Non sono razzista ma… 12 FAQ sui rifugiati (prima parte)


Il mio amico Luigi mi ha sfidato a raccogliere in 12 FAQ una prima infarinata di informazione corretta sui rifugiati. Ho fatto del mio meglio, perché l’esperienza mi suggerisce che c’è un grande bisogno di chiarezza su questi temi, vista anche l’insistente circolazione di bufale, pregiudizi e strumentalizzazioni. 

Ecco qui, dunque, il primo risultato di questa impresa a quattro mani. Spero apprezziate!

P.S. La vignetta è di Riccardo Marassi. 

1. Basta chiamarli profughi o richiedenti asilo: sono clandestini che vengono in Italia pensando di trovare una migliore sistemazione.
Falso. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) ha sottolineato in più occasioni che gli arrivi via mare sono composti in gran parte da persone in cerca di protezione, soprattutto siriani ed eritrei, in fuga dalla guerra e da gravi violazioni dei diritti umani. Queste persone non hanno scelto di emigrare, sono state costrette ad abbandonare il paese di provenienza per salvare la propria vita. I continui casi di negazione dell’accesso alle frontiere e di respingimenti in mare e lungo le frontiere terrestri pongono i rifugiati in condizioni di ulteriore rischio. L’arrivo di rifugiati in Italia, pur essendosi intensificato nel 2013 e nel 2014, non è né eccezionale, né imprevedibile: richiede pertanto una pianificazione strategica a lungo termine, che eviti il susseguirsi di misure emergenziali (notoriamente più costose e meno efficaci) e stati di allarmismo.
Per approfondire

2. Non li possiamo accogliere tutti, rimandiamoli a casa.
Chi arriva in Italia in fuga da una guerra (come quella in Siria) o da persecuzioni ha diritto di chiedere protezione. Lo dice la Costituzione italiana, la Convenzione di Ginevra sullo status di rifugiato del 1951, svariate normative europee inclusa la Convenzione Europea dei Diritti Umani e la legislazione italiana attualmente in vigore sull’immigrazione.
Il 23 febbraio 2012 la Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato all’unanimità l’Italia per violazione dell’art. 3 (per aver esposto i ricorrenti al rischio di essere rinviati nei rispettivi Paesi di origine), dell’art. 4 Protocollo n. 4 (“Le espulsioni collettive di stranieri sono vietate”), nonché dell’art. 13 della Convenzione Europea dei Diritti Umani perché il 6 maggio 2009 circa 200 persone, che viaggiavano su tre barconi diretti in Italia, sono state intercettate da motovedette italiane, in acque internazionali, trasferite a bordo delle navi italiane e riportate in Libia, da dove erano partite, in conformità agli accordi bilaterali fra Italia e Libia. Era l’avvio della c.d. “politica dei respingimenti” che, secondo le parole del Ministro dell’Interno italiano dell’epoca, Roberto Maroni, doveva rappresentare un “punto di svolta” nella lotta contro l’immigrazione irregolare. La sentenza della Corte europea ha chiarito ufficialmente e senza dubbio che quella operazione di respingimento, così come tutte le altre condotte dal governo italiano fino a tutto il 2010, erano pienamente e senza alcun dubbio illegittime ai sensi del diritto internazionale. Altri respingimenti di rifugiati ai confini, effettuati più recentemente da diversi Paesi europei, sono stati denunciati dall’UNHCR.
Chi cerca protezione internazionale non può essere rimandato a casa, né in un altro Paese dove la sua incolumità potrebbe essere a rischio, prima che si sia esaminato individualmente e accuratamente qual è il motivo per cui chiede protezione.
Intercettare le persone nei Paesi di transito o pattugliare le coste africane per bloccare le partenze, misure a volte adottate dall’Unione Europea e dai singoli Stati membri, in molti casi costituiscono vere e proprie violazioni del diritto d’asilo e in quanto tali vengono denunciate dagli enti di tutela. Violare una legge dove è meno probabile di essere scoperti non rende la violazione della legge meno grave o meno condannabile.

