Meryem, fin da quando ha l'uso della parola, non le manda a dire. Mi affascina profondamente con quale gusto – a tratti con quale cattiveria – si serva del linguaggio. Sabato, distrattamente, ho registrato un congiuntivo: non saprei se è il primo che dice, ma certo il primo che ho notato. Mi ha fatto un po' impressione, lo confesso. Ieri aveva male all'orecchio, a un certo punto le ho messo una supposta di tachipirina. Dopo cinque minuti lei ha commentato amaramente: "Mamma, la medicina non ha funzionato". Da gelarti il sangue. Salvo poi, stamattina, svegliarsi radiosa e dirmi: "Sai, mamma, alla fine la tua medicina ha funzionato. Ora non mi fa più male!". Ha un simpatico intercalare ("scusa, eh?") che mi fa morire dal ridere. Se si sente usurpata nei suoi diritti fondamentali, tipo arrampicarsi ad oltranza su un orrendo attrezzo del parchetto davanti scuola noto come "la ragnatela" (fatto a posta per spaccarsi le ossa, a mio parere), esclama sdegnata: "Non si fa così alle bambine!". Ho cercato di farmi spiegare per quale oscura ragione se da scuola a Silvana è quasi impossibile portarla via, a me la mattina riservi lagne infinite ogni volta che ce la porto. "Ma io non piango", ha puntualizzato lei. Sì, figlia mia. Tecnicamente è vero. Però rompi. Ma lei ha alzato le spalle e non mi ha degnato di una risposta. Chissà perché, con lei ho la sensazione che le parole manchino più a me che a lei. E chi mi conosce sa che solitamente non accade.

Identità di una serva di Dio


Oggi, mentre davo l’ultimo saluto a una persona a me molto cara, mi sono trovata a riflettere su cose complicate come l’appartenenza e l’identità. Cose che entreranno pesantemente in gioco nella vita di Meryem, ma che io stesso ho vissuto in modo diverso dall’ordinario, ammesso che un ordinario in queste cose ci sia. Non so se qualcuno ricorda quando, circa tre anni fa, scrivevo che per addormentare Meryem mi veniva spontaneo ricorrere ai canti bizantini. Una bizzarria, mi rendo conto. Ma oggi ancora una volta ho sentito netta la sensazione che quelle armonie, i canti della liturgia, gli intervalli così particolari su cui la voce scivola naturalmente, sono parte di me, profondamente. Fin da bambina le messe a S. Atanasio (e, d’estate, a Tinos) erano un appuntamento non settimanale, ma con una sua cadenza regolare. Non ho mai trovato strano quel modo di alternare il greco e l’italiano desueto delle traduzioni, per cui il celebrante parla in italiano e il coro, imperterrito, risponde in un’altra lingua (“In alto i vostri cuori” “Echomen pros ton kyrion”). Altro che bilinguismo. La tenda rossa che si chiude mentre si dice “Le cose sante ai santi” e la risposta “Is aghion…”, come dire: “Preti, non vi pensate che i santi siete voi, eh?”. S. Atanasio ha attraversato tuti gli anni della mia infanzia e adolescenza e l’ho traghettato, in qualche modo, fino ad oggi. Certo, S. Atanasio era soprattutto lui, il suo sorriso, i suoi occhi penetranti. Quel modo tutto speciale di dire: “Di tutti voi e ti tutti quelli che avete in mente, vivi e defunti, si ricordi il Signore nel suo Regno”. Se l’è ricordato mia madre oggi, quando ovviamente la stessa frase è stata detta da altri, insieme a tante altre, una formula in mezzo al resto. Non aveva quel tono particolare di complicità e di affetto che lui riservava anche agli sconosciuti. La comunione con il pane vero, casareccio, intinto nel vino, me la dava chiamandomi per nome. Oggi sono ritornata un’anomima “serva di Dio” in una celebrazione all’apparenza tanto simile, ma così profondamente diversa. Le domeniche con mio padre a S. Atanasio (era lui, più che mia madre, a affrontare volentieri l’ora e mezza abbondante di liturgia per andare a salutare il suo amico fraterno) finivano con i saluti nella sala parrocchiale e il rituale, immutato negli anni, dei bicchierini di Martini bianco serviti a tutti, a prescindere dall’età (ebbene sì, anche ai bambini). Non era un aperitivo, non c’era nulla da mangiare e nient’altro da bere. Era un gesto simbolico, un rito speciale dal sapore un po’ segreto. E poi tanti altri gesti, suoni, canti. Il più bello di oggi, forse, è stato il canto arbereshe dal suono fiero e allo stesso tempo un po’ ingenuo che gli ha cantato uno studente del collegio greco: tra tanti suoni comuni, quello era una cosa loro, di quel sottoinsieme ancora più piccolo che in quella chiesa si riuniva. Non so quanto questi ricordi siano intellegibili, mi rendo conto. Sentivo il bisogno di raccontarveli lo stesso. Prendeteli per quello che vorrebbero un giorno essere: un punto di partenza per una riflessione sull’identità. Perché nulla mi leva dalla testa che questo modo di pregare e di celebrare abbia molti punti di contatto con quel che ho visto e sentito nelle moschee della Turchia. Stessi suoni, stessi intervalli, stessa dimensione conviviale del luogo sacro, stessa mescolanza di solennità e familiarità. Si dovrebbe ripartire da qui, più che dallo Spirito Santo che procede o non procede.


