caccia-tesoro-2010

Caccia al tesoro di Mamma Felice: pronti, partenza, via!!! Questa iniziativa è troppo carina, quindi almeno alla prima tappa devo partecipare. Allora, andiamo di filastrocca.

Pieno luglio: qui a sudare
restan solo le zanzare!
Tutti quanti i miei amichetti
in vacanza son diretti.
Si va al mare come Giada?
dalla nonna, su a Sappada?
in campagna con Giuliano?
o sul lago di Bracciano?
La mia mamma ne è sicura:
per far fronte alla calura
in Sardegna, prima o poi,
ce ne andremo pure noi.
Ma per ora, pazientiamo
e qui a Roma ci arrangiamo:
in attesa dei braccioli,
mi consolo coi ghiaccioli!

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L'identità religiosa è una brutta bestia da scorticare. Ebbene sì, proprio quando ci diciamo liberali, magari anche atei o comunque non fanatici della nostra infarinata di cultura cattolica, l'immancabile stereotipo fa capolino, magari mascherato da lodevole intenzione o da pensiero illuminato. Da quando conosco e frequento musulmani, non riesco a non farci caso. Figuratevi da quando metà della mia famiglia è musulmana. In questi giorni, al lavoro, stiamo leggendo racconti scritti da studenti di tutta Italia nell'ambito di un concorso letterario sui temi dell'immigrazione e dell'intercultura. Pochi studenti ardimentosi si cimentano sull'argomento "identità religiosa" (che poi, nel sentire comune, vuol dire quasi solo Islam). Le buone intenzioni non mancano, dunque. La buona fede, men che meno. Ma l'immagine più positiva che emerge di una ragazza musulmana è quella della "redenta" (un po' come la prostituta straniera, che pure è un personaggio che va per la maggiore): divisa tra due mondi, quello dei buoni con jeans e i-pod e quello dei cattivi con il burqa (ma dove mai l'avranno visto il burqa in Italia?), la povera fanciulla riesce, incoraggiata dall'amore, a compiere quei"passi in avanti" necessari alla sua autodeterminazione(solitamente attraverso apposita conversione al Cristianesimo), salvo poi essere salvata dal buon poliziotto modello fiction dalle mani assassine del barbaro padre che la scannerebbe senza pietà.
Oggi persino qui, dove gli stereotipi sono banditi programmaticamente, le "donne che vivono nei Paesi Musulmani" tornano protagoniste, sia pure per una buona causa. Non posso fare a meno di chiedermi quali siano questi Paesi e come possano essi costituire un continuum, contraddistinto (evidentemente) dall'oppressione indiscriminata del sesso femminile. La Turchia, che ha dato il voto alle donne nel 1923? Il Bangladesh e il Pakistan, con le loro donne Primo Ministro? L'Indonesia, dove vive il maggior numero dei musulmani del mondo? Attenzione: non sto dicendo che in tutti questi Paesi non ci siano problemi (più o meno gravi) di violenza sulle donne, specialmente di violenza domestica. Come del resto ci sono in Italia. Discuto che questo sia imputabile all'Islam così, senza passare dal via. Allora perché non imputare all'Islam anche la rappresentanza delle donne in politica, che da noi invece stenta tanto ad affermarsi? Le cose sono molto più complicate di così, mi pare ovvio. L'immagine dell'Islam più retrivo è quello degli Emirati Arabi, che però difficilmente troverete criticati con il loro nome. Più comodo addurre a esempio, più o meno a ragione, l'Afghanistan, l'Iran o, in generale, i "Paesi Musulmani". E così stiamo tutti a posto.
Io a combattere uno stereotipo con un altro stereotipo, personalmente, non ci sto.
 