3. Perché tutti da noi?
Contrariamente a quello che potrebbe sembrare, in Italia arriva un numero piuttosto piccolo di rifugiati, sia in termini assoluti che in termini relativi. Secondo gli ultimi dati delle Nazioni Unite, al mondo i migranti forzati (le persone costrette per motivi di forza maggiore ad abbandonare le loro case) sono 45,2 milioni, di cui 10,5 milioni di rifugiati registrati dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR).
I 4/5 dei rifugiati vivono nei cosiddetti Paesi “in via di sviluppo” e la metà del totale in Paesi dove il reddito medio è inferiore a 5 dollari al giorno. A giugno 2013 il Paese che accoglieva il più alto numero di rifugiati era il Pakistan. In termini assoluti e in termini relativi (rispetto al PIL, rispetto alla popolazione, rispetto a qualunque cosa) il carico maggiore grava su Paesi poveri, instabili, già molto provati. Praticamente nessuno di questi Paesi chiude le frontiere davanti a civili in fuga dalla guerra. I rifugiati registrati in Libano, ad esempio, sono 1,4 milioni su una popolazione totale di 4,3 milioni. Fatte le debite proporzioni, sarebbe come se in Italia in 3 anni fossero arrivate 20 milioni di persone.
Sì, ma quanti arrivano in Europa? Nel 2013 in tutta l’Unione Europea sono state presentate 398.200 domande d’asilo (non tutte accolte, evidentemente). Di queste, 109.600 sono state presentate in Germania. E in Italia? Nel 2013 in Italia sono state presentate complessivamente 27.830 domande d’asilo. In particolare, i siriani che hanno chiesto asilo nell’Unione Europea sono stati quasi 50.000. In Italia, appena 695.

4. L’Unione Europea e gli altri Stati membri non ci aiutano.
SI’ E NO. Il commissario Ue agli Affari interni Cecilia Malmström ha dichiarato: “L’Italia nella passata programmazione finanziaria europea ha ricevuto circa 500 milioni di euro complessivi provenienti da diversi fondi mentre nella prossima programmazione, che va dal 2014 al 2020, sarà il più grande ricevente di fondi per la gestione dell’immigrazione”. Al di là dello stanziamento dei fondi, però, la principale carenza è la mancanza di una politica comune, benchè la legislazione in materia d’asilo sia stata unificata a livello europeo. Arrivare da rifugiato in Paese europeo o in un altro fa moltissima differenza, da ogni punto di vista.
Addirittura alcuni Paesi europei (Grecia e Bulgaria, al momento) sono stati dichiarati dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite (UNHCR) paesi non sicuri per chi chiede asilo, sebbene siano Stati membri dell’Unione Europea. Non c’è bisogno di sottolineare quanto sia grave una situazione del genere.
Anche quando si ha accesso alla procedura d’asilo, i tempi, le modalità e le probabilità di avere successo variano enormemente da un luogo all’altro. Diverse sono anche le concrete possibilità per chi è riconosciuto rifugiato di rifarsi una vita, di imparare la lingua, di trovare un lavoro, di vedere riconosciute le sue competenze, di studiare, di mandare i suoi figli a scuola, di fruire di misure di sostegno sociale per sé e per i propri familiari.
L’unica cosa comune è la sostanziale chiusura delle frontiere esterne e la gestione di alcune misure di difesa dei confini, tra cui un’apposita agenzia, Frontex.
Alcuni Paesi europei fanno molto più di noi per l’accoglienza dei rifugiati. Molti ricevono più domande d’asilo dell’Italia, sia in termini assoluti che in termini relativi. Nella maggior parte dei Paesi la cosiddetta prima accoglienza è molto meglio organizzata. Con alcune eccezioni, si intende: a Malta, ad esempio, i richiedenti asilo sono comunemente detenuti durante la procedura d’asilo.
In alcuni Paesi europei le politiche per l’integrazione sono molto più strutturate e efficaci.
L’Europa invece, intesa sia come singoli Stati che come Unione, fa molto meno dell’Italia per il soccorso in mare dei rifugiati che arrivano attraverso il Mediterraneo. Mare Nostrum è un’operazione che ha salvato la vita a oltre 60.000 persone. Un’operazione certo costosa, ma doverosa e indispensabile per adempiere pienamente a quanto richiesto dalle norme internazionali.

5. Perché non lasciamo andare in altri Paesi chi non vuole fermarsi in Italia?
Perché la legislazione europea allo stato attuale non lo consente. L’ultima versione del Regolamento di Dublino, che risale al giugno 2013, ribadisce la regola che l’Unione Europea si è data a suo tempo: chi chiede asilo deve farlo nel primo Paese europeo in cui arriva. Le eccezioni sono poche: per chi ha un visto rilasciato da uno Stato europeo, per un minore non accompagnato che può dimostrare di avere famiglia altrove… Ma per un adulto, anche avere un familiare (fratello, marito, zio o altro parente) cittadino di uno Stato non è motivo sufficiente per poter presentare domanda d’asilo lì. Chi arriva in Italia dovrebbe fermarsi in Italia.