Sono giorni di superlavoro e affanni vari, ma ci tenevo a dirvi che questo ingresso alla scuola pubblica è stato un grande successo. Meryem fa qualche storia la mattina, ma non è che non voglia andarci: vorrebbe che ci fermassimo lì. Le maestre sono molto soddisfatte e lei pare divertirsi molto. Mi sembra che il linguaggio faccia ulteriori progressi e la vedo serena e soddisfatta. Ieri facevamo il gioco di ricordarci un po' di nomi di compagni (sono 25, mica uno scherzo). Lei iniziava e io completavo. "Ia…." "…copo"; "Lu…" "….dovica"; "Ga…." "…briele"; "Fra…" "…ncesco"; "La…." "…vinia" "NOOO!" "….ura?" "NOOOO! La…fi…" "?????" "Ma mamma! La finestra, per guardare fuori".


Faccio outing. Sono una mamma italiana. Non ho nulla, ma proprio nulla di nordico. Facevo la splendida, con l'inserimento al nido. Ma il nido, per giunta privato, non è la stessa cosa della scuola dell'infanzia, specie se pubblica… Dopo una falsa partenza, il vero primo giorno di scuola è stato oggi. Lasciare Meryem, per la prima volta un po' esitante, in una specie di bolgia dove nessuno prestava la minima attenzione né a lei né a me, beh, è stata proprio dura. La maestra chiacchierava a raffica con le altre mamme, io me ne stavo lì a far tappezzeria, aspettando che qualcuno mi dicesse che fare, Meryem si guardava intorno smarrita e a un certo punto le tremava il labbrino…. Ora la piglio e scappo, mi sono detta. Eh no, mi sono risposta. E' il momento di dimostrare di che pasta sei fatta, che madre sei. Ora lo so. Sono una madre ansiosa e piagnona. Però non sono scappata. Alla fine l'ho salutata e me ne sono andata, guardando il cellulare ogni due minuti, convintissima che mi avrebbero chiamato per ripigliarmela in preda a crisi di pianto da distacco. Niente. Non mi hanno chiamato. Dalle 9 alle 12 mia figlia evidentemente se l'è cavata benissimo senza di me. Io, senza di lei, molto meno. Ho chiamato la tata per farmi confortare sulla correttezza della scelta di mandarla alla scuola comunale. Mi sono fatta offrire la colazione dalla MIA mamma. Alle 12.01 ho chiamato la tata. "Tutto bene, si è divertita, ha giocato traquilla tutto il tempo. Ciao, ora dobbiamo andare", mi ha liquidato lei. Ah, che fatica l'inserimento di noi mamme. Soprattutto quello nella corretta prospettiva cronologica: sta diventando grande davvero.

