Vorrei ricordarmi le frasi migliori di Meryem in questo periodo, ma è veramente pirotecnica. Al mio ritorno da Malta mi ha spiegato seria che “le vere principesse hanno sempre un fazzoletto in bosa. E tu non ce l’hai”. Manco sapesse che a Malta un burlone rumeno troppo edotto di cultura cinematografica italiana mi chiamava, appunto, “Principessa”. Ieri mi ha detto che lei gioca solo con i bambini che la capiscono. E ha aggiunto: “Solo Clarissa mi capisce”. Ora, prima di commuoversi davanti alla povera piccola incompresa, va chiarito che poi a domande specifiche ha ammesso che la capisce anche Asia e magari anche Federico, che è “suo amico”. Alla festa di sabato scorso si è accapigliata con un bimbo biondo dall’apparenza angelica, ma poi mi è venuta a spiegare che erano diventati amici. Meno male. Anche picchiarsi è uno strumento di dialogo.
Potrebbe essere più facile
E’ arrivato il momento di dimostrare che sono dotata di forza di volontà. Sarà vero che volere è potere? Il problema è che forse non voglio abbastanza, in questo caso. Sono due giorni che mi dico che, per una volta, vorrei dover fare una cosa e basta. Non combattere su 30 fronti diversi. Però poi mi dico anche che questa è la vita. Potrebbe essere più facile, certo. Ma ora è così, c’è poco da fare.
Sempre di corsa, sempre in affanno. E' questo che frega noi donne? Certamente è (anche) questo che frega me, che l'anno scorso ho fatto la mammografia ma non l'ecografia che mi avevano consigliato, che rimando perché mi sembra sempre che ci sia qualcosa di più urgente, che mi comporto come uno struzzo, visto che a mia sorella (mica a una mia lontana parente) è stato diagnosticato un tumore al seno.
Per questo, sentendomi assolutamente un pessimo esempio, aderisco tardivamente alla giornata a blog unificati della LILT e, come da istruzioni, vi regalo un'immagine felice, tutta rosa: la mia piccola donna, che spero sarà tanto migliore di me, anche nella cura di se stessa (ma io mi impegno di più, da oggi in poi).

Oggi ho portato Meryem ha uno spettacolo di bolle di sapone: 90 minuti, in teatro, seduti fermi. Sebbene fossi abbastanza certa che la cosa le sarebbe piaciuta, avevo molte perplessità. Io ho letteralmente la fobia di disturbare gli altri (spettatori, in questo caso). E' incredibile quanto la cosa mi abbia condizionato e mi condizioni. Ho lungamente indottrinato Meryem sul fatto che doveva stare ferma, buona e non fare capricci. Poi, ovviamente, i due posti accanto ai nostri erano occupato da una coppia che aveva pensato bene di risparmiare sui biglietto, tenendo i loro due figli (sull'anno e mezzo, a occhio e croce) sulle ginocchia. Comunque Meryem è stata perfetta. Seguiva, rideva, batteva le mani. Non ha fatto una piega, almeno fino al momento (per fortuna sul finale) in cui il protagonista dello spettacolo è passato tra le file e le ha chiesto di salire sul palco. Io già ero sul punto di fare la ruota. Una platea intera di bimbi monteverdini e lui sceglie mia figlia. Che è ovviamente la più bella di tutti, va da sé. Se non ché, Meryem è una creatura complicata. Sfrontata quanto si vuole con i suoi amici, ma timidissima in queste circostanze. Alla sola idea, scoppia in lacrime. Il prestigiatore chiama un'altra bambina (Guenda, per la cronaca), ma lei a quel punto mi è salita in braccio e non ne è più scesa fino alla fine dello spettacolo. La conseguenza economica immediata è stato l'esborso di 12 euro per l'acquisto del kit per fare le bolle di sapone giganti che, se fosse andata sul palco, le avrebbero regalato. Ma ovviamente non le ho fatto pesare la cosa. Non posso rimproverarla perché è timida. Anzi, mi sono sentita in dovere di comprarle un premio, perché si era comportata in modo esemplare e non volevo che si sentisse punita per la sua ritrosia. Ho provato, in seguito, a chiederle perché non era voluta andare e lei mi ha solo detto "Sono troppo piccola". Prendiamola per buona. Quando l'ho raccontato a Nizam, lui ha commentato: "E' proprio figlia mia". Si ricorda ancora dei momenti in cui, alle elementari, gli era stato chiesto, in qualunque modo, di mettersi in evidenza. Terrore puro. Io facevo quattro recite l'anno, alle elementari, spesso da protagonista. Nonostante le mie varie fobie, in quello ci sguazzavo (e a dirla tutta, anche oggi mi piace parlare in pubblico). Ci sono talmente tante forme di timidezza… Mi chiedevo solo se ci sia qualcosa che posso fare (oltre che non forzarla, ovviamente) perché Meryem acquisti un po' di fiducia rispetto al "pubblico". Credo che non essere in preda al panico in questi casi sia una abilità utile. Ma questo, evidentemente, non deve avere nulla a che vedere con la mia voglia di fare la ruota come una pavona!