Tuttavia al momento molte delle persone che arrivano nel nostro Paese proseguono verso i Paesi del nord Europa. I dati ci dicono che per la maggior parte scappano come possono da un Paese che li accoglie così male. Lo Stato di fatto li incoraggia, non essendo del tutto sistematico nel rilevare le impronte digitali (che, introdotte nel sistema EURODAC, di fatto consentono i reinvii da un paese all’altro) e dichiarando anche espressamente che il Regolamento di Dublino è iniquo e va rivisto. Peccato che quando era il momento di farlo nessuno lo abbia fatto, sebbene chiesto da molti anni da tutti gli enti di tutela alla luce di moltissimi studi dettagliati e in buona parte finanziati dalla stessa Unione Europea.
Il caso dei rifugiati dalla Siria è abbastanza emblematico. Circa il 94% dei cittadini siriani arrivati in Italia hanno scelto di non presentare domanda d’asilo e di proseguire il loro viaggio: degli 11.300 siriani sbarcati nel 2013, solo 695 persone hanno chiesto asilo. Dati analoghi si registrano a Malta, in Grecia e in Portogallo. Ma cosa succede a queste persone una volta arrivate nel Paese dove vogliono chiedere asilo? Molti siriani, intercettati durante il viaggio all’interno dell’Europa, sono stati inviati nuovamente, a volte dopo un periodo di detenzione, in altri stati membri (Italia, Grecia, o anche in Paesi terzi (Federazione russa, Ucraina, Serbia, Macedonia…) che offrono ancora meno garanzie rispetto alla tutela del diritto d’asilo. Dopo viaggi lunghissimi, costosi e pericolosi, chi fugge dalla guerra rischia di trovarsi in carcere o in luoghi dove non viene garantita nemmeno l’incolumità fisica.

6. I rifugiati in albergo ed i poveri italiani non riescono ad arrivare alla fine del mese.
Chi chiede asilo, durante il periodo in cui lo Stato esamina la sua domanda e dunque decide se la persona ha diritto di restare o no, deve essere ospitato in una struttura di accoglienza. Si tratta di un obbligo non derogabile, recentemente ribadito anche dall’Unione Europea. L’Italia spesso e volentieri ha derogato, in realtà, lasciando un buon numero di richiedenti asilo senza accoglienza, ma anche in seguito a richiami ufficiali a questo aspetto si fa maggiore attenzione. Però l’attuale sistema nazionale di accoglienza, pur recentemente allargato, continua ad essere di gran lunga insufficiente al bisogno: non solo i posti non bastano, ma si fa molta fatica a farne un uso razionale ed efficiente. Perché? Perché il numero dei richiedenti asilo da un anno all’altro è imprevedibile? Non esattamente. Il numero di domande d’asilo, salvo fisiologiche oscillazioni da un anno all’altro, è costante e prevedibile. L’obbligo di accogliere i richiedenti asilo non è certo una novità. Ma in Italia si fatica a programmare e, addirittura, sembriamo prediligere le emergenze, specialmente quelle annunciate.

Arrivano persone, non ci sono posti, che si fa? Scatta la procedura d’emergenza. Il Ministero degli Interni, attraverso le Prefetture, si mette alla ricerca di strutture in giro per l’Italia, attivando convenzioni dirette con chiunque abbia posti da mettere a disposizione (per tre mesi o sei mesi, a circa 30 euro al giorno per persona accolta). È bene precisare, prima che qualcuno tiri fuori la calcolatrice per fare il conto della paghetta ingiustamente attribuita al profugo scroccone, che non vanno direttamente ai richiedenti asilo, bensì agli enti gestori. Chi ha partecipato, chi partecipa a questo tipo di bandi? Enti, associazioni, cooperative esperte di accoglienza, nel migliore dei casi. O, nel peggiore, chiunque abbia una struttura inutilizzata o sottoutilizzata e voglia prendersi un po’ di soldi. E’ una storia già vista in altre occasioni: alberghi vuoti o in ristrutturazione, conventi diroccati, palazzine inagibili in mezzo alla campagna, baite alpine…