P.S. La tata le ha regalato lo zainetto delle Winx. Ho avuto un tuffo al cuore, ma ho abbozzato. Lo so, sto traumatizzando molti dei miei pochi lettori. Ma la tata Silvana, in questo momento, non si discute. In nessun caso.


Possiedo un carrello er fare la spesa, per la prima volta in vita mia. Mia madre periodicamente si offriva di regalarmelo, alla fine ho accettato. Considerato che la spesa la faccio sempre a piedi e con Meryem al seguito, era una scelta razionale. Eppure mai oggetto mi è stato così estraneo. Non l'avevo mai voluto di proposito. Ora lo guardo in cagnesco, ma ammetto che portare le bottiglie d'acqua è stato finalmente possibile. E vabbè. Non sarà l'accessorio più trendy del mondo, ma ora c'è.

Scelte


Stamattina, in un contesto piuttosto inaspettato, ho sentito una breve, semplice, ma molto bella considerazione sulle scelte. Parafraso, con parole mie. Ci sono scelte che diventano così quotidiane, ripetute, di routine, da sembrarci automatiche e senza particolare importanza. Eppure in quelle scelte ci giochiamo la nostra vita e, in ultima analisi, la nostra stessa umanità. Sarebbe pertanto auspicabile che prima di fare una scelta, piccola o grande che sia, ciascuno si fermasse un attimo per essere “presente a se stesso”. Consapevole, insomma, nel senso più ampio del termine.
Si fa un gran parlare di “scelta informata”. A volte, per i miei gusti, le scelte (specialmente quelle mediche) diventano fin troppo “informate”: si viene subissati di informazioni, che non siamo davvero capaci di vagliare e valutare nel loro vero peso, e allo stesso tempo si viene caricati di una responsabilità che a volte, nella mia vita, mi è suonata come uno scaricabarili. Insomma, il medico sei pur sempre tu. Dirmi cosa ti pare meglio fa parte del tuo mestiere. Per contro, su altre cose, su cui magari sarebbe più ovvio sentire il nostro parere, non siamo neanche interpellati.
Ma oggi il pensiero che mi gira in testa è un altro ancora. Spesso ho vagliato i pro e i contro di molte questioni, che erano importanti o almeno mi sembravano tali. Ma la domanda: “Questo farà di me, e in che misura, una persona migliore? Che impatto avrà questa decisione sulla mia serenità nel guardarmi allo specchio la mattina?”… non me la sono posta tanto spesso in forma esplicita. Sembra scontato, implicito. Eppure, almeno in un’occasione, se me la fossi fatta avrei agito in modo sostanzialmente diverso. Forse meno pratico, meno comodo, meno efficiente. Ma certamente più profondamente giusto.


Questo post è antipatico, lo ammetto in partenza. Ho delle attenuanti, come capirete. Ma sentire il ministro Brambilla che "dà voce a chi non ha voce" e condanna "la morte ingiusta e inutile" degli animali di affezione, proprio pochi giorni dopo la visita di Gheddafi in Italia mi fa uno strano effetto. Amo gli animali, non metto in dubbio che si debba loro rispetto e affetto. Non è questo il punto. Ma mi sembra di vivere una sorta di schizofrenia di massa. Mi capita spesso, negli ultimi mesi, di intervistare ragazzi arrivati dalla Somalia, dall'Etiopia, dall'Eritrea. Gente che ti racconta con relativa disinvoltura cose atroci, dalla guerra ai viaggi nel deserto, con compagni di viaggio che cadono morti come mosche ogni pochi passi. Spesso però le carceri libiche, quelle costruite con i soldi del governo italiano, non riescono neanche a nominarle. Il nostro sensibile governo non potrebbe tollerare che un gattino soffra inutilmente. Scusate, ma suona come una beffa intollerabile. In questo paese molte persone, quando e se ci arrivano, trovano normale essere trattate molto peggio degli animali selvatici ("siamo un po' come zanzare", mi diceva un ragazzo eritreo, senza neanche astio), figuriamoci di quelli domestici. Letteralmente. Una ricerca lo scorso anno dimostrava che per l'accoglienza dei rifugiati in Europa si spende meno di quanto si spende nella sola Gran Bretagna per i cuccioli di casa (cito un po' a spanne, ma il dato era una cosa così). Nessuno vuole togliere nulla a Fido. Non applaudo a chi uccide animali, in modo più o meno barbaro. Ma mi sembra che l'indignazione generale sia molto più accesa per i cuccioli buttati in un fiume che per migliaia di giovani vite stroncate con la nostra corresponsabilità di italiani. Com'è mediatico il nostro biasimo. Diceva stamattina un mio collega che all'enorme poster con il volto di Sakineh (che, intendiamoci, è giusto che abbia tutta la solidarietà possibile) comparso alla Galleria Colonna, bisognerebbe aggiungere con un spry la scritta "E quelli che rimandiamo in Libia?". Scusate, forse sono ingiusta. Forse i buoni sentimenti vanno lodati a prescindere, che siano rivolti a un micetto, a una singola donna o a una stella alpina. Però secondo me ci sono delle scale di valori. E soprattutto mi pare un po' comodo scagliarsi contro la barbarie altrui e ignorare bellamente la nostra. Ma noi Gheddafi lo appaludiamo, magari dietro modico compenso. Che male c'è? In fondo lui fa, dietro ben più lauto compenso, quello che molti di noi (e il governo che ci rappresenta) consideriamo una priorità: non fare arivare questi africani, costi quel che costi. Noi non ci sporchiamo le mani direttamente, subappaltiamo. E possiamo permetterci di scandalizzarci di un criceto che soffre. Quanto siamo sensibili.