Stylish Classes No Profit
Da quando seguo le favolose stylish classes di Paola Maria, sto iniziando a vedere il mio ambiente di lavoro in una luce nuova. Una prospettiva per me rivoluzionaria. Oggi ero a una conferenza stampa alla Provincia di Roma, presenziata dalle principali realtà, istituzionali e del volontariato, che operano nel sociale e, specificamente, nel campo dell’immigrazione. Non una cosa da alta uniforme, ma comunque un incontro ufficiale con Zingaretti e l’assessore Cecchini. Io stessa non brillavo, come al mio solito, per eleganza. Tailleur di lino Oviesse beige, maglietta dei Flinstones sui toni del grigio, calze, scarpe e borsa nera. Meditavo che per i miei standard mi sarei data la sufficienza, ma certo sono ben lontana dalla decenza nel mondo reale. Poi mi sono messa a guardare gli abbinamenti di colori delle colleghe (rappresentanti di comuni, municipi, circoli didattici, ASL, associazioni). Nella media, ahimè, io non sfiguravo affatto. Fatti salvi dei lodevoli esempi di sobrietà sul total black e qualche accostamento ardito ma non agghiacciante, il panorama generale avrebbe fatto svenire la mia guru Paola.
Ci sono molte concause, che tutte mi sono note, ma non mi ero mai soffermata a sviscerare.
1. Il primo dato di fatto è che la operatrice sociale raramente è una fotomodella. Il fisico è quel che è. Un po’ è così già in partenza (con qualche lodevole eccezione), un po’ concorre il punto 2.
2. L’operatrice sociale non si dedica ad alcuna forma di manutenzione del suo aspetto fisico. Un po’ concorre il punto 3, un po’ dipende da una visione della vita deformata da un malinteso spirito di sacrificio intriso di moralismo. Però c’è anche la stanchezza, fisica e morale, di un lavoro logorante, sproporzionato rispetto alle energie del singolo e poco remunerato economicamente (vedi punto 3) e in termini di prestigio sociale. Questa condizione alla lunga, ma anche alla corta, deprime profondamente e succhia energie.
3. Il budget. Quello concorre, certo. Le donne in sala, ad esempio, hanno evidentemente (come me) in pratica una sola borsa. Magari non ritengono prioritario comprarne altre (vedi punto 2), come non ritengono prioritario andare dal parrucchiere, tingersi i capelli anche in casa, truccarsi. Però c’è anche obiettivamente l’elemento che lo stipendio di un’operatrice sociale, mediamente, è da guinness dei primati quanto a bassezza.
Conclusione: il sociale dà, in media, una pessima immagine di sé. Specialmente il sociale territoriale, quello che opera davvero bene, quello che cambia ogni giorno la vita delle nostre comunità. I grandi marchi internazionali hanno tutto un altro appeal. Onore al merito. Emergency, Amnesty, MSF sono anche la loro immagina curata e la loro comunicazione. Ma davvero non si può fare nulla per migliorare, nel piccolo, questo devastante effetto di bruttezza? Credo che ci sarebbe bisogno di un’azione strategica di una come Paola per aiutare capillarmente a migliorare un po’ il proprio look, per il bene comune. E lo dico io, che sono la persona più refrattaria del mondo a queste cose. Magari quest’anno mi ci impegno un po’.