Ma almeno si risparmia? Ma certo che no. Anzi, si spreca. C’era un’alternativa? Sì, varie. Quando è stata dichiarata l’emergenza, era stato appena rifinanziato il Sistema nazionale di accoglienza ordinario, che è composto di progetti presentati dai Comuni in partenariato con enti esperti sul territorio, vincolato a precisi parametri di efficienza e qualità. Erano stati finanziati 16.000 posti, ma comunque non si era esaurita la graduatoria. Si sarebbero potuti, ad esempio, usare gli stessi soldi per finanziare il resto dei progetti, evitando dispersioni sul territorio e improvvisazioni, assicurando a chi è appena arrivato in fuga da una guerra un’assistenza qualificata e stabile.

Segue qui.

Rifugiati: quando ci sfugge l’essenziale


È incredibile che all’arrivo di queste persone, donne e bambini, ragazzi, non sia prevista la distribuzione di acqua, cui hanno provveduto dei volontari. 

Padre Giovanni è da molti anni il presidente del Centro Astalli, l’associazione per cui lavoro. Chi lo segue su twitter sa che non è un burocrate. Incontra e ascolta rifugiati ogni giorno, è costantemente presente nei servizi di prima accoglienza e spesso e volentieri anche negli edifici occupati e in tutti quei luoghi poco comodi e talora indegni in cui si svolge la quotidianità di queste persone.

Ieri sera era a Lampedusa, per l’anniversario della visita di papa Francesco che ricorre oggi. Nella giornata di ieri sull’isola sono sbarcate oltre 300 persone. Lui è andato sul molo e ha notato una banalità: nella macchina della prima assistenza alcune cose non sono previste. Ad esempio, dare un bicchier d’acqua a chi arriva e deve attendere sul molo. Dare la possibilità di fare una telefonata a dei ragazzi che vorrebbero informare le loro famiglie che sono sopravvissuti al deserto e al mare.

Il lavoro delle forze dell’ordine e di tutti gli enti coinvolti in Sicilia è certamente ingente. Mi resta però il dubbio che certe volte ci sfugga l’essenziale.

Se io fossi una di quelle persone sbarcate a Lampedusa, se venissi – nella migliore delle ipotesi – da 24 ore di traversata in condizioni disumane per tacere di tutto il resto, cosa desidererei per prima cosa? Forse un bicchiere d’acqua e un sorriso.

Magari può suonare semplicistico. Anche tutto il resto è necessario e doveroso e andrebbe fatto con responsabilità e solerzia anche maggiore. Ma se non si parte da questi primi ineludibili gesti (non semplici, evidentemente, sia per le quantità che per le condizioni oggettive) si finisce per tentare di gestire le persone come se fossero colli da immagazzinare. Se pure fosse una gestione efficiente (e purtroppo spesso non lo è), sarebbe una gestione disumana.

Rifugiati: e l’Europa, perché non ci aiuta?


Oggi l’attenzione di qualcuno sarà stata colpita dalla foto dei cadaveri rinvenuti su uno dei barconi soccorsi dall’operazione Mare Nostrum  pubblicata da Il Tempo in prima pagina e molto probabilmente ripresa qua e là sul web (immagine agghiacciante e a mio avviso ingiustificata, ma questo è un altro tema) . Forse vale la pena di spendere altre due parole da aggiungere alla mia neocreata rubrica “Rifugiati in pillole“.

Quando si parla di rifugiati il pensiero e la parola corre, di solito all’Europa. L’Europa che non fa niente, l’Europa che non ci aiuta, l’Europa che è tanto più seria e civile di noi. Anche qui c’è da fare un po’ di chiarezza. Come sempre vado a grandi linee, per la discussione e l’approfondimento ci sarà occasione

Qual è l’atteggiamento dell’Europa nei confronti dei rifugiati?
Purtroppo non si può parlare di Europa in generale. Sebbene la legislazione in materia d’asilo sia stata unificata, non si è arrivati minimamente a una politica comune. Arrivare da rifugiato in Paese europeo o in un altro fa moltissima differenza, da ogni punto di vista.
Addirittura alcuni Paesi europei (Grecia e Bulgaria, al momento) sono stati dichiarati dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite (UNHCR) paesi non sicuri per chi chiede asilo, sebbene siano Stati membri dell’Unione Europea. Non credo ci sia bisogno di sottolineare quanto sia grave una situazione del genere.
Anche quando si ha accesso alla procedura d’asilo, i tempi, le modalità e le probabilità di avere successo variano enormemente da un luogo all’altro. Diverse sono anche le concrete possibilità per chi è riconosciuto rifugiato di rifarsi una vita, di imparare la lingua, di trovare un lavoro, di vedere riconosciute le sue competenze, di studiare, di mandare i suoi figli a scuola, di fruire di misure di sostegno sociale per sé e per i propri familiari.
L’unica cosa comune è la sostanziale chiusura delle frontiere esterne e la gestione di alcune misure di difesa dei confini, tra cui un’apposita agenzia, Frontex.