Mia figlia è davvero un personaggio. Da quando sono tornata dalle vacanze, ho deciso di applicarmi un po' di più perché mangi le verdure. Sebbene non abbia simpatia per il sistema di premi applicato al cibo, ho deciso di ricorrere all'espediente dell'album con adesivi da attaccare, laddove ogni volta che magia o assaggia in quantitativo ragionevole una verdura ottiene uno sticker. Siccome ho una sacra fobia per le scenate a tavole, è lei che sceglie se concorrere o meno. Solitamente lo fa (per ora siamo a 4 sì su 5 proposte), ma non la obbligo. Avevo a suo tempo messo da parte un album con un certo numero di pacchetti di sticker regalatole da un'amica per il compleanno e che, per mia fortuna, non aveva notato granché, travolta da tutti gli altri regali. Dunque ora l'ho ricicciato e si procede. Ieri toccavano zucchine. La frittata di zucchine era andata un paio di volte prima. Mentre mi scervellavo su come camuffare il vegetale questa volta, lei mi fa, serafica: "La mangio se è a forma di cuoricino". Ora, parliamone. Trasformare una singola zucchina di piccolo diametro in un cuoricino è impresa da cuoco cionese maniaco. Ma se la mettiamo sul piano delle sfide, anche io vanto una certa testa dura. Taglio a rondelle e trasformo ogni singola rondellina in un cuoricino (con 4 piccole incisioni). Poi soffriggo in padella e gliele propino. Lei, come se fosse la cosa più naturale del mondo, se le mangia coscenziosamente una dopo l'altra. I patti sono patti, almeno. Ha vinto uno sticker con emoticon, ma soprattutto la mia malcelata ammirazione. Tosta, ma leale.

