Accelero particelle (nel mio piccolo)


No, non mi sono montata la testa. L’unica, inimitabile, inossidabile acceleratore di particelle è Barbara Summa. Ma in queste ultime settimane assisto da spettatrice partecipe a una strana alchimia di idee, progetti, novità che stanno maturando a Milano. Il tema è il mio, i rifugiati. Gli attori per due terzi si erano trovati tra loro da soli e non è che difettassero di entusiasmo, energia e spirito di innovazione. Io però, per una curiosa catena di presentazioni su Facebook, ci ho aggiunto un terzo componente. A giudicare dal ritmo dei messaggi che si stanno scambiando e dalla portata delle iniziative che progettano, direi che si sono piaciuti.

Vi terrò al corrente, amici milanesi. Se anche solo un terzo delle cose che hanno in mente va in porto, ci sarà da divertirsi.

Avanti, in qualche modo


“Finirà questo 2012? Io conto i giorni!”. Scherza, Isabella, e sorride. Ieri finalmente ci siamo incontrate. Dopo la bizzarra iniziativa “Roma dei rifugiati“, del cui sceltissimo e esclusivo pubblico faceva parte, ha iniziato a fare volontariato al Centro Astalli. A mensa, nel mezzo del casino. Vederla, bionda e sorridente, in quel marasma mi è parso un miracolo. Non posso dire che mi abbia sorpreso. Ma insomma, era un bel vedere.

Che anno sia stato per Isabella questo (preceduto, a dirla tutta, da vari anni precedenti) potete leggerlo sul suo blog, di cui però voglio linkarvi questo ultimo post, che mi pare la dipinga tutta. Che dipinga, specialmente, la sua positiva voglia di reagire, di prendersi cura di sé aprendosi agli altri. Quello stesso atteggiamento potentissimo e straordinario che ho ritrovato, tempo fa, nella lettura del libro “Soldo di cacio” di Silvia Mobili.

Assorbo queste testimonianze, rimugino, ma soprattutto sono grata per aver la fortuna di incrociarle. Penso a quanta sofferenza si nasconda dietro il far finta di nulla di tanti, me per prima. Penso alle amiche lontane, a cui non riesco a stare vicina in nessun modo. Penso a tutti quelli, anche strettamente legati a me, a cui non mi viene neanche in mente di stare vicino. Sarebbe bello riuscire a trasformare il dolore in energia, che ci faccia camminare e, perché no, anche far qualcosa per gli altri. Alcuni ci riescono.

Un blog “straniero”


Per la seconda volta temo di forzare un po’ le regole della Caccia al Tesoro di Barbara: quello che vi presento oggi è un blog con pochi post, che non viene aggiornato costantemente e che certamente non emoziona per stile, foto o design. Emoziona me, però, per più di una ragione che vado a spiegarvi.

Qui e là, sul mio blog, ho fatto menzione di un incontro molto particolare che ho fatto all’università (non mi fate ricercare i post nel marasma dell’archivio: se li rintraccio ve li linkerò): un incrocio fugace con una persona notevole sotto più di un aspetto, che in un periodo di tempo incredibilmente breve mi ha dato moltissimo. Il blog che vi presento oggi è scritto da lui, e questa è la prima ragione per cui mi emoziona. Questa però è una ragione personalissima, che temo che per voi non significhi granché.

Andiamo col secondo motivo, il titolo, che mi dà l’occasione di introdurre poi il vero punto di forza del blog di Antonio: la padronanza straordinaria di più culture, lontanissime tra loro. Il titolo, dicevamo: Gefilte Sushi. Chi ha un po’ di dimestichezza con l’ebraismo forse saprà che il Gefilte Fish è il piatto tipico degli ebrei dell’Europa dell’Est (una sorta di carpa ripiena, se non vado errata). Ecco, chiamare le avventure di un rabbino in Giappone Gefilte Sushi mi pare un innegabile colpo di genio.

Terzo motivo. I post, come si è detto, non sono moltissimi, ma sono densissimi, mai banali, a tratti strazianti, ma spesso e volentieri divertenti, addirittura esilaranti. La maggior parte hanno un titolo tratto da una citazione biblica. Se non la riconoscete, non sentitevi in soggezione: poche persone al mondo conoscono la Bibbia come Antonio. E intendo proprio fino all’ultimo puntino (le virgole nel testo ebraico non ci sono).

Quarto motivo. Il Giappone è uno dei pochi Paesi al mondo che non ha su di me alcun appeal. Non mi ispira. Di più: mi incute un vago senso di disagio. Ora non dico che il blog di Antonio me lo stia facendo amare (a tratti, anzi, aggiunge inquietudine a inquietudine, come nel caso della descrizione di questa cena): ma certamente è per me, e potrà essere anche per voi, occasione di cogliere aspetti che nessun servizio giornalistico o visita turistica potrebbe offrirci.

Concludo solo riportandovi un brano dal primo post di Gefilte Sushi. Mi ha commosso profondamente e, pur non avendo incontrato le persone citate se non una volta di sfuggita, mi sento di testimoniare che la loro capacità di essere accanto al figlio nel suo percorso, certamente assai insolito, è stata straordinaria. Potessi io, come genitore, riuscire a far lo stesso, mi riterrei soddisfatta.

This first entry in my mind is also little tribute to my mom and dad who, unfortunately, given their complete ignorance of English will never be able to read it. My parents are two of the most amazing individuals I have ever met. They have showered with love my sister and me, and made the biggest sacrifices to take us where we are. They have accepted me in all my different permutations and with all my revelations, and, most of all, they have never clipped my wings and let me fly freely since I was eighteen.

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