Certe volte scalpito, anche più del dovuto. Questo post della mia omonima mi trova in parte solidale, anche se la mia esperienza è stata molto diversa. Alzi la mano chi non ha pensato almeno una volta a che sollievo sarebbe rendere conto solo a se stessi. Anche un post sul tempo libero delle donne letto qui mi ha fatto pensare. Io avevo progettato di concedermi un corso di arabo una volta a settimana e prima ancora di cominciare ho rinunciato, senza lottare granché. Anche una trasferta di lavoro ha un lato indubbiamente riposante: non devo pensare ad altro che a me stessa (e qualcun altro fa la spesa e cucina per me). Quando coltivo questi pensieri per troppo tempo (e talora con un certo carico di rabbia, specialmente nel mezzo di un fine settimana di capricci di Meryem da gustarmi in totale solitudine) arrivo addirittura a pensare che io non avrei dovuto avere una figlia, che non sono il tipo. Che mi fa rabbia essere limitata.
Ragionando all'estremo, non sarei neanche il tipo che fa una vita di coppia, perché non ho le attitudini minime per mantenere decentemente una casa. Ma sono idiozie, e lo so bene. A cosa mi porterebbe scansare ogni fatica? Alla solitudine, che poi è la cosa che mi fa più paura al mondo, fin dall'infanzia.
Meryem è bellissima. Non è certo merito mio. Ma me la godo e vedo che cresce e, spero, me la potrò godere anche di più. Non è poi la fine del mondo starsene tranquilli. Lo facevo, con Nizam, molto prima che nascesse la bambina. Sono limitata? Probabile. Ma non sono sicura che sia un male. Mi spiego meglio: forse sono un po' limitata anche in quegli aspetti che non mi fanno onore. Non è che se uno rinuncia a qualcosa per forza il mondo ne avrà una grave perdita. Credo che il mondo sopravviva al fatto che non ballo più danze israeliane, specialmente in pubblico. E il mondo può certamente fare a meno dei miei capricci da adolescente pedante che, certo, non trovano molto spazio in una situazione come questa. Il che non vuol dire che non me li conceda, di tanto in tanto, anche in forme spettacolari. Ma lo so da sola che si tratta di idiozie e che, una volta sfogata ben bene, è opportuno riprendere il controllo (almeno quella parte che mi è dato di avere).
La chiamiamo protezione
E’ opportuno scrivere questo post? Vi interessa? Non lo so, ma mi sembra un controsenso non mettere nero su bianco un’esperienza come quella che ho appena fatto. Non parlo tanto spesso del mio lavoro, qui sul web. O meglio, lo faccio meno di quanto mi verrebbe spontaneo, perché l’argomento rifugiati è complicato, poco attraente, noioso se non foriero di discussioni e polemiche. Oggi mi trovo a Malta e ho visitato uno dei cosiddetti “centri aperti”, cioè quei luoghi dove sono sistemate le persone che sono state riconosciute rifugiate dal governo maltese. Quelli, insomma, che hanno provato senza ombra di dubbio di essere fuggiti da luoghi come la Somalia, l’Eritrea, il Sudan perché la loro vita era in pericolo. E non in modo generico, ma in modo specifico: ciascuno di loro è stato personalmente perseguitato, incarcerato, torturato. Dopo una lunga procedura, durante la quale si sta in carcere (forse neanche questo vi pare logico, ma è così che funziona), finalmente “vinci”. Esci, sei libero, ti viene riconosciuto che non hai mentito, che sei davvero un rifugiato e l’Europa ti concede graziosamente la sua protezione. Oggi ho visitato questa protezione. Un accampamento di tende. In ciascuna tenda vivono 25 persone. Cucinano dentro la tenda con fornelletti a gas, dormono dentro la tenda, vivono, di fatto, nel poco spazio tra una tenda e l’altra. Se vogliono, possono uscire. Ma a fare cosa? Malta è tutta lì. Nessuna speranza di trovare lavoro, nessuna speranza di fare nulla. Lo stato passa a ciascuno circa 100 euro al mese, che eventualmente possono essere ridotti a 80 o 50 (a seconda dei casi). Con questi soldi devono pagare un tot per il letto (quello nella tenda, si intende) e comprarsi da mangiare. Aspettano. Cosa? Sostanzialmente due cose. La botta di culo, in primo luogo: dal 2007 ad oggi, circa 500 rifugiati sono stati presi dai campi e portati negli Stati Uniti. Considerato che ne sono arrivati, negli anni migliori, fino a 47.000, capite bene che la probabilità non è altissima. Seconda alternativa: scappare in un altro Paese di Europa. E qui viene la beffa più grande. Magari vai in Svezia, o in Francia, o in Germania dove vive tuo fratello o gli amici del