Great Britain 1991


Scartabellando a casa di mia madre, mi capita tra le mani un quaderno. Sulla prima pagina si legge: Chiara Peri, A Travel in Great Britain – 9.08.1991/30.08.1991. Un inizio promettente. Il viaggio post-maturità, me lo ricordo bene, ma forse non lo ricordavo tanto nei dettagli: luoghi, indirizzi, attività giorno per giorno, commenti, spese sostenute… Passo al vaglio di internet, verifico, ripasso. Scopro innanzi tutto che la mia base a Londra, la St. Monica House di Clapham Road, esiste ancora e riceve recensioni positive. Io, all’epoca, avrei senz’altro aggiunto la mia. Il mio soggiorno prevedeva un tour Contiki (ebbene sì) che dall’11 al 22 agosto mi ha fatto galoppare per l’intera Gran Bretagna in pullman, in una compagnia delirante a forte componente neozelandese e austaliana. Ecco le tappe, così come fedelmente registrate nel quadernetto. Bambury, Stratford upon Avon, Warwick Castle e notte in barca sul canale; crociera sul canale stesso per tutto il giorno, seconda notte in barca; York e notte in ostello; Edimburgo, notte in college; Highlands, notte in villaggio Contiki (con pista di pattinaggio sul ghiaccio); Loch Lomond, Gatna Green, notte in roulotte; Lago Windermare, notte in campeggio; Chester, Caernarvon, notte in cottage vittoriano; Snowdonia, Bath, notte in hotel; ritorno a Londra. Prima e dopo, Londra fai da te. Questa soluzione di viaggio organizzato, a prima vista raccapricciante, è stata acquistata da me e da mia cugina Sara in offerta speciale Last Minute all’agenzia del CTS e francamente non avevamo idea di cosa ci aspettava. Con il senno del poi, sono felicissima di aver fatto una cosa così, una volta nella vita. Ho scoperto i risteranti indiani. Il mio inglese era ai massimi storici. Per una volta nella vita, ho bevuto, ho ballato sui tavoli, ho partecipato a una gara di gavettoni in barca, a una festa horror e a un giro dei fantasmi con un ghostbuster vero, mi sono rotolata giù per le colline e ho preso parte a un falso matrimonio scozzese. Sul quaderno ho annotato diligentemente che a Jedburgh Abbey (1138) è stata inventata la marmellata e ho dato 3 stelle alla cattedrale di Edimburgo. In una pagina c’è disegnata la cartina del Canada (Josh, conosciuto in quel viaggio, sarebbe rimasto mio pen friend per molti anni), una, bruttissima, dell’Italia con cui abbiamo cercato di replicare e, qualche pagina più avanti, una dell’Australia e della Nuova Zelanda, su cui sono topograficamente collocati Phil (Wellington), Gary (Wollongong) e Mick (Newcastle). Il 24 agosto annotavo: “Sulla mia decisione [università]: storia antica fa per me, senza tutti i dettagli tecnici polverosi dell’archeologia”. Le diligenti note mi hanno fatto ricordare anche il nome della guida delle passeggiate tematiche che andavo a fare, al modico prezzo di 2.50 sterline: si chiamava Colin e mi piaceva molto. E mi è anche tornata in mente una fantastica T-shirt di Garfield, con scritto “I’ve had enough”…. Mi chiedo chi fosse la Fanny di Prato che per ultima mi ha scritto il suo indirizzo. Confesso che dei pochi nomi corredati di cognome ho cercato traccia su Facebook, ma senza fortuna. E’ passato veramente troppo tempo, forse. Ma Phil(ip), che lavorata alla televisione di Wellington, il successivo 14 febbraio mi mandò una rosa rossa dalla Nuova Zelanda con l’Interflora. Un gesto romantico rimasto ineguagliato nella mia esperienza successiva.


Il soggiorno di Meryem a Collepardo mi ha consentito un'ingestione massiccia di estate romana, che – devo ammettere – mi mancava molto. Mi succedere di maledire questa città priva di servizi, malgestita, maleducata. Ma il più delle volte la amo. E' bella, di una bellezza indiscutibile e non leccata, ricca, barocca, sempre nuova. Vedere un film con il fiume che ti scorre in sottofondo, con qualche effluvio di troppo, ma la cupola della sinagoga sopra la testa e i gabbiani in controluce sulla luna piena è un'esperienza unica. E i baristi del Centro che, nonostante il flusso dei turisti, restano sagome locali e si ricordano di te, dimostrandotelo in quel modo ironico e sornione che ricorda un gatto steso al sole. Girare per strada e avere la sensazione di essere davvero libera perché non c'è quasi mai il rischio di vedere sempre le stesse facce (anche se i riferimenti, gli incontri abituali, le coordinate umane restano tracciabili, volendo). Non riesco ad essere davvero indignata come dovrei da una città così, che alla fine, quando sono civicamente inferocita, mi spara un obelisco contro un cielo blu perfetto e mi leva le parole di bocca. Non c'è storia, vince sempre a tavolino.