Da qualche anno le mie vacanze si autopropongono e autocompongono. Data la scarsità di risorse e l'impossibilità di programmare partenze intelligenti, mi affido alla Provvidenza. Che non manca mai di stupirmi, va detto. Dal nulla è spuntata una vacanza in Sardegna di 15 giorni (il doppio della durata delle scorse vacanze, per intenderci). Inizialmente i partecipanti dovevamo essere io e Meryem, che partiremo ardimentose in passaggio ponte, e una mia sorella, la nostra donna nell'Ogliastra, quella che c'ha conoscenze e parenti in loco. Campo base: casa ampia e sperabilmente freca, sulla piazza del paese. Ora, sotto i miei occhi increduli, la vacanza rimediata si va trasformando in una saga familiare. Altre due Peri si uniranno per parte del soggiorno: sorella Alpha, primogenita professoressa, e nientepopodimenoche la matriarca in persona, mia madre. Si profila uno scenario da romanzo della Allende che non mi dispiace affatto, lo confesso. Improbabile, quasi inedito, ma tre generazioni di Peri femmina nella stessa magione sarda… beh, potrebbe essere davvero esilarante.


Sono passati molti anni, ma ieri, leggendo le parole di Niccolò Fabi, mi è tornato in mente con chiarezza un episodio bello che si è verificato in una situazione di enorme sofferenza.  Ero nel reparto di rianimazione dell'ospedale di Perugia. Una delle mie sorelle era in coma dopo un incidente spettacolare, che ha tenuto banco nei tg regionali per vari giorni: si era schiantata con la macchina, contenente marito e due bambini, contro una corriera che veniva già in velocità per la statale. (Apriamo parentesi: ancor più dei seggiolini e delle cinture di sicurezza, giustamente promossi dalla campagna dei blog menzionata nel post qui sotto, l'incolumità dei figli dipende dalla nostra lucidità quando ci mettiamo alla guida. Quella vicenda mi ha insegnato che minimizzare la stanchezza non è un atto eroico, anzi). Comunque stavo lì, in una spaventosa staffetta con i miei familiari, per poter autorizzare un intervento dopo l'altro, tutto ciò che si poteva fare. (Apriamo un'altra parentesi: tutto quello che si poeva fare è stato fatto egregiamente e mia sorella è ancora viva. Certo, quell'episodio ha mutato drasticamente la sua vita, da ogni punto di vista. Ha interrotto per sempre la carriera che aveva scelto e che aveva faticato molti anni a costruire. La ha limitata in una dimensione molto diversa, facendomela per inciso apprezzare profondamente per l'umiltà e la forza con cui oggi vive il tutto. Ma questa è un'altra storia). Torniamo al reparto rianimazione. L'inattività e l'assoluto senso di impotenza erano interrotti solo, come è logico, dall'incrociare altre spaventose tragedie. Un giorno sono arrivati due giovani genitori, con il loro bambino. Fino a pochi anni fa ne ricordavo il nome, oggi con dolore realizzo di averlo dimenticato. Avrei dovuto scriverla prima questa storia. Non credo di aver mai saputo invece la ragione di quel ricovero. Una cosa è certa: fu breve, troppo breve. Quel bambino non ce l'ha fatta. Ricordo distintamente l'indicibile che ho letto negli occhi di quei due ragazzi. Io stavo lì, sepolta nella mia poltroncina, e non sapevo che dire. Ci eravamo scambiati poche parole, davanti alla macchinetta del caffè. Quelle frasi gentili, di circostanza, che però non sai se ti autorizzano a intrometterti in un momento così. Li ho visti uscire dalla porta a vetri, parlando dei vestitini da portare, e mi è parso giusto così. Ma a un certo punto il papà del bambino è tornato indietro, è rientrato nel reparto e mi è venuto a cercare. "Scusa, non ti ho nemmeno salutato. Speriamo almeno per la tua sorella". Non credo che mi scorderò mai di quella delicatezza, che per me resterà sempre legata a un articolo ("la tua sorella") e a un avverbio ("almeno"). Spero che la vita successiva sia stata buona con quei ragazzi giovani, che anche in un momento così hanno avuto una buona parola per una sconosciuta.