tuo villaggio. Ci vai anche legalmente, perché sei rifugiato e puoi viaggiare in Europa. Ma dopo tre mesi dovresti tornare nel nulla da cui vieni. Se non lo fai, quando ti acchiappano (e ti acchiappano certamente, è solo questione di tempo) ti rimandano nella tenda da cui sei venuto. E ti dimezzano il budget mensile, perché hai cercato di costruirti una vita appena appena decente altrove. Mentre io entravo, un ragazzo era appena arrivato da Francoforte. Il suo sguardo diceva tutto. Molti impazziscono. Alcuni tentano di ammazzarsi. Qualcuno ci riesce, anche se è costretto a farlo davanti a altre 24 persone. Non vi so descrivere quanto fa male vedere questi ragazzi di vent’anni, che avrebbero tutto il diritto di avere una vita davanti, trattati così. Se vogliamo, ne avrebbero diritto in modo particolare, perché non hanno scelto di venire in Europa: sono stati costretti. Più di uno mi ha detto che pensa di tornare in Somalia, per morire con dignità. “Se l’Europa pensasse che siamo esseri umani, non ci tratterebbe così”, diceva un altro. Il degrado esiste anche in Italia, lo Stato colpevolmente lo tollera. Ma non lo organizza. Come si può immaginare che delle persone vivano a tempo indeterminato (alcuni erano lì da tre anni) in una tenda logora, sotto il sole e sotto la pioggia, con un numero assolutamente ridicolo di bagni chimici a disposizione e, soprattutto, senza nessuna prospettiva? Mi dicono che non ho visto il campo peggiore, l’hangar. Un mio collega del JRS Malta, rifugiato, ci ha vissuto per due mesi. Un unico capannone in lamiera per 400 persone, senza spazi divisori, senza riscaldamento d’inverno e incandescente d’estate. Se ci tenessimo dei cani, l’opinione pubblica (giustamente) si indignerebbe. A Malta ci sistemano persone scampate miracolosamente alla morte, tanto per essere sicuri che si pentano amaramente di non essere morti.
Mi dispiace raccontarvi solo questo di Malta. Mi impegno a descrivervi, in un altro post, anche il colore stupendo del mare, l’ospitalità squisita dei suoi abitanti, il rosa della pietra e la meraviglia armoniosa di una lingua improbabile. Ma oggi non potevo scrivere altro che questo, oltre che cercare di ricordare tutti i nomi e i volti delle persone che ho incontrato: Hassan, Ahmad, Ali…. Un sudanese del Darfur mi ha raccontato, con l’aiuto di un amico, che la sua domanda d’asilo è stata rifiutata. Mi ha scritto su un foglio il numero di telefono, chiedendomi se posso fare qualcosa per lui, qualunque cosa. Io guardo il foglietto e posso solo essere certa della mia impotenza. “Perché non fate fotografie? Perché non fate vedere all’Europa in che condizioni ci fanno vivere?” ci chiedevano tutti. Perché ce l’hanno proibito. Io sono stata seriamente tentata di trasgredire, ma non me la sono sentita. Se qualcuno mi avesse visto, i colleghi di Malta non avrebbero più accesso ai campi e le persone lì ne avrebbero avuto solo un danno. Ma la crudeltà dell’Europa non finisce di stupirmi.
Alla vigilia di una lunga trasferta di lavoro, che tuttavia mi darà anche alcuni spunti di piacevolezza, mi serviva una rassicurazione. Avevo bisogno di sentirmi dire che tutto andrà bene per Meryem, che alla fine come tante altre volte è stato, lei aspetterà serenamente il mio ritorno, stando con le persone che le sono care e che è abituata a vedere tuti i giorni. Onestamente non posso dire che lei appaia più turbata del solito. Io sì, però. O forse no. Come mi fa notare prosaicamente Nizam, le mie partenze sono sempre ansiogene. A maggior ragione potrebbe aver capito cosa mi serve di sentire in queste circostanze. Una volta scambiate due parole con la tata, mi sento molto più serena. Allora ho deciso di godermi questo viaggio a Malta, di cogliere questa occasione per rilassarmi un po', per lavorare sia pur intensamente a una cosa soltanto. Non sono riuscita a fare tutto quello che avrei dovuto nel mese di settembre, ma l'unica cosa rimasta fuori è, oggettivamente, la meno rilevante. Devo imparare a accontentarmi. La mia vita quest'anno potrebbe essere un poco più semplice e sono fermamente intenzionata a usufruire al meglio dei miglioramenti. Sto cercando di considerarmi in modo più oggettivo. Di individuare obiettivi di miglioramento realistici e di perseguirli senza eccessivo calvinismo. Sono consapevole che adesso, anche per Meryem (ma per me e per Nizam), quello che è indispensable è che io sia meno stressata. Ci proverò sul serio.