L’Europa fa più o meno dell’Italia sul tema rifugiati?
Alcuni Paesi europei fanno molto più di noi per l’accoglienza dei rifugiati. Abbiamo già detto che molti ricevono più domande d’asilo dell’Italia, sia in termini assoluti che in termini relativi.
Nella maggior parte dei Paesi la cosiddetta prima accoglienza (il sistema per cui lo stato ospita le persone che hanno presentato domanda d’asilo almeno finché non è stata presa una decisione sul loro eventuale diritto a restare) è molto meglio organizzata. Con alcune eccezioni, si intende: a Malta, ad esempio, i richiedenti asilo sono comunemente detenuti durante la procedura d’asilo.
In alcuni Paesi europei le politiche per l’integrazione sono molto più strutturate e efficaci.
Molti Paesi europei sono più efficienti di noi nell’allontanare chi non ha diritto di restare (o, piuttosto, chi non lo ha in base alle decisioni prese dalle autorità), a volte anche con metodi assai discutibili. Se si è deciso che una persona va rimpatriata in Afghanistan, spesso lo si fa, senza tergiversare e senza attenuanti umanitarie.
L’Europa invece, intesa sia come singoli Stati che come Unione, fa molto meno dell’Italia per il soccorso in mare dei rifugiati che arrivano attraverso il Mediterraneo. Mare Nostrum è un’operazione che ha salvato la vita a oltre 60.000 persone. Un’operazione certo costosa, ma doverosa e indispensabile per adempiere pienamente a quanto richiesto dalle norme internazionali.

“Tanto i rifugiati non si fermano in Italia, se ne vanno in Europa”
Il vero punto della questione, in effetti è questo. E’ vero? Sì e no. Vediamo più nel dettaglio.

Chi arriva via mare in Italia e chiede asilo può decidere di non fermarsi in Italia e proseguire verso il nord Europa?
Per la legge, in effetti, tendenzialmente no. L’ultima versione del Regolamento di Dublino, che risale al giugno 2013, ribadisce la regola che l’Unione Europea si è data a suo tempo: chi chiede asilo deve farlo nel primo Paese europeo in cui arriva. Le eccezioni sono poche: per chi ha un visto rilasciato da uno Stato europeo, per un minore non accompagnato che può dimostrare di avere famiglia altrove… Ma per un adulto anche avere un familiare (fratello, marito, zio o altro parente) cittadino di uno Stato del nord Europa non è motivo sufficiente per poter presentare domanda d’asilo lì. Chi sbarca in Italia dovrebbe fermarsi in Italia.

Ma se lo riconoscono rifugiato si può trasferire all’estero in un secondo momento?
Nemmeno. O comunque non automaticamente. Essere riconosciuto rifugiato in Italia non vuol dire diventare cittadino italiano e dunque europeo. Chi è rifugiato in Italia può viaggiare per turismo in alcuni Paesi europei, ma a patto che non si fermi più di tre mesi e non lavori.

E quindi tutte queste migliaia di persone che stanno arrivando restano qui da noi?
Al momento in effetti no. Anzi. I dati ci dicono che per la maggior parte scappano come possono da un Paese che li accoglie così male. Lo Stato di fatto li incoraggia, non essendo del tutto sistematico nel rilevare le impronte digitali (che, introdotte nel sistema EURODAC, di fatto consentono i reinvii da un paese all’altro) e dichiarando anche espressamente che il Regolamento di Dublino è iniquo e va rivisto. Peccato che quando era il momento di farlo nessuno lo abbia fatto, sebbene chiesto da molti anni da tutti gli enti di tutela alla luce di moltissimi studi dettagliati e in buona parte finaziati dalla stessa Unione Europea.

Per oggi mi fermo qui di nuovo. Vedete che la situazione è complicata e ancora tutta da definire. Ci torneremo. Comunque credo che cominciate ad avere alcuni elementi per fare, se credete, le vostre valutazioni.