I blog per la sicurezza

Questa bella idea dei miei amici blogger (il maschile è doveroso, vista la partecipazione della Farmacia Serra anche nella sua componente maschile) là per là mi ha messo un po' a disagio. Non perché non condivida, anzi. Piuttosto va a toccare un punto dolente. Si tratta di uno dei pochi punti su cui non trovo grande collaborazione dai co-educatori di Meryem. Nizam è scettico: in Turchia loro i neonati li mettono sui trattori o li incastrano nei pullman tra il volante e il cambio (giuro, l'ho visto con i miei occhi). Questa cosa della sicurezza lo vede poco convinto e alla minima opposizione della bambina cede allegramente. A parte i tragitti fuori città, non è molto ligio. Mia madre, idem. Argomenta che quando eravamo piccole noi viaggiavamo in autostrada in quattro sul sedile di dietro. Quindi sì, ok, ma con una flessibilità assolutamente inusitata, trattandosi di mia madre. Anche la tata è possibilista. Una disperazione.
Va detto anche che la macchina per Meryem non è una consuetudine quotidiana: io non guido e la tata neppure. Ciò non toglie che la questione va affrontata. E da uno dei commenti che ho letto (non ricordo di chi, chiedo venia), mi è venuto il classico colpo di genio. Stamattina Nizam ci ha accompagnato in macchina. Io, serafica, ho annunciato a lui e a Meryem: "Oggi inizia luglio e da oggi hanno annunciato che faranno controlli a tappeto su cinture e seggiolini. Roba da ritiro della patente". Meryem si è fatta spiegare un po' e ha concluso allegramente che se non si metteva la cintura sarebbe arrivato un vigile a portarla via. Ergo, seggiolino senza particolari lagne. Ok, non sarà molto educativo. Ma il fine giustifica i mezzi, in questo caso. Non vi pare?


Lavorare da casa per me è un incubo, è ufficiale. Meryem è uscita con la tata e io sono qui, immersa in un caos indicibile, con i pavimenti che implorano di essere lavati, con una lista di commissioni che non finisce più (ma se esco ora la giornata è andata, di fatto) e anche un gran magone (no, queste non sono faccende lavorative, però a casa io le avverto maggiormente). Ma non sarebbe questo il sogno di tutte le madri? Forse bisogna essere donne diverse da me. Io, pessima in ogni faccenda domestica, ho un gran bisogno di alibi. Devo poter dire che non c'ero, che non potevo, che ero fisicamente impossibilitata.
E vogliamo fare outing ulteriore? Per me delegare in parte anche l'educazione di Meryem non è un dramma. Non la chiamerei delega, a dire il vero: piuttosto, gestione collegiale. Non voglio sminuire il mio ruolo e le mie responsabilità, ma mi piace che altri, diversi da me, possano darle qualcosa. L'indirizzo, ovviamente, lo devo e voglio dare io. Ma mi piace che Meryem faccia la pasta a mano con nonna Gentilina (la madre della tata): io non ho mai fatto qesta esperienza con la mia madre intellettuale, ad esempio. Mi piace che stia al nido con gli altri bambini. Mi piace che si scateni al campetto, dove io mi scoccio un po' a portarla. E' un alibi anche questa bella visione d'insieme? Non saprei dirlo. Per certi versi ammiro le madri che non riescono proprio a delegare: sono certa che sono donne capaci di fare di più e meglio rispetto a quanto metto insieme io. Non dico che siano migliori, non credo molto nelle graduatorie. Ma una cosa so: se io mi imponessi di non delegare nulla, di tenere il timone da sola per accertarmi che tutto vada esattamente come voglio, la barca colerebbe a picco e io con lei. Temo che sia un dato di fatto.