Prima festa di compleanno dell'anno scolastico, o almeno prima a cui partecipiamo (da una mi sono defilata). Bisogna socializzare, si va. La premessa è che avevo litigato furiosamente con Meryem per tutta la mattina, in uno sfiancante testa a testa costellato di esplosioni di urla e pianti. Sono riuscita a farla dormire un po' e dunque, confortata, vado. Avevo anche apprezzato di aver ricevuto una calorosa risposta al sms di conferma mandato alla mamma della festeggiata. In fondo le bambine nuove di questa classe sono solo tre e mi è sembrato carino questo slancio per includerle. Andiamo. Meryem socializza con ardore selettivo: gioca con una bimba nuova come lei e con altri due o tre. Gli altri li schifa. Però si diverte moltissimo, corre all'impazzata, lancia palloncini.
Io mi guardo intorno e attacco bottone qua e là, con moderazione. Tutti quelli con cui parlo attirano la mia attenzione sull'animatore: è il famoso R., il non plus ultra. Una mamma, davanti a me, si sta tagliando le vene perché il week end del compleanno di sua figlia "Lui" non è disponibile. Considera seriamente di fare la festa di martedì, senza il padre (e certamente senza di me, anche se mi rendo conto che se ne farà una ragione). "Sì, martedì sarebbe l'ideale", ribatte lui con voce flautata. Mah. Nel corso della festa dò un'occhiata all'animazione e non mi pare davvero nulla di diverso o di migliore rispetto a quella fatta dalla mia amica Cristina alla festa di Meryem e Adriano. Mia figlia non degna di uno sguardo il famoso R. Non si fa neanche truccare. "Io non voglio fare come tutti gli altri", mi spiega. Ok, giuro che ti rinfaccerò questa frase alla prima occasione, mia cara curdina.
Poi incappo nel padre organizzatore. "Che attività le fai fare, a tua figlia?". "Attività? Mah, mi pare ancora un po' piccola e poi si stanca talmente, a scuola…". "Ma no, che dici, almeno il nuoto è necessario!" "Sì, ma la piscina… un traffico, una fatica. Poi è lontana, io torno tardi, la tata non ha la macchina…" "Ma ce le hai tutte tu! Scuse, scuse. Ci si deve organizzare. Anche la tata è bene che si organizzi. Tanto prima o poi le tocca, no?" "Veramente io semmai, il prossimo anno, mi informerei per un corso di musica…" "Certo. Scuola di Donna Olimpia. Mi sono già informato. Ma bisogna muoversi per tempo". "Ah, sì. Certo". Mi muoverò, forse. Ma intanto mi sposto verso il tavolo delle bibite.
Sullo sfondo, un padre iperattivo scatta foto all'impazzata, senza guardare l'inquadratura. Così, creativo, con un sorriso stampato in faccia. Altri mi paiono più normali. Chissà cosa hanno pensato loro di me.
Oggi è una di quelle giornate. Sono scivolata uscendo dalla doccia, causandomi varie contusioni. Ho vestito Meryem più volte, perché ha sputato ripetutamente sui vestiti la bustina di medicina che tentavo di farle bere. Il pettine, quel pettine, l'unico con cui si fa pettinare, è sparito in un universo parallelo. Ritardo accomulato: circa 20 minuti (ed è un miracolo). In ufficio le scocciature, specialmente le più idiote, si sono moltiplicate come funghi nel giro di pochi minuti dal mio tardivo arrivo. Anche il filo del telefono, al momento, sembra troppo corto (ieri era normale). Per giunta, causa manifestazione non meglio identificata, al momento siamo praticamente intrappolati in ufficio. La sicurezza prima di tutto. Che bello lavorare al centro di Roma, giusto dietro quel palazzo là. Se sei fortunato, schermano pure la rete dei cellulari mentre stai cercando di chiamare la pediatra.