nell'isola greca di Tinos, dove passavamo le vacanze estive tutti gli anni; più tardi, quando frequentavo la parrocchia, ci incontravamo al camposcuola estivo al lago del Turano. E tanti altri così. Quanti ricordi. La mia vita tende ad andare a salti. Ma ogni tanto qualcosa di antico torna fuori e si porta con sé un sentimento agrodolce di piacere e nostalgia (anche se non necessariamente tutti quegli anni lontani li rimpiangerei).
Chiara/Lanterna tempo fa ha scritto un post carino, immaginando di dialogare con la se stessa che sarebbe stata se non si fosse sposata e non avesse avuto figli. Oggi, provando a simulare la stessa cosa, credo che quella me stessa invidierebbe la me stessa attuale, ma sarebbe altrettanto da lei invidiata. Ora io tendo a ricordare solo la libertà, la possibilità di decidere senza progettare, l'improvvisazione, la leggerezza. Ma nella mia vita passata c'era anche tanta solitudine. Ricordo di essermi augurata, da ragazza, di spegnermi da sola, come una candela sotto una campana di vetro. Credo che la Chiara che sarei se la storia avesse preso un'altra piega forse avrebbe realizzato il sogno suo e di suo padre e sarebbe una ricercatrice (forse, chi può dirlo). Ma pagherebbe qualunque cosa per avere una figlia come Meryem e un compagno come Nizam. Non credo che considererebbe rilevanti gli affanni che sto vivendo ora.
Tra ieri e oggi sono arrivata a questa meditazione profonda: il tempo della gente (e dunque anche il mio) ha un valore. A volte è più facile monetizzarlo: il tempo di una babysitter, di una collaboratrice domestica, di un consulente, di un commercialista, di un avvocato e simili è, solitamente, quantificabile in cifre precise. Nessuno si sognerebbe, ad esempio, di chiamare una babysitter per 10 ore per essere sicura che la tua commissione di 30 minuti sia adeguatamente coperta. Non sto, evidentemente, parlando del tempo libero che persone più o meno libere di scegliere (eh, ci sono traoppi obblighi di famiglia, di convenienza, di abitudine per non metterci un "piùo meno") decidono di condividere. Ma di tutto il resto sì.
Se c'è una cosa che ho imparato al Centro Astalli è il rispetto per chi coinvolgiamo nelle occasioni pubbliche, tipo convegni, seminari, corsi di formazione, etc. E' vero, la partecipazione a queste occasioni è per lo più una libera scelta di chi interviene. Ma a noi spetta il dovere di utilizzare il tempo che ci viene dedicato nel miglior modo possibile. Puntualità, innanzi tutto. Scaletta realistica (e dunque inferiore di circa 1/3 rispetto al tempo a disposizione), pensata con il debito anticipo e condivisa con tutti i relatori (che sapranno così per tempo quanti minuti potranno utilizzare). Se necessaria, moderazione competente e decisa. Ma, soprattutto, organizzazione di tutte le piccole cose che non sono così "di concetto", ma sono necessarie. Sopralluogo, verifica del funzionamento delle attrezzature della sala (mai dare per scontato nulla), studio della logistica (chi si siede dove, chi accende e spegne le luci, chi si occupa di accogliere gli ospiti, chi pensa alle foto…). Gli interventi si preparano (non necessariamente per leggerli, per carità: ma si pensano con accuratezza), i Power Point si provano (e, vi prego, si caricano in anticipo sul computer in uso: perché costringere tutto il pubblico a vedere i relatori che ravanano nelle pennette, aprendo files a casaccio?).
La puntualità agli appuntamenti è sempre stata il mio pallino, lo ammetto. Mi viene più facile relazionarmi con persone che hanno la mia stessa attitudine (con il rischio, come mi capita con Nizam, di accumulare anticipi su anticipi). Ma una cosa è certa: nelle riunioni di lavoro, la puntualità non dovrebbe essere opzionale. Passi un convegno, che può e deve presupporre un certo margine tra l'orario previsto e l'orario effettivo (possibilmente non superiore ai 15 minuti). Ma iniziare una riunione di lavoro quaranta minuti dopo è un insulto.