Ho parlato spesso della mia contraddittoria natura, che mi rende timidissima per certe cose (fare una telefonata, trattare con il commesso di un negozio, ambientarmi a situazioni tipo festa o aperitivo se non conosco già bene qualcuno…), ma disinvolta, se non spudorata in altre. Il video della scarpa più brutta del mondo parla da solo.
Tra ieri e oggi, per motivi "fiscali", ho dovuto illustrare a diversi commercialisti la mia situazione anagrafica, a dire il vero un po' ingarbugliata. Le conversazioni sono state di questo tenore: "Sono separata, se tutto va bene quasi divorziata, però convivo e ho una figlia. No, la figlia non è dell'ex marito, è del mio compagno. No, non sono una ragazza madre. Certo che l'ha riconosciuta. Ma no, non convivo con il mio ex marito!". E via così. Questo fatto di dover spiegare nel dettaglio a persone che conosco a mala pena le evoluzioni della mia vita sentimentale, mi ha in un certo senso anche divertito. Un commercialista mi ha definito "un caso studio". Un'altra aveva capito che la figlia, dell'ex marito, fosse successivamente stata riconosciuta da Nizam. Che, per inciso, credo che sia l'unica situazione più complicata di quella in cui mi trovo.
Eppure a vederci non sembriamo tanto strani. Certo, lui è curdo e fa il kebabbaro. Io sono laureata in cose improbabili e faccio un lavoro, completamente diverso, che mi risulta anche un po' difficile descrivere ("impiegata", ho scritto sobriamente nella casellina "attività esercitata"). Ma se si giudicasse dalla difficoltà di inserire correttamente in un formulario la nostra quotidianità, sembreremmo un caso da giardino zoologico. E ecco che spunta che domani dovrò chiedere l'autorizzazione all'INPS di inserire mia figlia nel mio nucleo familiare. Non suona un po' bizarro? Mi ha confortato il fatto che sul certificato del mio stato di famiglia, Meryem viene inequivocabilmente definita "figlia". Per un attimo ho temuto che ci scrivessero "affine". Certo, Nizam non c'è. Ma non si può avere tutto dalla vita, no?

La nonna montessori


Un post sull’argomento “scuola di Meryem il prossimo anno” potrebbe avere molti registri. Io sarei tentata da quello tragico/sconfortato, del tipo: “l’unica scuola che potrei realisticamente permettermi è un parcheggio in istituto di suore senza accenno di progetto educativo, o comunque progetto diverso da quello di portare in cassa i soldi della retta”. Più che tragedia, questa èuna descrizione realistica. Potrei lanciarmi sul politico, citando Nizam che non riesce a capacitarsi di come la scuola dei bambini non sia affare esclusivo della Stato (“il che la dice lunga sul futuro del vostro Paese”). In Turchia, con altri mezzi, ben altro numero di bambinie non pochi problemi interni, l’educazione è una priorità. Punto.
Mi si chiede però di optare per il registro comico e ce la metterò tutta. Ieri pomeriggio sono andata alla riunione di presentazione della “scuola dei miei sogni”. Contro ogni ragionevolezza e teoria economica, sono fortemente propensa a mandarci mia figlia e pertanto ho staccato un congruo assegno di pre-iscrizione. Che gli vuoi dire? Casale appena ristrutturato (o meglio, in corso di ristrutturazione) in 2000 mq di parco dentro Villa Pamphili. Impostazione montessoriana ben temperata. Orto biologico, laboratori all’aperto, profusione di personale, una sola classe da 20 in due gruppetti da 10. Idee a profusione, esposte in apposito Power Point. Se non fosse per il prezzo, che ha levato il respiro a una buona percentuale dei presenti, sarebbe quasi un miraggio.
La riunione ha preso subito una piega originale. Meryem, dopo un primo giretto da timida nel luogo dove eravamo (che in realtà è un altro nido, gestito dalla stessa persona che gestirà la scuola delle meraviglie), si è lanciata con i suoi due compagni di nido presenti a fare chissà cosa nelle montessoriane stanzette, lontano dalla nostra vista. In lontananza, urla belluine e tonfi sospetti. Io sorridevo disinvolta, facendo finta di non essere parte in causa. Nizam si è accasciato su un divano, mentre ci veniva esposta la teoria. Gli altri genitori, con disinvoltura, si affacciavano di tanto in tanto per verificare che i locali fossero ancora in piedi.
Il clima si è scaldato con le domande. E non intendo le mie, timide e pietose, volte solo a precisare i confini precisi della botta al conto in banca. Era presente in sala la nonna di una potenziale frequentante. La signora è praticamente la reincarnazione di Maria Montessori, come l’immaginario ce la tramanda: crocchia candida, vestito scuro accollato, movenze aggraziate ma decise, piglio da generale d’armata. Non per niente, faceva la maestra montessoriana. Un passaggio merita di essere riportato integralmente. Nonnina (a trabocchetto): “Ma con tutte questa attività all’aperto… Se d’inverno magari non piove, ma fa anche molto freddo… fuori li mandate lo stesso?”. La direttrice schiva abilmente: “Ma certo. Avremo impermeabili, stivaloni e tutto il necessario. Del resto – aggiunge incauta – una delle attività è la cura dell’orto biologico, quindi dovranno essere i bambini ad occuparsene”. Nonnina: “Cosa intendete per ‘biologico’? Io me ne intendo, sa, e sono molto molto scettica su questa definizione!”. Replica, un po’ esitante: “Beh, sarà senza concimi… cioè senza concimi chimici e cose così”. Nonnina: “Quindi letame e lombrichi?”. Direttrice (in un sussurro): “Sì…”. La nonnina sembra moderatamente soddisfatta. Le altre madri, forse, avrebbero preferito non scendere così nel dettaglio. Nonnina: “Ma quando lei parla di metodo montessoriano… intende che tutte le educatrici sono state formate in una scuola montessoriana?”. “Beh, no”, ribatte la direttrice, “a dire il vero ne sono rimaste pochissime (tipo lei, cara signora?). Ma hanno tutte una specifica formazione…”.
Morale della favola. Non si può non riconoscersi in molti dei principi enunciati ieri, credo. Specialmente nell’impietoso confronto con il nulla che la mia zona offre. Ciò non toglie che qualche dubbio in testa mi è rimasto, insieme a un turbinare di problemi pratici non da poco che dovrò superare (dove lascio Meryem per il mese intero che separa la fine delle mie ferie dall’apertura della struttura – e relativo inserimento? Come organizzarsi con gli orari? Come affrontare quest’altro salasso, dopo tre anni di nido?). Credo che ce la manderò, in qualche modo. Della qualità non dubito. Resta sempre la perplessità di come ci sentiremo, come famiglia, in una comunità di famiglie per cui la flessibilità di orario consiste esclusivamente nel poter entrare più tardi delle otto (fino alle dieci) e non prima. Per cui la scelta dirimente è se verrà o meno fatto l’accordo con la fornitura di cibo biologico. Tutte cose belle, per carità. Ma un po’ lontane, necessariamente, dal nostro quotidiano. No, alla fine non è venuto molto comico. Pardon, devo ancora metabolizzare…