 

Rifugiati: ce li possiamo permettere?


Oggi chiedevo a un gruppo di ragazzi in servizio civile in formazione: “Secondo voi quanti rifugiati arrivano in Italia? Tanti o pochi?”. Una ragazza ha risposto prontamente: “Troppi. Ne arrivano troppi”.

Le grandezze, si sa, sono relative. E allora forse è il caso di farla, qualche comparazione.

Quanti sono i migranti forzati nel mondo? Dati UNHCR: 45,2 milioni di migranti forzati. 10,5 milioni di rifugiati registrati (giugno 2013, oggi sono certamente aumentati).

Dove sono i rifugiati nel mondo? Per i 4/5 nei Paesi cd “in via di sviluppo”. La metà in Paesi dove il reddito medio è inferiore a 5 dollari al giorno. A giugno 2013 il Paese che accoglieva il più alto numero di rifugiati era il Pakistan. In termini assoluti e in termini relativi (rispetto al PIL, rispetto alla popolazione, rispetto a qualunque cosa) il carico maggiore grava su Paesi poveri, instabili, già molto provati. Praticamente nessuno di questi Paesi chiude le frontiere davanti a civili in fuga dalla guerra.

Un esempio. Prendiamo il Libano? I rifugiati registrati in Libano sono 1,4 milioni su una popolazione totale di 4,3 milioni. Fatte le debite proporzioni, sarebbe come se in Italia in 3 anni fossero arrivate 20 milioni di persone.

Ancora convinti che arrivino tutti da noi?

Sì, ma quanti arrivano in Europa? Nel 2013 in tutta l’Unione Europea sono state presentate 398.200 domande d’asilo (non tutte accolte, evidentemente). Sono tante o sono poche? Di queste, 109.600 sono state presentate in Germania.

E in Italia? Nel 2013 in Italia ci sono state 27.830 domande d’asilo. Sono tante o sono poche? Una cosa straordinaria la facciamo, e la facciamo solo noi in Europa: da ottobre a oggi le nostre navi militari hanno salvato in mare 30.000 persone. Persone civili, famiglie, bambini in fuga dalla guerra e da dittature spaventose. La responsabilità del soccorso in mare non dovrebbe essere nazionale, ma europea.

Ce lo possiamo permettere? Ci sono cose che vanno fatte perché non è possibile non farle, tipo salvare vite di persone innocenti che peraltro, per il diritto internazionale, hanno assolutamente titolo alla protezione internazionale. Non ci nascondiamo dietro l’alibi economico. I soldi si spendono già, in abbondanza. Si spendono per il contrasto, per la detenzione, per le misure di accoglienza emergenziale rabberciate e inefficaci, e tuttavia non più a buon mercato di interventi di qualità che sarebbe sufficiente progettare. E non stiamo contando molte altre spese ancor meno trasparenti nei Paesi di origine e nei Paesi di transito. No, non è una questione di soldi. Il punto è solo per cosa si decide di spenderli.

Manca un passaggio importante a questo ragionamento. Ma mi spiegano che i post così lunghi sono poco leggibili. Credo che per ora sia sufficiente questo per farci un esame di coscienza e per smontare qualche luogo comune. Il resto alla prossima puntata. Stay tuned.

Loro in albergo e i poveri italiani bisognosi per strada


“Loro” sono i rifugiati, le persone sbarcate sulle coste, oppure soccorse in mare a largo di Lampedusa. Quelli per cui, dopo il naufragio del 3 ottobre, i nostri figli hanno fatto un minuto di silenzio a scuola. Mi scuso in anticipo se questo post avrà un tono un po’ polemico. Cercherò per quanto mi è possibile di darvi informazioni oggettive. Ma certi articoli di giornale, condivisi qua e là, grondano malafede al punto da farmi vedere rosso. Non posso quindi esimermi dal mettere qualche puntino sulle i.

Cerchiamo di essere chiari e sintetici. Se poi avete domande e richieste di spiegazioni ulteriori, sarò felice di rispondervi, in pubblico o in privato. Vi prego solo di porle con garbo e rispetto. Quello che sta accadendo in Italia mi tocca profondamente e parlo di questi argomenti non per mero esercizio dialettico, ma avendo sotto gli occhi tragedie indicibili di cui sono diretta testimone. Lo siamo tutti, in realtà, anche se in questo momento non ne siamo consapevoli.