Purtroppo nel mio lavoro ho spesso a che fare con persone che lavorano con altri presupposti. Ma non è che occuparsi di sociale, o di umanistica, significa che bisogna essere approssimativi o perdere tempo. Certo, se si fa una discussione, bisogna dedicare il tempo consono. Ma sarà sempre un tempo che si può stimare in anticipo, razionalizzare e ottimizzare. Non è detto che impostarla con lo stesso spirito di un falò sulla spiaggia la notte di Ferragosto renderà il confronto necessariamente più creativo o più profondo. E scusate lo sfogo…
La guerra è guerra e Meryem questo weekend me l'ha dichiarata. Non le piace che il padre non ci sia mai.Ora, va detto che la cosa non garba neanche a me. Che capisco e condivido pienamente il suo desiderio/bisogno di prendersela con qualcuno perché le cose non vanno come lei vorrebbe. Ma mi piacerebbe tanto che se la prendesse con qualcun altro. Io mi posso solo limitare a ringhiare al signore antipatico che mi frega il posto sull'autobus. Lei, giustamente, non ha nessuna remora. Mi massacra. In quarantottore ha sfoggiato altrettanto stili diversi di capriccio, tutti altrettanto sfiancanti. Mette in atto ogni forma possibile di opposizione: verbale, fisica, passiva, attiva… Sono allo stremo. Solo ora che intravedo la fine di questo tour de force riesco, ravanando molto a fondo, a trovare qualche traccia residua di autoironia. Il colmo dell'assurdo l'abbiamo raggiunto nel pomeriggio. In un tragitto di quindici minuti scarsi, tra casa nostra e casa di mia sorella, il siparietto è stato completo. Ho dovuto ricorrere a ogni strumento di contenimento e contrasto, dalla mera lusinga (incluso gelato alla fragola, chiesto ossessivamente da lei, da cui ho poi dovuto pazientemente estrarre ogni singolo pezzetto di fragola) alla minaccia, al finto abbandono… Arrivati all'ultimo tratto di rettilineo, Meryem mi seguiva imbronciata, trascinando i piedi e fulminandomi da dietro il ciuccio (sì, il ciuccio: non fate osservazioni pedagogiche stasera, che potrei non apprezzarle a pieno). Passa una madre, con un bambino più o meno coetaneo del mio satanasso. Anche lui strillava tipo aquila scannata. Passandoci accanto, la collega mamma infelice sibila tra i denti: "La vedi, quella bimba com'è brava? Mica come te…". Ah, ah, ha. Io stavo giusto meditando pensieri del tipo: quello che non mi mangia il lavoro, lo divora questa belva; la mia vita non vale ormai la pena di essere vissuta; un tempo avevo interessi, qualche amico, alcuni hobbies… Lo so, non sono pensieri da dolce mammina. Già adesso li ho riappallottolati e riposti in fondo al cranio. Ma in quel momento erano gli unici di cui disponevo. Ed essere additata a modello proprio allora… Mi è venuta voglia di fermare la malcapitata e confessarle che no, anche la mia sa essere intollerabile quando vuole. E che sono sicura che il suo fanciullino innocente non arriverà mai, nella sua vita, alle strategie di distruzione fisica e psicologica che alla Guerrigliera vengono così naturali.
Una delle conversazioni più interessanti fatte a Bruxelles (che peraltro spiccava in un mare di noia, quindi era abbastanza facile da individuare) riguardava le conseguenze a medio e lungo termine delle politiche europee in materia di immigrazione. "Ci stiamo tagliando furi dall'economia mondiale", tuonava il direttore internazionale del JRS. "Pigliate la Cina: dà il visto libero a tutti i camerunesi, che vanno lì a lavorare. Intanto loro si acchiappano tutti i mercati africani. Dalle miniere ai negozi di abbigliamento. Come si è espansa l'Europa in passato? Esattamente con un principio analogo. E adesso questi politici, per pura ideologia, stanno fabbricando un disastro economico con le loro mani. Diventeremo provinciali, siamo già provinciali."
Questo punto di vista, che non ha nulla a che fare con considerazioni di carattere umanitario, mi ha colpito molto. Anche perché nel frattempo stavo leggendo un libro interessante sulla storia recente dell'India. In questo momento in cui la piccineria patria, tra bassezze e arroganze governative e deludenti opposizioni che scendono sullo stesso piano dell'infimo che si vorrebbe contrastare, mi disgusta più che mai, sto iniziando a realizzare che, se dovessi emigrare, punterei decisamente a est. Più a est di quanto abbia mai considerato prima di oggi.
Oddio, che palle. Non mi fanno le prediche i gesuiti per cui lavoro e mi devo sentire impartire lezioni e appelli per richiamarmi alla difesa della mia dignità dal web?