Tre anni


Tre anni, sono passati. E tu stamattina, bella come il sole in collo al tuo papà curdo, sembri esserci sempre stata. Eppure, allo stesso tempo, il sabato che sei nata sembra vicinissimo, sembra ieri. A volte, spesso, mi dico che ti meriteresti di più di una madre come me, di una casa in perenne caos, delle mie insicurezze e delle mie incapacità. Però sembri felice. Hai mollato la maglietta dell’Italia che ti ha regalato la mamma di Giacomo, per sfoggiare un vestitino da regina etiope comprato da zia Vittoria durante una trasferta di lavoro. Ti sta d’incanto e hai voluto tenerti anche la sciarpetta abbinata. Sei grande, ormai. Oggi hai lasciato Nizam a bocca aperta perché hai saputo dirgli la data del suo compleanno. “Venticinque”, hai detto così, chissà se a caso o a ragion veduta. Penso con sollievo che sei piena di risorse, di potenzialità, di originalità. Adesso il difficile sarà, come genitori, non fare troppi danni. In bocca al lupo, Guerrigliera.

Caos di giugno


Siamo piombati a giugno, con tutto quel che comporta. La visita di Pietro, che aspettavamo ormai da dicembre (l’attesa si è protratta di cinque ore più del previsto, causa ritardo da record della Windjet). Il prossimo compleanno di Meryem, mercoledì, con le pianificazioni incrociate di festeggiamenti. La Giornata Mondiale del Rifugiato e il turbine di eventi lavorativi che si porta dietro. Il caldo e le pietose condizioni del mio guardaroba (e di quel che c’è dentro…). I programmi, inesistenti, per le ferie che si avvicinano. L’imminente risoluzione del dilemma del secolo: quale scuola il prossimo anno? Tra un impiccio e l’altro, mi sento ottimista.