1. Chi arriva in Italia in fuga da una guerra (come quella in Siria) o da persecuzioni ha diritto di chiedere protezione. Lo dice la convenzione di Ginevra, svariate normative europee, la legge italiana. Su questo non ci piove. “Ma non possiamo accoglierli tutti” è un’obiezione, nel caso dei rifugiati, semplicemente non pertinente. Tra l’altro da noi ne arriva davvero un numero modesto, in termini assoluti e in termini relativi. I dati parlano da soli: 27.830 domande d’asilo presentate in Italia nel 2013. In Francia ce ne sono state 64.760, in Germania 126.705.

2. Chi chiede asilo, durante il periodo in cui lo Stato esamina la sua domanda e dunque decide se la persona ha diritto di restare o no, deve essere ospitato in una struttura di accoglienza. Anche in questo caso, si tratta di un obbligo non derogabile. L’Italia spesso e volentieri ha derogato, in realtà, ma adesso siamo stati più volte bacchettati dalle varie istituzioni europee e quindi si sta più attenti. Sull’attuale stato dei vari sistemi di accoglienza per richiedenti asilo in Italia è meglio stendere un velo pietoso. Ma comunque, nonostante il fondamentale apporto numerico del famigerato CARA di Mineo (4.000 posti in mezzo al nulla), si continua a non avere posti sufficienti.

[E come mai, vi chiederete voi? Forse il numero dei richiedenti asilo da un anno all’altro è imprevedibile? Forse è una novità per lo Stato l’obbligo di accogliere almeno chi chiede asilo (un rifugiato riconosciuto può essere tranquillamente lasciato per strada)? La risposta è no. Il numero di domande d’asilo, salvo fisiologiche oscillazioni da un anno all’altro, è costante e prevedibile. L’obbligo non è una novità. Ma in Italia la programmazione evidentemente ci pare cosa per deboli. Forse perché qualcuno ha una predilezione per le emergenze?]

3. Arrivano persone, non ci sono posti, che si fa? Scatta la procedura d’emergenza. Il ministero degli Interni, attraverso le Prefetture, si mette alla ricerca di strutture qualsivoglia in giro per l’Italia. In questo caso il lungimirante progetto è: attivare convenzioni dirette con chiunque abbia posti da mettere a disposizione per tre mesi a 30 euro al giorno per persona accolta. E’ bene precisare, prima che qualcuno tiri fuori la calcolatrice per fare il conto della paghetta ingiustamente attribuita al profugo scroccone, che i soldi vanno all’italianissimo gestore, non ai richiedenti asilo. Chi ha partecipato, chi partecipa? Enti, associazioni, cooperative esperte di accoglienza, nel migliore dei casi. O, nel peggiore, chiunque abbia una struttura inutilizzata o sottoutilizzata e voglia prendersi un po’ di soldi. E’ una storia già vista in altre occasioni: alberghi vuoti o in ristrutturazione, conventi diroccati, palazzine inagibili in mezzo alla campagna, baite alpine… Cominciate a capire il punto?

4. Ma almeno si risparmia? Ma certo che no. Anzi, si spreca. C’era un’alternativa? Certo che sì. E’ stato appena rifinanziato il Sistema nazionale di accoglienza ordinario, che è composto di progetti presentati dai Comuni in partenariato con enti esperti sul territorio, vincolato a precisi parametri di efficienza e qualità. Sono stati finanziati 16.000 posti, ma comunque non si era esaurita la graduatoria. Si sarebbero potuti usare gli stessi soldi per finanziare il resto dei progetti, evitando dispersioni sul territorio e improvvisazioni, assicurando a chi è appena arrivato in fuga da una guerra un’assistenza qualificata e stabile. E allora perché si è scelto di fare diversamente? Misteri italiani.

Io un’ipotesi ce l’ho. Sarò malevola, ma mi pare che così chi vuole fare dell’accoglienza di queste persone un business, libero da controlli e standard qualitativi, ha modo di farlo. L’emergenza consente di derogare a tutto. Anche questa è una storia già sentita. E intanto ci tocca anche sentire le lamentele dei poveri cittadini inorriditi del fatto che per “questi qui” si aprano addirittura gli alberghi. “Non sono razzista, ma…”. E dietro quel “ma”, valanghe di spazzatura. Che poi magari ci attaccano pure l’ebola.

Che vergogna.